Pagina 544 | Pos. 8340-41
l’abbondanza delle cose, anche se buone, fa che non siano pregiate, mentre la scarsezza, magari delle cattive, conferisce loro certo valore.
Pagina 567 | Pos. 8692-99
— Una delle pecche che si censurano in questa storia — disse il baccelliere — è che l’autore ci ha inserito una novella intitolata L’indagatore malaccorto; non perché sia brutta o male esposta, ma perché è fuori di luogo e non ha che vedere con la storia del signor don Chisciotte. — Scommetto — rispose Sancio — che quel figliol d’un cane ha fatto tutt’una minestra. — Dico allora — sentenziò don Chisciotte — che non già un dotto è stato l’autore della mia storia, ma qualche ignorante cicalone che si mise a scriverla alla babbalà, senz’alcuna riflessione, come faceva Orbaneja, il pittore di Úbeda, il quale, a chi gli domandava cosa dipingeva, rispondeva: «Quel che ne viene». Se un gallo, lo dipingeva in modo tale e così difforme che bisognava ci scrivesse accanto, a grandi caratteri: «Questo è un gallo». E così dev’essere della mia storia, che avrà bisogno di commento per poterla capire.
Pagina 569 | Pos. 8711-13
nella commedia il carattere che richiede più abilità è quello del babbeo30 perché non deve essere punto uno sciocco colui che vuol dare a credere di esserlo.
Pagina 570 | Pos. 8726-27
Dico quindi che è grandissimo rischio quello a cui si mette chi stampa un libro, essendo assolutamente impossibile comporlo in modo da soddisfare e contentare tutti quelli che lo abbiano a leggere.
Pagina 571 | Pos. 8753-54
In tale dirotto e lamentoso pianto proruppi io allora che se l’autore della nostra storia non l’ha messo, faccia pur conto di non aver messo nulla di bello.
Pagina 572 | Pos. 8766
ognuno è come Dio l’ha fatto e spesso spesso è magari peggio.
Pagina 573 | Pos. 8772-73
certuni dicono: «Mai seconde parti furon buone»
Pagina 574 | Pos. 8794-95
fra i due estremi, codardia e temerità, c’è quel di mezzo, cioè, la prodezza.
Pagina 576 | Pos. 8831-34
Il traduttore di questa storia, giunto a scrivere questo quinto capitolo, dice che lo ritiene apocrifo, perché Sancio Panza vi parla in modo diverso da quello che ci si poteva ripromettere dalla sua limitata intelligenza e vi dice cose tanto sottili da non creder possibile che potesse saperle; dice però che non volle tralasciare di scriverlo per compiere tutto il dovere dell’incarico commessogli.
Pagina 578 | Pos. 8856-57
Il miglior condimento che ci sia è la fame; e siccome questa ai poveri non manca mai, sempre mangiano di gusto.
Pagina 579 | Pos. 8868-69
— Regolatevi, Sancio, secondo la vostra condizione — rispose Teresa; — non vogliate essere da più di quel che siete e ricordate il proverbio che dice: «Moglie e ronzino pigliali dal vicino».
Pagina 583 | Pos. 8926
vestilo a modo che non faccia vedere quel che è ma appaia quel che dev’essere.
Pagina 583 | Pos. 8929-30
Tuttavia vi dico un’altra volta di fare quel che vi piacerà, ché noi donne siamo nate con questo peso, cioè, di star soggette ai nostri mariti, anche che siano di gran carciofi.
Pagina 587 | Pos. 9001
non fa felice il possessore delle ricchezze il possesso di esse ma lo spenderle,
Pagina 591 | Pos. 9047-60
Mentre intanto don Chisciotte e Sancio stettero chiusi insieme, ebbero luogo fra loro i discorsi che la storia riferisce quanto mai esattamente e fedelmente. Disse Sancio al padrone: — Signore, io ho già addotto mia moglie a lasciarmi venire con vossignoria dove vorrà condurmi. — Indotto devi dire, Sancio — disse don Chisciotte — e non addotto. — Già un paio di volte — rispose Sancio, — se mal non mi ricordo, ho pregato vivamente vossignoria di non correggermi le parole, quando ha capito quello che con esse voglio dire; quando poi non le capisce, dica: «Sancio (o diavolo), non ti capisco che se io non saprò spiegarmi, allora potrà correggermi; poiché io sono tanto fòcile… — Non ti capisco, Sancio — disse subito don Chisciotte — perché non so cosa vuol dire «sono tanto fòcile». — Tanto fòcile vuol dire — rispose Sancio — sono tanto così. — Ora meno che mai ti capisco — replicò don Chisciotte. — Allora, se non mi può capire — rispose Sancio, — non so come devo dire; non so dir altro, e che Dio mi aiuti. — Ah, ecco, ora ci ho dato — esclamò don Chisciotte: — tu vuoi dire che sei tanto docile, arrendevole, trattabile, che tu seguirai quello che io t’abbia a dire e ti sottoporrai a quel ch’io t’abbia a insegnare. — Io scommetto — disse Sancio — che alla prima vossignoria era penetrato nel mio pensiero e m’aveva capito; senonché ha voluto confondermi per sentirmi dire un’altra filza di strafalcioni. — Potrebb’essere — replicò don Chisciotte.
