È recentemente nata nella mia testa l’idea di produrre un’antologia di racconti scritti da esordienti bresciani. L’ambito locale è per contestualizzare l’articolo da proporre in modo più efficace: l’acquirente medio/occasional/casual compra più facilmente un prodotto di questo tipo se locale, piuttosto di qualcosa di forestiero. La novità di quest’idea è quella che i racconti debbano essere scritti a più mani! I punti di forza di questa formula sono quello di renderla una trovata più originale del solito e quello di poterne scrivere di più con meno scrittori (cambiando le combinazioni delle collaborazioni e la formula di queste), che si aggiungono ai vantaggi della formula dell’antologia classica, che sono:
La divisione delle spese in più persone.
La capillarità di diffusione: se ognuno vende X copie, essendo in molti, se ne vendono molte di più!
Il ridotto sforzo per ottenere un lavoro vendibile: scrivendo venti, trenta pagine a testa si ha a disposizione un volume finito di un numero dignitoso di pagine.
Tuttavia, se non riuscissimo a trovare un editore disposto a pubblicarlo, ricorrere all’autoproduzione sarebbe uno sforzo sopportabile, proprio per il primo dei tre punti citati: sarà richiesta una somma da dividere fra tutti gli autori, per pagarci la pubblicazione, o per affidarci alla formula della pubblicazione on demand. Così, inoltre, gli incassi sarebbero netti: per ogni copia venduta intaschiamo il prezzo pieno del libro, non solo i diritti d’autore!
Parlare di questo ora è decisamente prematuro, seguiranno aggiornamenti relativi l’organizzazione del progetto (che è appena nato, e consigli da parte di tutti sono bene accetti) e le modalità di partecipazione.
Tutto questo vale come invito a contattarmi per collaborare all’antologia! Siamo già un pugno di persone, ma vogliamo la partecipazione di più gente possibile!
Fara Editore è stata la prima casa editrice a rispondere alla mia proposta di pubblicazione del volumetto W la eroina e chi la fa in vena che – a seconda della moda del momento – è un racconto lungo oppure un romanzo breve. Ho inviato questo volume (confezionato da me amanuensemente) a varie case editrici, fra cui naturalmente Fara Editore, spinto dal successo riscosso dallo stesso in occasione dei reading, e il primo commento ricevuto è stato positivo:
Alessandro di Fara Editore scrive:
Ciao Andrea Ho datto una letta a W l’eroina e l’ho trovato piacevole, in alcune parti brillante: dunque ti formulo la mia milgiore offerta in allegato e avrei già in mente (se ti va) un mio autore o autrice che potrebbe scriverne una bella postfazione, visto il taglio generazionale del racconto. […]
Purtroppo l’offerta di Fara Editore richiede un acquisto da parte mia di un certo numero di copie, il che classifica la casa editrice come Editore a pagamento a tutti gli effetti. Inoltre per questo volume da circa sessanta pagine l’editore ha fissato il prezzo a dieci euro, decisamente troppi. Se per assurdo volessi accettare, il prezzo deciso da Fara Editore è il 150% in più di quello che secondo me è il suo valore reale. Che poi questo prezzo sia giustificato dalla grafica e dalla qualità dei materiali usati (cartoncino splendorgel per la copertina bandellata e carta avorio per il testo) non lo metto in discussione, quindi non si tratta di un prezzo esagerato. È tuttavia troppo alto. Ringrazio l’editore per le parole spese nei miei confronti, ma la formula proposta è poco compatibile alla mia condizione: ho nettamente più interesse a riuscire a distribuirne molti a poco che pochi a molto, soprattutto per motivi di promozione personale. L’ideale per me sarebbe riuscire ad abbassare il più possibile il prezzo, a scapito dei materiali, a scapito del corpo, per favorire la diffusione del contenuto. L’anima. Non resta che declinare gentilmente l’offerta di Fara Editore e scremare la lista delle case editrici papabili da quelle che richiedono un contributo.
