A New Chicago City la realtà non è mai una questione lineare. Se cerchi la logica, finisci con una tazza di catrame spacciata per caffè tra le mani e la sensazione che il mondo sia costantemente fuori fase.
La fantascienza, in questa storia, non ha nulla a che fare con astronavi luccicanti, creature aliene o segreti governativi. Si nasconde piuttosto tra i monitor sale e pepe che ronzano nei corridoi, nei mestoli che stringi in mano un secondo prima e che, un glitch dopo, semplicemente non ci sono più.
È una fantascienza che ha l'odore della polvere che la Riviera di Hornet lascia sull'asfalto bollente prima di svanire in un luogo infinito. È il sospetto di un potere dormiente vecchio di milioni di anni che nascostamente ti sfasa l'intelletto e che trasforma le connessioni e il caos nella stessa cosa.
Jack non capisce di equazioni, ma capisce la sensazione di una probabilità. È quel guizzo che sfida il buon senso e la prassi narrativa, l'intuizione che dietro lo squallore di NCC ci sia una struttura più vasta, una geometria del caos che Jack sta iniziando a scoperchiare. È quel trucco che ti fa trovare un ingresso sul retro lasciato aperto proprio quando ogni strada sembra sbarrata.
In questa città il futuro sembra già successo e il passato non è ancora finito. C'è dell'altro, sotto la superficie di NCC, qualcosa di antico che aspetta nell'ombra, ma per ora ci fermiamo qui. Alcune verità vanno assaggiate un morso alla volta, come i peggiori spuntini di Jack.
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