Pagina 599 | Pos. 9181-82
È vero, sì, che sono un po’ malizioso e che ho qualche spunto di briccone, ma tutto ricopre e para il gran mantello della mia ingenuità, sempre naturale e mai artificiosa.
Pagina 601 | Pos. 9214-18
Dobbiamo uccidere nei giganti la superbia, vincere l’invidia con la generosità e con la bontà di cuore, l’ira col portamento calmo e con la serenità dell’animo, la gola e il sonno con quel poco che mangiamo e con quel molto che vegliamo, la lussuria e la lascivia con la lealtà che serbiamo a quelle che abbiamo elette a signore dei nostri pensieri, la pigrizia col percorrere del mondo ogni parte in cerca delle occasioni le quali valgano a farci e ci facciano, oltre che cristiani, celebrati cavalieri. Ecco, o Sancio, con quali mezzi si ottiene la maggiore lode che seco porta la buona fama.
Pagina 604 | Pos. 9258
Giunto il momento stabilito, entrarono nella città, dove avvennero loro cose che possono dirsi proprio cose.
Pagina 606 | Pos. 9288-97
— Starò zitto — rispose Sancio; — ma come poter sopportare con pazienza che vossignoria pretenda che per una volta sola che ho veduto la casa della nostra padrona, la debba riconoscere poi sempre e ritrovarla a mezzanotte, mentre non la ritrova vossignoria che deve averla veduta migliaia di volte? — Tu mi vuoi far disperare, Sancio — disse don Chisciotte. — Senti qui, manigoldo: non t’ho detto le mille volte che in tutta la vita mia non ho mai veduto la incomparabile Dulcinea né mai ho passato le soglie del suo palazzo e che soltanto sono innamorato per sentita dire e per la tanta fama che ella ha di bella e di saggia? — Lo sento ora — rispose Sancio; — e posso affermare che se non l’ha mai vista vossignoria, ebbene, nemmeno io. — Ciò non può essere — replicò don Chisciotte; — ché, per lo meno, tu già mi dicesti che l’avevi veduta vagliare il grano, quando mi recasti la risposta alla lettera che le mandai per te. — Non ci faccia caso, padrone — rispose Sancio; — perché le fo sapere che il fatto d’averla veduta e la risposta che le portai fu pure per sentita dire, e che io tanto so chi è la signora Dulcinea quanto saprei dare un pugno in cielo.
Pagina 612 | Pos. 9372-76
Questo soliloquio fece tra sé Sancio, e la conclusione che ne cavò fu che tornò a dirsi: — Orbene, a tutto c’è rimedio meno che alla morte, sotto il giogo della quale tutti si deve passare, per quanto, quando la vita finisce, ci dispiaccia. Questo mio padrone ho visto da mille prove che è un matto da legare, e anche io, del resto, non gli rimango punto indietro, perché, se è vero il proverbio che dice «dimmi con chi vai e ti dirò chi sei» e l’altro «non donde nasci, ma donde pasci», sono più matto di lui perché lo seguo e lo servo.
Pagina 616 | Pos. 9433-35
voglia tu darmi uno sguardo carezzevole e amoroso, sì che tu osservi in questa sommissione e in questo mio stare genuflesso dinanzi alla tua svisata bellezza, l’umiltà, con cui ti adora l’anima mia. — All’anima de mi’ nonno! — rispose la contadina.
Pagina 631 | Pos. 9666-68
— Chi va là? Qual essere umano? È, per caso, del numero dei felici o degli infelici? — Degli infelici — rispose don Chisciotte. — Allora si accosti a me — seguitò colui dal Bosco, — e faccia pur conto di accostarsi alla tristezza e alla infelicità in persona.
Pagina 634 | Pos. 9710-11
deve sapere vossignoria che, con tutto che io possa parere un uomo, per la chiesa io sono una bestia.
Pagina 635 | Pos. 9726-35
— Son doti coteste — rispose quel del Bosco — non solo per divenire contessa, ma anche ninfa del verde bosco. Oh, troia d’una troia, come dev’essere robusta la briccona! Al che rispose Sancio, alquanto stizzito: — Né troia lei né mai lo fu sua madre, né lo saranno mai nessuna delle due, a Dio piacendo, finché io viva. E si parli con un po’ più di garbo. Per essere vossignoria venuto su fra cavalieri erranti, che sono la cortesia in persona, non mi sembrano molto a posto queste parole. — Oh, come se ne intende poco, signor scudiero, in fatto di complimenti! Ma come non sapere che quando qualche valoroso cavaliere assesta un buon colpo di lancia al toro nel circo, o quando qualcuno fa una cosa proprio a modo si suol dire comunemente: Figlio d’una troia, com’è stato bravo!, e che ciò che in quella espressione sembra oltraggio, è invece alta lode? Anzi, signor mio, voi dovete repudiare quei figli o figlie che non compiono opere da meritare che ai loro genitori vengan fatti complimenti di simil genere. — Sì, li repudio — rispose Sancio; — e pertanto vossignoria potrebbe rovesciare su di me, sui miei figlioli e su mia moglie tutto un troiaio, appunto per questo, perché quanto essi fanno e dicono è sommamente degno di lode siffatta.