Questo che segue è il resoconto lacunoso della serata del 12/10/7. Yeah!
Io Al e Louis arriviamo allo Star Shop, dove si sarebbe renuto il reading, per sistemare la sala e preparare l’attrezzatura. La gente affluisce per tutta un’ora prima che lo show abbia inizio. Noi quattro ne approfittiamo per gli ultimi dettagli, per sbolognare la videocamera e accogliere gli spettatori.
Lamù, ovvero l'oni alieno insediato nella cittadina giapponese di Tomobiki, più precisamente in casa Moroboshi. Da Ataru, il suo tesoruccio.
Questo bellissimo fumetto, forse il capolavoro di Rumiko Takahashi, mi ha tenuto compagnia nell'ultimo mese e mezzo, con i suoi 48 volumi da 128 pagine, pagina più pagina meno.
Decine di personaggi, non ci provo nemmeno a elencarli tutti, solo i principali sono comunque troppi. Alcuni davvero eccezionali, irripetibili, altri solo prototipi che troveranno la forma definitiva nei successivi lavori della divina (provo a citare alcuni nomi a raffica: Mendo, Ryunosuke e suo padre, Sakurambo, Kotatsu, Kurama e i suoi servitori, il volpino, Ten, Ryoko, il professor Onsen, i signori Moroboshi).
All'inizio la serie sembra incentrata sulle sfighe paradossali dal povero Ataru alle prese, ogni episodio, con una diversa disavventura. Poi invece si trova in Lamù, l'aliena dai capelli multicolore, il vero coprotagonista.
Un altro vero e proprio tuffo nel passato: quando lo lessi la prima volta avevo la stessa età di Ataru, Lamù & Co. (e ho anche la stessa età del fumetto) ma anche oggi, quasi dieci anni dopo, mi sono concesso rumorose risate.
Stravagante comicità è sapientemente miscelata con massicce dosi di folclore nipponico: così gli eroi di antiche leggende diventano creature spaziali, abitanti di dimensioni parallele e altre bizzarre creature, che popolano le pagine del fumetto, senza nemmeno troppo stupore da parte delle persone normali. Se così si possono chiamare...
Giudizio finale su Lamù
Giudizio più che positivo su tutti i fronti per Lamù, solo piccolissime fasi di stanca verso la fine, ma che non riescono a cambiare il giudizio finale. Spesso si dice che il bello dei manga, anche quando molto lunghi, è che tutti hanno una fine. Con una certa malinconia devo ammettere che i ragazzi di Tomobiki, e i loro casini, un po' mi mancheranno.
Il sorriso di Gaia (alias Catene), 18 settembre 2005
Egregio quaderno,
oggi ho capito perché i mari sono inquinati: ho cambiato i copertoni alla mia mountain bike.
Andando solo su asfalto e avendo la ruota posteriore un bel po' consumata, ho deciso di comprarmi due copertoni da strada. Così, pappagallo, chiavi, cucchiai e compressore alla mano, ho eseguito un cambio di gomme che mai nemmeno nei box di Monza s'è visto. E di questo sono certo.
Ho voluto cogliere l'occasione anche per dare una pulita generale, così mi sono munito di acqua ragia, stracci e pennello.
È stato un massacro.
Mai visto tanto sporco scendere da tanto poco spazio! Il grasso della catena era talmente saturo di polvere e chissà cos'altro, che quando l'ho tolto la catena sembrava la metà! Forse per l'acqua ragia che m'è andata nell'occhio, sono stato davvero colpito da quanti rifiuti chimici ho prodotto in una sola ora di lavoro!
E chissà quante catene si lavano ogni giorno!
C'è forse da rivedere il concetto di mezzo di trasporto pulito... ma meglio insabbiare la cosa per adesso: la bici è troppo comoda per annullare il traffico cittadino.