Pagina 653 | Pos. 10000-10004
— In verità, signor Sansone Carrasco, c’è toccato quel che ci si meritava: è facile pensare e accingersi a un’impresa, ma è difficile il più spesso uscirne bene. Don Chisciotte matto, noi savi, ma intanto lui se ne va sano e ridendo; vossignoria è pesto e contristato. Vediamo un po’, ora dunque: chi è più matto? colui che è tale perché deve essere così, o colui che è tale perché così vuole lui. Al che rispose Sansone: — Il divario che c’è fra questi due matti è che quegli il quale è tale per forza sarà sempre tale, mentre quegli che è matto per suo piacimento cesserà d’esserlo quando vorrà.
Pagina 657 | Pos. 10063-76
— Se quest’aspetto che vossignoria ha notato in me le avesse, per essere sì strano e sì fuori dell’ordinario, destato maraviglia non me ne maraviglierei già io; ma cesserà di esserne sorpresa quando io le dica, come le dico, che sono cavaliere Di quei che il popol dice Che a lor venture van. Sono uscito dalla mia patria, ho impegnato i miei averi, ho lasciato ogni mia agiatezza e mi son dato in braccio alla Fortuna perché mi menasse dove più le piacesse. Ho voluto richiamare in vita la già morta cavalleria errante ed è ormai più e più tempo che, inciampando qui, cadendo là, venendo giù a capofitto qua e rialzandomi costà, ho adempiuto gran parte del mio desiderio, soccorrendo vedove, proteggendo donzelle e prestando assistenza a maritate, a orfani e a pupilli; proprio e naturale compito questo dei cavalieri erranti: cosicché, per le mie valorose, numerose e cristiane imprese ho meritato di andar già per le stampe fra tutte o quasi tutte le nazioni del mondo. Trentamila volumi sono stati stampati della mia storia79 ed è ben sulla via di essere stampata trentamila migliaia di volte se il cielo non ci mette riparo. Insomma, per dirla in poche parole, o meglio, in una parola sola, sappiate che io sono don Chisciotte della Mancia, per altro nome chiamato il Cavaliere dalla Triste Figura. E avvegnaché il lodarsi per sé stesso sia un abbassarsi, mi è pur giocoforza talvolta fare io le mie lodi, ben inteso quando non si trovi presente chi me le faccia. Per il che, signor gentiluomo, né questo cavallo, né questa lancia, né questo scudo e scudiero, né tutte insieme queste armi, né il giallore della mia faccia, né la mia sparuta magrezza vi potrà d’ora in avanti suscitar maraviglia, avendo ormai saputo chi sono e quale è la mia professione.
Pagina 659 | Pos. 10095-97
Ho un sei dozzine di libri, quali in volgare e quali in latino, certuni di storia e cert’altri di devozione: libri di cavalleria hanno ancora a passare le soglie di casa mia. Sfoglio di preferenza i profani che i devoti, purché di onesto trattenimento, dilettino con la lingua elegante e suscitino ammirazione e interesse per l’invenzione, sebbene pochi ce ne sia di questi in Ispagna.
Pagina 660 | Pos. 10113-15
Potrà avere un diciotto anni; sei è stato agli studi a Salamanca, dove ha imparato le lingue latina e greca, e quando io volli che passasse a studiare altre discipline, lo trovai così trasportato per quella della poesia (se pur si può chiamare disciplina), che non è possibile fargli affrontare quella delle leggi che io desidererei studiasse, e neanche la regina di tutte, cioè, la teologia.
Pagina 662 | Pos. 10139-41
il grande Omero non scrisse in latino perché era greco, e Virgilio non scrisse in greco perché era latino. In conclusione, tutti i poeti antichi scrissero nella lingua che succhiarono col latte e non andarono a cercare le straniere per esprimere i loro alti concetti.
Pagina 665 | Pos. 10184-86
— Che sarà mai, o Sancio, che pare che mi si rammolisca la testa o mi si squaglino le cervella o ch’io sudi tutto da capo a piedi? E se sudo, davvero che non è per paura. Senza alcun dubbio, terribile è l’avventura che ora sta per accadermi. Dammi, se ce l’hai, con che mi possa pulire, poiché il sudore profuso mi acceca.
Pagina 665 | Pos. 10192-96
Potevo io aver l’ardire di sporcare l’elmo di vossignoria? L’avete trovato, sì proprio, chi si azzarderebbe! In fede mia, signore, per quel che Dio mi fa capire, anch’io ci devo avere degli incantatori che mi perseguitano come creatura e membro di vossignoria: avranno essi messo costì cotesto sudiciume per muoverla ad ira e far sì che, al solito, mi pesti l’ossa. Però questa volta davvero che l’han fatta bassina; perché fido sul buon senso del mio signore, il quale vorrà riflettere che non ho ricotte io, né latte né altra cosa consimile e che se le avessi le avrei piuttosto messe nello stomaco che nella celata.
Pagina 668 | Pos. 10238-41
— Veda, signor mio — diceva Sancio — che qui non c’è incantagione né cosa consimile, perché ho visto io attraverso le sbarre e gl’interstizi della gabbia un’unghia di leone vero, e da essa argomento che quel leone di cui dev’essere quell’unghia, è più grande d’una montagna. — La paura — rispose don Chisciotte — te lo farà parere per lo meno più grande della metà del mondo. Ritirati, Sancio, e lasciami stare.
Pagina 675 | Pos. 10349-52
Qui l’autore descrive ogni particolare della casa di don Diego, ritraendoci così quello che ha in sé una casa di nobiluomo campagnolo e ricco; ma al traduttore parve opportuno tralasciare queste ed altre simili minuzie, perché non bene concordavano col proposito principale della storia, la quale più si rafforza della verità che delle fredde digressioni.
Pagina 677 | Pos. 10374-78
dica vossignoria: che versi sono quelli che ora ha per le mani e che mi ha detto il suo signor padre, lo fanno essere alquanto irrequieto e distratto? Che se è qualche «glossa», io me n’intendo un po’ in fatto di glosse, e sarei lieto di conoscerli; e se sono per alcuna gara letteraria, cerchi vossignoria di avere il secondo premio, perché il primo lo riporta sempre il favore oppure la cospicua condizione sociale della persona; il secondo lo riporta la pura giustizia; così il terzo viene a esser secondo, e il primo, contando in questo modo, sarà il terzo,
Pagina 681 | Pos. 10441-43
Non pare forse strano che, a quanto si dice, don Lorenzo gongolasse di gioia al sentirsi lodare da don Chisciotte, che pure riteneva per matto? Oh, potenza della adulazione, come tu arrivi lontano e come estesi sono i confini del tuo piacevole dominio!
Pagina 685 | Pos. 10497
le ricchezze hanno il potere di saldare molte crepe.
Pagina 688 | Pos. 10535-38
— Dio ci metterà riparo — disse Sancio; — perché Dio manda il male e poi la medicina; nessuno sa quel che sarà; di qui a domani ci sono molte ore, e in un’ora, magari in un momento, vien giù la casa; io ho visto piovere e splendere il sole quasi a un medesimo punto; tal si corica sano la sera che non si può muover la mattina. Mi dica un po’: c’è forse chi possa vantarsi di aver inchiodato la ruota della fortuna? No, di certo; e tra il sì e il no d’una donna io non m’arrischierei a mettere la punta d’uno spillo, perché non c’entrerebbe.
Pagina 688 | Pos. 10542-46
— Oh! quando non mi si capisce — rispose Sancio — non c’è da farsi maraviglia se le mie sentenze son ritenute per spropositi. Ma non importa: mi capisco io da me, e so di non aver detto tante scempiaggini in quel che ho detto; soltanto che vossignoria, padron mio, mi fa sempre il friscale in quel che dico e anche in quel che faccio. — Fiscale devi dire — gli osservò don Chisciotte; — e non friscale, travisatore del corretto parlare, che Dio ti confonda!
Pagina 689 | Pos. 10554-55
Io, signori, indegnamente, ho studiato diritto canonico a Salamanca e mi picco un po’ di sapermi spiegare con parole terse, semplici ed espressive.
Pagina 696 | Pos. 10667-71
E bello gli parve pure un altro che entrò, di fanciulle quanto mai avvenenti, così giovani che, a quanto sembrava, nessuna aveva meno di quattordici anni e non giungeva a diciotto, tutte vestite di pannolano verde, con le chiome parte a trecce e parte disciolte, e bionde talmente da poter gareggiare con i raggi del sole; sulle quali inoltre portavano ghirlande intessute di gelsomini, di rose, di amaranti e di madreselva. Le guidava un venerando vecchio e una matrona attempata, più agili e svelti tuttavia che non promettesse la loro età.
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— Non si possono né debbono chiamare inganni — disse don Chisciotte — quelli che hanno di mira uno scopo onesto;
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mi tastai il capo e il petto per accertarmi se ero proprio io quello che era lì o qualche fallace fantasma con le mie parvenze. Il tatto però, il sentimento, i discorsi ragionati che facevo dentro di me mi cerziorarono che io ero lì allora quello stesso che sono qui ora. Mi
Pagina 717 | Pos. 10994-96
mi tastai il capo e il petto per accertarmi se ero proprio io quello che era lì o qualche fallace fantasma con le mie parvenze. Il tatto però, il sentimento, i discorsi ragionati che facevo dentro di me mi cerziorarono che io ero lì allora quello stesso che sono qui ora.