Ma veniamo al punto. Quanto diavolo è grosso il mare? Com'è che nel corso degli anni abbiamo continuato a buttarci dentro le peggiori schifezze prodotte dalla nostra migliore tecnologia, e ancora non è totalmente andato a male? Ce lo meritiamo? Quanto durerà ancora? Quanto costa il mare?
E parlo di mare, ma solo per generalizzare un po'. Tanto, per buttarci la spazzatura, ogni posto è buono.
E il sorriso di Gaia resta smagliante, nonostante tutto.
Dobbiamo sembrare davvero stupidi ai suoi occhi, ma allo stesso tempo ci deve amare sul serio.
Le dispiacerà molto, quando ci vedrà perire per mano nostra. Peccato, penserà, ma ora è giunto il momento di ricominciare da capo.
L'uomo è un errore che se non verrà corretto al più presto sarà eliminato dal corso naturale degli eventi, come è sempre successo.
Illustrazione di Francesca Resta, Post gemellato con The 4th Avenue Café
Non credevo fosse davvero possibile leggerlo tutto… invece ce l’ho fatta. Questo è molto più di un appello, è un segno, un chiaro messaggio: nulla è impossibile.
Partiamo dalla prima caratteristica, da ciò che dovrebbe dissuadere chiunque a estrarre questo libro dagli scaffali: i sei centimetri di larghezza della costa. Milleduecentoquaranta pagine di dodici centimetri e mezzo di larghezza per diciannove centimetri e tre di altezza, composte da trentanove righe, pure scritte piccole. Mi sono imposto di mantenere un ritmo di cinquanta pagine al giorno, che in media ho rispettato, così in poco più di tre settimane sono riuscito nell’irrealizzabile.
Ai tempi della biblioteca lo vedevo spesso nel suo scaffale, era un po’ come il re circondato dai sudditi, così grande e imponente. Allora non pensavo avesse molto l’aspetto di un libro, mi sembrava più vicino a essere un prefabbricato. Lo penso anche adesso. Inoltre, non l’ho pesato, ma so per certo che da domani lo zaino sarà un bel po’ più leggero.
Altro grandissimo vantaggio: da oggi nessun libro mi sembrerà troppo lungo!
Non voglio parlare della storia, tanto è strafamosa. Più interessante il giudizio finale: bel libro, scritto bene, con una buonissima storia e capace di non annoiare praticamente mai. Oh, intendiamoci, grande letteratura non ce n’è , ma si lascia leggere ed è vero che non è il numero delle pagine il vero ostacolo.
Si tratta di un horror, si parla di infanzia. Ricordo che da bambino le tre cose più spaventose erano i Visitors (il pasto a base di topi vivi), Misery non deve morire (da allora ho smesso definitivamente di far sporgere i piedi dal perimetro del materasso) e It (quella barchetta di merda…), e la cosa peggiore era che me la facevo addosso anche solo guardandoli alla pubblicità! Vederne il film o la serie era assolutamente impensabile… comunque, visto il due su tre: Stephen King sei un bastardo!
Tornando al libro: pensavo non potesse spaventare come il film, infatti non lo fa come il film; ecco perché ho cercato di leggere le cinquanta pagine giornaliere sempre entro sera! È facile pensare che tutti i mostri siano sigillati dall’inchiostro nelle pagine del libro, è facile pensare che solo un sempliciotto potrebbe intimorirsi leggendo; tutto è facile per chi non deve farlo! Ma poi ci si trova, di sera, alla luce bassa di una lampada, magari da soli. Immersi nella lettura, quella lettura scorrevole che ti fa sfogliare una pagina dopo l’altra in scioltezza, che ti attira, affascina, coinvolge… fino a che un rumore non ti distrae. Uno scricchiolio, un fruscio. Rumore già sentito migliaia di volte, ma che non è più come prima, adesso è un mostro, una bocca bavosa piena di denti aguzzi. Giusto il tempo di dirsi che è tutta suggestione, che nulla è vero. Ci si può scherzare sopra, su quanto s’è stati sciocchi, ma poi un altro rumorino ci avverte che una creatura diabolica ci sta attaccando, che dobbiamo fare qualcosa, chiedere aiuto, scappare, lottare.