Pagina 736 | Pos. 11286-95
«È mai possibile, compare, che non sia stato il mio asino quello che ha ragliato?». «No, sono stato io» rispose l’altro. «Allora devo dire» soggiunse il padrone «che da voi a un asino non c’è proprio differenza, quanto a ragliare; perché in vita mia non ho visto né udito nulla di più preciso». «Coteste così calde lodi» rispose colui che aveva fatto il piano «meglio toccano e riguardano voi che me, compare; perché, per quel Dio che m’ha creato, potete dare due ragli di vantaggio al migliore e più esperto ragliatore del mondo: il tono che avete è alto, la voce è ben sostenuta a tempo e misura, e le ultime note fitte e rapide: insomma, io mi dò per vinto, vi cedo la palma e vi consegno la bandiera di questa rara capacità». «Allora devo dire» rispose il padrone dell’asino, «che mi riterrò e mi stimerò da più, d’ora in poi, e mi darò a credere di pur sapere qualcosa, dal momento che ho qualche bella qualità, giacché, quantunque credessi di ragliare bene, mai però mi pensavo di arrivar alla perfezione che voi dite». «Ed anch’io ora dirò», rispose il secondo, «che ci sono nel mondo delle rare capacità che vanno perdute e che sono male impiegate in gente che non sanno valersene». «Le nostre però» rispose il padrone dell’asino , «se non sia in casi simili a quello che abbiamo tra mano, non ci possono servire in altro e anche Dio voglia che ora ci siano di vantaggio».
Pagina 745 | Pos. 11411-13
Sedutisi, dunque, di fronte al quadro scenico e rimasti alcuni in piedi di quanti si trovavano nella locanda, accomodatisi nei posti migliori don Chisciotte, Sancio, il paggio e il cugino di Basilio, l’interprete cominciò a dire quel che sentirà e vedrà chi caso mai sentirà o leggerà il seguente capitolo.
Pagina 754 | Pos. 11555-58
Cide Hamete, cronista delle presente grande storia, comincia questo capitolo con queste parole: «Giuro come cristiano cattolico…»; al che il suo traduttore osserva che il giurare Cide Hamete come cristiano cattolico essendo egli, quale senza dubbio era, Moro, altro non volle significare se non che, nel modo stesso che il cristiano cattolico quando giura, giura o deve giurare la verità e di dire la verità in ciò che abbia a dire, così, come se giurasse da cristiano cattolico, la diceva lui in quello che intendeva scrivere di don Chisciotte,
Pagina 757 | Pos. 11604-5
Don Chisciotte, vedendosi guardare così attentamente, volle, senza che nessuno gli parlasse né gli domandasse nulla, approfittare di quel loro silenzio; perciò, rompendo il suo, ad alta voce disse:
Pagina 775 | Pos. 11871-76
— Bella signora, quel cavaliere che si vede laggiù, chiamato il Cavaliere dai Leoni, è il mio padrone e io sono il suo scudiero che a casa sua si chiama Sancio Panza. Cotesto Cavaliere dai Leoni che non molto tempo fa si chiamava il Cavaliere dalla Triste Figura, manda a dire per mio mezzo a Vostra Grandezza che si compiaccia di dargli licenza che, con volontà, beneplacito e consenso suo, egli venga ad effettuare il desiderio che ha e che altro non è, a quanto egli dice e io credo, di servire la vostra sublime altitudine e bellezza; che se vossignoria gliela darà farà cosa che ridonderà in bene suo, e lui riceverà un favore segnalatissimo e tanto piacere.
Pagina 778 | Pos. 11929-31
Non si fece pregare Sancio che, ficcatosi in mezzo ai tre, fece da quarto nella conversazione, con molto gradimento della duchessa e del duca, i quali ebbero a gran ventura ricevere nel loro castello tale cavaliere errante e tale scudiero errato.
Pagina 783 | Pos. 11991-94
Non capisci, dappoco che tu sei e sventurato ch’io sono, che se vedono che sei uno zoticone o un baggiano divertente, si crederà ch’io sia un qualche cerretano o un qualche cavaliere d’industria? No, no, caro Sancio, fuggi fuggi questi inciampi, poiché chi si lascia andare ad esser ciarliero e a fare il lepido, al primo sgambetto ruzzola e mi doventa un buffone sguaiato.
Pagina 788 | Pos. 12069-71
Attento stette don Chisciotte a sentire le parole di quel rispettabile personaggio, e or vedendo che aveva finito, senza soggezione del duca e della duchessa, con sembiante indispettito, sconvolto in viso, si drizzò in piedi e disse…: Ma questa risposta merita un capitolo a sé.