Perché il mostro più spaventoso non ha l’aspetto di un pagliaccio, ma di qualcosa più simile a noi stessi.
Buongiorno a tutti, dopo il felice esperimento dello Stuparich Spectacula Reading dello scorso 8 agosto, siamo di nuovo pronti per un altro magnifico show. Siete dunque tutti invitati al BLOODY READ-CONTEST, che vedrà i due contendenti Ryo e Part Time-Man sfidarsi in un reading sanguinario (probabilmente alla fine lo sconfitto verrà ucciso, ma questa potrebbe solo essere una scusa per attirar più gente). La lettura attorale dei racconti sarà affidata al valente cantastorie Al Da Voice, accompagnato agli strumenti musicali da Louis Le Fou, per un’ora circa d’incomparabile e stravagante (nonché gratuito!) spettacolo.
Il numero 6 di 15quindici(agosto 2007), periodico quindicinale gratuito distribuito nella zona di Brescia e provincia, ha pubblicato la mia poesia A ovest, nella rubrica Cultura (pagina 17).
Yeah!
Fatto singolare è che, essendo questa rubrica esattamente a metà rivista, ed essendo la rivista rilegata con spillatura, aprendola a caso, mostra sempre la mia pagina, ed essendo in quella pagina il mio trafiletto quello a più elevato contrasto cromatico, la mia poesia è proprio la prima cosa che si vede, alla faccia del numero di pagina porta yazza!
Parto dal presupposto che non ne ha parlato nessuno (boicottaggio mediatico?), e che certo vale la pena saperne. Poi uno è libero di pensare e fare quello che crede più opportuno. Ah, dimenticavo, siamo in Italia… mi correggo: ognuno è semilibero di pensare e fare quello che vuole.
L’8 settembre sarà il giorno del Vaffanculo day, o V-Day. Una via di mezzo tra il D-Day dello sbarco in Normandia e V come Vendetta. Si terrà sabato otto settembre nelle piazze d’Italia, per ricordare che dal 1943 non è cambiato niente. Ieri il re in fuga e la Nazione allo sbando, oggi politici blindati nei palazzi immersi in problemi culturali. Il V-Day sarà un giorno di informazione e di partecipazione popolare. Beppe Grillo
Kenshiro Kasumi all’anagrafe, solo Ken per molti ex ragazzini: il guerriero di Hokuto eroe dell’infanzia di molti.
Recentemente ho riletto la sua storia originale, quella del fumetto. Sono 27 volumi da 180 pagine circa, rapidissimi da leggere (le sequenze di AH!, WOSH!, WOAH!, e AAAAAAH TA TA TA TA TA TA TA TA TA TA TA TA TA TA TA! ATAAAH! fluiscono veloci come acqua nel letto d’un fiume), pubblicati in Italia esattamente dieci anni fa… e devo ammettere che m’ha fatto impressione il chiaro ricordo della mia mano, nel non più così vicino 1997, in una libreria che afferra il primo numero e lo porta alla mia attenzione.
Si è creato un vero mito attorno alle avventure di Ken il guerriero, sia per le estreme tecniche di combattimento che per l’ambientazione nel deserto post atomico, sia per l’ostentata cruenza e l’inspiegabile sadismo dei cattivi di turno, che per l’irreprensibilità e devozione dei buoni.
Tutto sommato la storia non è gran ché: è ripetitivo fino alla nausea, incoerente (un sacco di cose sono in contraddizione fra loro), stereotipato ed esagerato.
Tutto sommato è esaltante, leggerlo provoca partecipazione e tensione altissime, l’immedesimazione in uno dei tanti personaggi (Toki, il mio preferito!) è fonte di emozioni profonde, irruenti ma anche tristi, i valori amore, amicizia e sacrificio vincono sempre su violenza, odio e perdizione.
Il messaggio è chiaro, è positivo, è un messaggio sano, serve capacità critica, sì, ma questo non è uno svantaggio, è, anzi, un valore aggiunto, un gradino in più da fare per arrivare un po’ più in alto. Tutto ciò, almeno, fino allo scontro con Raoul, la saga degli shura e gli ultimi episodi con Ryu e con Lynn sono davvero oltre la capacità umana di accettare incoerenze e scene a effetto gratuite.
Ammaniti è uno dei miei scrittori contemporanei italiani preferiti, ma quest’ultimo libro m’ha fatto straschifo! Leggendolo, ho sinceramente pensato che l’avesse scritto solo per far un (bel) po’ di quattrini, perché, indipendentemente dalla qualità del lavoro, lui vende sempre un sacco. Ma che vincesse un premio importante come quello (è il maggior riconoscimento italiano… ma ormai il premio lo assegnano all’uomo della casa editrice più influente (cioè che paga di più per la promozione del libro)) è un vero insulto!
Ho avuto l’impressione che Ammaniti volesse ricopiare una formula risultata buona nei libri precedenti, ma esasperandola, in un’opera completamente sorretta da un unico personaggio davvero buono, insieme ad altri personaggi inverosimili e una storia assolutamente banale.
Quindi: nulla di nuovo, ma il riuso di una formula già collaudata, esagerata, che fa perciò cadere la maschera allo scrittore.
È dal risveglio, stamattina, che sto copiando in bella copia il mio ultimo racconto dal Quaderno della Macchinetta™. Mi sto divertendo… però che oo! Voglio uno scanner capace di riconoscere la mia calligrafia (che, quindi, deve essere più bravo di me!)
È andata: ieri abbiamo proposto il primo reading in pubblico. Scelta la formula delle porte chiuse, una dozzina di invitati sono stati testimoni della prima performance della nostra esibizione. La location designata è stata Casa Stuparich e, nonostante le prime incertezze formali, il pubblico ha dimostrato l’apprezzamento che speravamo.
Attraversando via Privata De Vitalis, qui a Brescia, si passa per forza accanto questo muro.
Ormai è diventato un’istituzione, come i Pitoti delle incisioni rupestri camune, come i crop circle nei campi di grano. E Terry non è più il nome di un writer, ma un simbolo: è Sandokan, è Ernesto Che Guevara, è William Wallace.
Stavo cercando questa foto, l’unica che ho voluto mai scattare al Muro di Terry per adoperarla come illustrazione di un mio racconto; non riuscivo a trovarla. Ho temuto davvero d’averla smarrita: cambi di disco, formattazioni, travasi di dati, calamità informatiche. L’ho recuperata solo nell’ultimo posto della lista, con ciclopico sospiro di sollievo. Mi sarebbe dispiaciuto non averla più: non era solo un’immagine, posso scattarne una nuova e migliore quando voglio, in fondo. Una nuova avrebbe avuto un sapore diverso, artificioso, l’arte non ha bisogno d’essere rifatta per renderla più bella, queste furbizie non sono contemplate.
Per fortuna l’ho ritrovata, e per sicurezza la metto anche qui!
Il 14 luglio 1789 i parigini presero la Bastiglia, era la Rivoluzione. Oggi, dopo 218 anni, c’è chi pensa che quegli sforzi siano stati vani, che la nobiltà sia solo apparentemente caduta, ma in realtà sostituita da una classe politica corrotta e comandata da forze oscure.
Perché i politici che sbagliano non pagano mai? Male che gli possa andare non verranno rieletti (anche se la gente è stupida e dimentica alla svelta), ma saranno sempre lì a scaldarsi il culo alla faccia di noi poveracci.