Pagina 788 | Pos. 12077
l’arma della gente di toga è la stessa della donna, vale a dire la lingua,
Pagina 799 | Pos. 12241-45
Inoltre, voglio che le signorie vostre sappiano che Sancio Panza è uno dei più divertenti scudieri che mai servì cavaliere errante: alle volte ha certe ingenuità così argute che è non piccolo piacere il cercar di capire se è un semplicione o uno spirito sottile: ha delle malizie che ci sarebbe da bollarlo per birbante e certe sbadataggini che davvero lo farebbero ritenere balordo; dubita di tutto e crede tutto; mentre penso che sta per raggiungere il fondo della scempiaggine, ecco che vien fuori con qualcosa di così assennato che lo inalza al cielo. Insomma, io non lo baratterei con un altro scudiero neanche se mi si desse, per giunta, una città:
Pagina 800 | Pos. 12265-67
La mia barba è pulita e non ho bisogno d’essere rinfrescato così: chi mi si accosta per lavarmi o a toccarmi un pelo della testa, cioè, della barba, gli darò, parlando col dovuto rispetto, un tal cazzotto da lasciargli il pugno della mano incastrato nel cervello;
Pagina 804 | Pos. 12315-17
ritengo il mio signore don Chisciotte per pazzo da legare, quantunque a volte dica delle cose che, a parer mio e di quanti lo ascoltano, sono tanto assennate e avviate per sì dritta rotaia che Satana stesso non potrebbe dirle meglio; pur nondimeno, sinceramente e senza punto titubare, ho la convinzione che è matto.
Pagina 809 | Pos. 12391-95
— Veramente, signora — rispose Sancio, — in vita mia non ho mai bevuto per vizio; per sete, lo ammetto volentieri, giacché non so fingere per nulla; bevo quando ne ho voglia e anche quando non ne ho, e quando me ne danno per non sembrare schizzinoso o maleducato; perché, a un brindisi di un amico, quale cuore ci sarà mai così duro da non contraccambiarvi? Io però, se pur metto il becco in molle, non perdo l’erre e l’alfabeto; tanto più che gli scudieri dei cavalieri erranti quasi ordinariamente bevono acqua, perché vanno sempre per foreste, selve e prati, montagne e dirupi, senza trovar mai un gocciolino di vino, a pagarlo un occhio.
Pagina 810 | Pos. 12408-11
— Sancio — disse la duchessa — se lo porti con sé al governo, e là potrà trattarlo con tutti i riguardi che vorrà, e magari metterlo a riposo e pensionarlo. — Non creda, signora duchessa, d’averla detta grossa — disse Sancio; — perché ho visto io andare al governo più d’un somaro; perciò, se io vi portassi il mio non sarebbe poi cosa nuova.
Pagina 815 | Pos. 12494-97
— Giuro su Dio e sulla mia coscienza — rispose il diavolo — che non ci avevo badato; in tante cose è distratta la mia mente che mi scordavo proprio della più importante per la quale venivo. — Senza dubbio — disse Sancio — questo demonio dev’essere una persona dabbene e buon cristiano; se così non fosse, non avrebbe detto «giuro su Dio e sulla mia coscienza». Per me ritengo adesso che anche all’inferno dev’esserci della brava gente.
Pagina 824 | Pos. 12633-36
Per ora, acconsentite una buona volta a questa penitenza, che, credetemi, vi sarà di gran giovamento, così per l’anima come per il corpo: per l’anima, per via della carità con cui la farete; per il corpo, perché io so che siete di complessione sanguigna, sì che non vi potrà far male cavarvi un po’ di sangue. — Quanti medici c’è nel mondo! perfino gl’incantatori son medici! — rispose Sancio;
Pagina 836 | Pos. 12812-13
Tranquilli tutti e in gran silenzio, stavano ad aspettare chi lo avrebbe rotto;
Pagina 836 | Pos. 12816-20
Prima però che ella sia bandita sulla piazza del vostro udito (per non dire orecchi), vorrei che mi si facesse consapevole se in questa accolta, riunione o compagnia havvi l’immacolatissimo cavaliere don Chisciotte della Mancissima e il suo scudierissimo Panza. — Il Panza — disse Sancio, prima che altri rispondesse — il Panza c’è, e il don Chisciottissimo anche; cosicché potrete, addoloratissima maggiordomissima, dire ciò che vi parissima, ché tutti siamo pronti e dispostissimi a essere vostri servitorissimi161.
Pagina 837 | Pos. 12821-25
— Se i vostri travagli, trambasciata signora, ponno mai ripromettersi speranza alcuna di lenimento dal valore o dalle forze di qualche cavaliero errante, eccovi qui le mie che, tuttoché deboli e insufficienti, tutte saranno adoperate in vostro servigio. Io sono don Chisciotte della Mancia, professione del quale è soccorrere ogni sorta di bisognevoli. Or ciò così essendo, come è in fatto, non v’è d’uopo, signora, cattivare benevolenze né cercare preamboli, bensì di pianamente e senza avvolgimenti di parole, esporre i vostri mali; ché vi ascoltano orecchie le quali sapranno, se non ripararli, sentirne doglianza.
Pagina 839 | Pos. 12865-67
Un’altra volta poi cantò: Vieni, o morte, inavvertita Ch’io non senta il tuo venir, Ché il piacere del morir Non mi torni a dar la vita164.
Pagina 841 | Pos. 12886-87
una scritta, che la principessa gli aveva fatto, di essere sua sposa; scritta dettata da me con sì gran forza che neanche quella di Sansone avrebbe potuto romperla.
Pagina 842 | Pos. 12897-900
Del qual fatto la regina donna Magonza, madre della principessa Antonomasia, sentì sì grande sdegno che nel termine di tre giorni la fu seppellita. — Senza dubbio, dovette esser morta — osservò Sancio. — È chiaro! — rispose Triffaldino; — perché in Candaia non si seppelliscono le persone vive, ma le morte.