Carissimi, in questa giornata tanto luminosa, sono colmo di gioiezza nel comunicarvi che l’Ecumenical World Patriarchate ha deciso di pubblicare, nella raccolta del loro primo premio letterario, una poesia che gli inviai mesi or sono. Posso modestamente dichiarare che si tratta di, forse, una delle peggiori che abbia mai scritto, ma contenti loro… Il libro è liberamente scaricabile dall’internet a questo indirizzo, indirizzo cui fare riferimento anche per acquistare la copia cartacea del medesimo. Io lo sconsiglio, tanto non ne (€) prendo gneanche uno, anche se personalmente credo la comprerò, giusto per averne la prova tangibile da esibire alle serata di gala. Sperando di aver fatto cosa gradita auguro a tutti ogni bene.
Non voglio riportare facili citazioni o scrivere frasi tristi, solo il ricordo che è passato un anno da quando il giornale mi diede la notizia della sua morte: di colui che credevo smarrito, ma immortale.
Secondo la dottrina cattolica, l’adorazione delle rappresentazioni di entità sacre (figurative, scultoree, eccetera) è un culto pagano.
Idolatria: attribuire a opere dell’uomo una valenza divina.
Parto da questo spunto per presentare un sito che ho conosciuto i primi giorni di quest’anno: ImmaginiSacre.org, con il cui webmaster ho avuto un colorito scambio di messaggi. Io, colpito dallo squallore del sito, mi sono aggrappato all’errore ortografico che imperava (e che è ancora lì!) in prima pagina, per vedere che acque tiravano. Di seguito i cinque messaggi che ne sono scaturiti
From: Andrea Cabassi Date: 07 Jan 2007, 11:14:45 AM Subject: IMMAGINI SACRE DA STAMPARE E FARLE BENEDIRE
Buon giorno e buona domenica, sono per caso capitato sul sito in oggetto e vorrei solo far notare quanto la frase “Immagini sacre da stampare e farLE benedire”, che appare nel logo , sia grammaticalmente scorretta.
Ciao Andrea
— La sottile frontiera fra arte e vandalismo è la capacità di affascinare le proprie vittime ::::::::::::::::::::::::::::::::: www.ryo.it
From: Stefano G. Date: 07 Jan 2007, 05:13:18 PM Subject: Re: IMMAGINI SACRE DA STAMPARE E FARLE BENEDIRE
Non è per sbaglio, ma voluto, tutte le persone che come te lo notano o mentalmente o verbalmente per ricostruire la giusta frase lo ripeteranno 2 volte questo implica che dopo scaricate e stampate ci saranno maggiori possibilità che verranno benedette, perchè “l’errore” li porta a ripetere la parola “benedire” 2 volte oltre la normale lettura, quindi così gli rimane impresso o si spera e non lo dimenticano.
La sottile frontiera fra stronzaggine e amor altrui è la capacità di trasmettere qualcosa di buono.
From: Andrea Cabassi Date: 07 Jan 2007, 05:44:39 PM Subject: IMMAGINI SACRE DA STAMPARE E FARLE BENEDIRE
Stefano G. Scrive: > “l’errore” li porta a ripetere la > parola “benedire” 2 volte oltre la > normale lettura, quindi così gli rimane > impresso o si spera e non lo dimenticano. Beh, mi verrebbe solo da dire “ma vai a farti benedire!” ma vorrei che fosse chiaro l’intento ironico!
chao
> La sottile frontiera > fra stronzaggine e amor altrui > è la capacità > di trasmettere qualcosa di buono.
La sottile frontiera fra stronzaggine e umiltà è la capacità di riconoscere i propri errori e non inventarsi cazzate
Se qualcuno dal gentile pubblico volesse salire sul nostro carrozzone, per un esperimento dimostrativo, sappia che potrà trarne soltanto benefici! Il nostro tonico tonificante lubrificante ammorbidente e ammaliante, nonché cura di tutti i mali del mondo, lo renderà una persona nuova e migliore! Prego signore e signori, venite! Venite!
Ieri il dio degli amari alle erbe (compagno di merende di Bacco) ha voluto premiare i miei sforzi! Ecco, calamitata al ryorifero, la ricevuta del premio divino!