Pagina 844 | Pos. 12929-32
Fosse piaciuto al cielo che ci avesse scapezzato con quella smisurata scimitarra anziché adombrarci lo splendore dei volti con questo pelame; perché, signori miei (e quello che son ora per dire vorrei dirlo versando dagli occhi due fonti di pianto, ma il pensiero della nostra disgrazia e i fiumi di lacrime che già ne sono scorgati li hanno asciutti e inariditi come rèste; cosicché lo dirò senza lacrime) perché, a pensarci bene, dove mai, domando io, potrà presentarsi una maggiordoma barbuta?
Pagina 855 | Pos. 13104-5
Bendati, bendati, bestia, pusillanime, e non paia nelle tue parole, almeno in presenza mia, la paura che hai.
Pagina 861 | Pos. 13194-96
Insomma, questa fu la fine dell’avventura della Matrona Desolata; avventura che dette motivo di risa al duca e alla duchessa, non solo per allora, ma per tutta la vita; e materia di racconto a Sancio per secoli, se secoli fosse vissuto.
Pagina 865 | Pos. 13259-61
«Vedi, Sancio, se tu hai per punto di mira la virtù e riponi ogni vanto nel compiere azioni virtuose, non c’è di che invidiare coloro che compiono azioni degne di principi e di gran signori; perché il sangue si eredita, ma la virtù si acquista, e la virtù vale di per sé quel che il sangue non vale.
Pagina 866 | Pos. 13269
di tutto ciò che la moglie del giudice accetterà, dovrà il marito risponderne
Pagina 866 | Pos. 13276-77
«Se mai tu abbia a far piegare la bacchetta della giustizia, non sia già col peso del donativo, ma con quello della compassione186.
Pagina 867 | Pos. 13283-86
«L’accusato che eventualmente cada sotto la tua giurisdizione consideralo quale un misero, soggetto alle condizioni della depravata natura umana, e per quanto possa dipendere da te, senza far torto alla parte avversa, mostrati pietoso e mite con lui; perché, quantunque gli attributi di Dio siano tutti gli stessi, più risplende e spicca ai nostri occhi quello della misericordia che quello della giustizia.
Pagina 869 | Pos. 13312-13
il troppo vino né serba segreti né mantiene promesse.
Pagina 870 | Pos. 13328-30
— Ma, benone, Sancio! — disse don Chisciotte. — Incastra, infilza, infila proverbi che tanto nessuno te lo impedisce. Mia madre me le dà, ed io seguito a prendermene giuoco191.
Pagina 871 | Pos. 13345-46
di tutto quell’altro ammorsellato, di tutto quel pasticcio e guazzabuglio non me ne ricordo né me ne ricorderò più che delle nuvole dell’anno passato:
Pagina 871 | Pos. 13348-51
— Ah, povero me! — rispose don Chisciotte; — come sta male ai governatori il non saper leggere né scrivere! Perché devi sapere, Sancio, ché il non sapere taluno leggere o l’essere taluno mancino fa supporre una delle due cose; cioè, o che nacque da genitori di troppo umile e bassa condizione, o che egli è stato così scioperato e tristo ché né il buon uso né il buon sapere poterono far presa in lui192.
Pagina 878 | Pos. 13451-53
Si spogli vossignoria e si vesta da se solo e a suo modo, come e quando voglia, che non ci sarà chi glielo impedisca, giacché in camera sua troverà i recipienti che occorrono a chi dorme con la porta chiusa, affinché nessun bisogno naturale lo costringa ad aprirla.
Pagina 912 | Pos. 13975-76
legge e scrive come un maestro di scuola e sa far di conto da quanto un avaro.
Pagina 926 | Pos. 14196-99
CAPITOLO L NEL QUALE SI RIVELA CHI FOSSERO GL’INCANTATORI E CARNEFICI CHE FRUSTARONO LA MAGGIORDOMA E PIZZICOTTARONO E GRAFFIARONO DON CHISCIOTTE; NONCHÉ COSA ACCADDE AL PAGGIO CHE PORTÒ LA LETTERA A TERESA PANZA, MOGLIE DI SANCIO PANZA
Pagina 927 | Pos. 14209-10
gli oltraggi che vanno direttamente a ferire nelle donne la pretesa d’esser belle, grandemente risvegliano in loro la rabbia e accendono il desiderio di vendicarsi.
Pagina 929 | Pos. 14243-44
— Me la legga vossignoria illustrissima — disse Teresa; — perché io, ben so filare, ma non so leggere una maledetta.
Pagina 936 | Pos. 14344-46
Il paggio ricusò l’invito, ma pure dovette finalmente accettare per il suo meglio, e il curato volentieri lo condusse seco per avere agio di domandargli di don Chisciotte e delle sue imprese.
Pagina 941 | Pos. 14427-28
Io sono stato un po’ indisposto, causa certe graffiature di gatti che m’ebbi, con non molto vantaggio del mio naso; ma non fu nulla, poiché se ci sono incantatori che mi malmenano, pur ce ne sono altri a difendermi.