Chi mi conosce di persona starà già sghignazzando, per tutti gli altri… che aspettate a salire sul carrozzone?
Ieri sono stato al matrimonio di mio cugino. Durante la funzione ho notato che il simpatico coro proponeva pezzi sacri con arrangiamenti dal sapore moderno. Qualche volta sull’onda della versione originale, spesso però ricordavano pezzi pop & easy listening, di quelli che tutti conoscono, ma mai nessuno ricorda il titolo.
Il top, secondo me, è stato raggiunto da Il Sanctus
Non vorrei risultare poco rispettoso, sarò solamente sincero e disinteressato come al solito, non lo faccio con intenti maliziosi, e nel dubbio siete invitati a fermarvi nella lettura. Se invece ve la prenderete a male, nonostante tutto, potete anche ervifott.
Ecco i versi fondamentali del Sanctus:
Santo, santo, santo il Signore. Dio dell’universo.
I cieli e la terra sono pieni della tua gloria, Osanna nell’alto dei cieli.
Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Osanna nell’alto dei cieli.
L’arrangiamento! L’arrangiamento era il tipico da sigla dei cartoni con i robot giapponesi! Mazinga Z, Daltanious, ecc… VAI, DIO DELL’UNIVERSO!SWOSHHH!!!Saaanto saaaaanto saaaaaaantooo! Yèèè!!!Tu proteggi i cieli e la Terra da Vega!Taratattatà!!!Vola nell’alto nei cieli e spacca il culo ai Meganoidi!!! Eccezionale.
OK, il momento blasfem-oriented è terminato. Il matrimonio è andato alla grande e tutti vissero felici e contenti. (E qua parte la sigla di chiusura: scene della cerimonia e del ricevimento, e termina con tutti gli inviati che corrono verso il tramonto sul lago d’Iseo)
Vi hanno mai detto, smanettando al PC, di fare un refresh? In italico idioma è rinfrescare: suona male, aggiornare: già meglio.
Il mio PC venerdì ha fatto domanda formale perché gli facessi refresh, ma forse non ci siamo capiti tanto bene.
In realtà, stando lì, lo sentivo bene il vento che dal condizionatore andava dritto sparato al case del mio PC… ma la fotografia rende solo un quinto delle sensazioni. Per cui immaginate le linee cinetiche del vento, e ridete pure.
Fuori sento i rumori e vedo le luci di un temporale lontano, ho appena finito di scrivere A ovest, che parla proprio di questo ma in realtà di tutt’altro, e l’unica illuminazione seria della mia stanza è la fiamma di tre candele. Meno serie, computer portatile e telefono cellulare.
Candele, sicuro, quelle cose di cera con uno stoppino dentro, che accendendolo scioglie la parte superiore della cera, questa per il principio della capillarità risale lungo lo stoppino e, vaporizzata, alimenta la fiamma.
Sì, quelle che si usavano nel diecimilavanticristo, prima ancora dell’invenzione della lampada a petrolio e dell’America. Fa un certo effetto rimanere nella propria grotta a lume di candela quando fuori si scatenano gli elementi. Occorre anche un po’ di immaginazione, certo, infatti per fortuna ho evitato di appartenere a quest’ultima generazione.
Ora mi ritiro, domani sveglia presto: a caccia di cucuddrillosauri!
Non lo vedo, è nascosto, si sta nascondendo, è nel suo nascondiglio, mi teme. Si cela adeso alla parete invisibile della tazzina, ma io so che è lì.
Non potrebbe essere altrove, non avrebbe senso: lo sappiamo tutti e due. Aspetta, aspetta solo che mi distragga per fuggire via. Gli sarebbe sufficiente un solo attimo, sappiamo tutti e due anche questo.
Ma il mio primo occhio e il mio secondo occhio lo controllano attentamente, non hanno a fuoco nient’altro che il dentro della tazzina, arginato dal cucchiaino e dalla strisciata di fondo del caffè.
La prima mossa di uno di noi due sarà la decisiva.