Pagina 946 | Pos. 14505-6
vorrei che prima di squagliarvi sfidaste questo villano ostinato e gl’ingiungeste di sposar mia figlia, in adempimento della parola che di essere suo marito le aveva dato avanti di ruzzare con lei;
Pagina 949 | Pos. 14546
una volta che ciò sia, come infatti è, dica pure ognuno quel che voglia;
Pagina 951 | Pos. 14582-85
Il consiglio lo incaricò di dipingere lo stemma di Sua Maestà sulla porta della casa comunale; egli chiese due ducati, gli furono dati anticipatamente, lavorò otto giorni, in capo ai quali non aveva dipinto nulla e disse che non riusciva a dipingere simili bazzecole; restituì il denaro e tuttavia si è ammogliato con la pretesa di essere un artista: vero è che ha già lasciato il pennello e preso la zappa e va, signore qual è, a lavorare in campagna.
Pagina 953 | Pos. 14602-6
«Pensare che le cose di questa vita abbiano da durar sempre ferme in un punto è pensare inutilmente; sembra anzi che la vita giri tutto a tondo, vo’ dire torno torno: la primavera segue l’estate, l’estate l’autunno, l’autunno segue l’inverno, l’inverno la primavera, e così torna il tempo a roteare ininterrottamente; sola la vita umana corre alla sua fine più veloce del vento, senza aspettare di rinnovarsi, se non sia nell’altra che non ha confini che la limitino».
Pagina 955 | Pos. 14635-36
Rimase lì come una tartaruga chiusa e ravvolta nel suo guscio o come un quarto di porco salato messo a rimpresciuttirsi fra due madie, ovvero come una barca che ha dato in secco sull’arena.
Pagina 969 | Pos. 14851-53
In siffatto modo si doleva Sancio Panza, e il suo asino lo ascoltava senza rispondergli parola alcuna: tanta era l’oppressione e l’angoscia in cui si trovava il poveretto.
Pagina 971 | Pos. 14888
don Chisciotte sono — rispose questi: — colui che professa di soccorrere e di aiutare nelle loro necessità i vivi e i morti.
Pagina 972 | Pos. 14892-93
giuro, signor don Chisciotte della Mancia, che io sono il suo scudiero Sancio Panza e che mai una volta son morto in tutta la mia vita;
Pagina 973 | Pos. 14913
dicano quel che vogliano, ché voler legare la lingua dei maldicenti è lo stesso che volere ammattonare il mare.
Pagina 977 | Pos. 14975-79
Sembra che stando egli a guardare la sua nemica, questa gli parve la più bella donna che avesse mai veduto in vita sua, sì che il fanciullo ciecolino che suol chiamarsi comunemente Amore in questo nostro mondo, non volle perdere l’occasione che si offriva di trionfare d’un’anima staffieresca e di metterla nella lista dei suoi trofei; perciò, avvicinandosegli garbatamente senza esser visto da alcuno, gli conficcò, al povero staffiere, nel lato sinistro, un dardo lungo due canne che gli trafisse il cuore da parte a parte. E poté farlo con tutta sicurezza, perché Amore è invisibile ed entra ed esce di dove vuole, senza che nessuno gli chieda conto di quel che fa.
Pagina 980 | Pos. 15020-22
tutti acclamarono per vincitore don Chisciotte, ma la maggior parte rimasero male e dispiacenti al vedere che i tanto attesi campioni non s’erano fatti a pezzi; appunto come rimangono male i ragazzi quando l’atteso condannato alla forca non viene fuori, perché gli hanno perdonato o l’offeso ovvero la giustizia.
Pagina 985 | Pos. 15092-99
— La libertà, Sancio, è uno dei più preziosi doni che i cieli abbiano mai dato agli uomini; né i tesori che racchiude la terra né che cuopre il mare sono da paragonare ad essa; per la libertà, come per l’onore, si può e si deve mettere a repentaglio la vita; la schiavitù invece è il peggiore dei mali che agli uomini possano toccare. Dico questo o Sancio, perché bene hai veduto il ristoro e l’abbondanza che s’è goduto in questo castello che ora lasciamo; ebbene, fra tanti squisiti banchetti, pur con tutte quelle bevande ghiacce come neve, a me pareva di trovarmi fra le strette della fame, perché non ne godevo con libertà con cui ne avrei goduto se fossero state cose mie, in quanto che gli obblighi di avere a ripagare i benefici e i favori ricevuti sono vincoli che non lasciano risaltare l’animo indipendente. Beato colui al quale il cielo dette un tozzo di pane senza che gli resti l’obbligo di esserne grato ad altri che al cielo stesso!
Pagina 996 | Pos. 15271-73
— Fermatevi e aspettate, marmaglia malandrina, che un cavaliero vi attende da solo, il quale non è già per sua indole proclive all’opinione di coloro che dicono «a nemico che fugge, ponti d’oro!».
Pagina 997 | Pos. 15288
Io, Sancio, nacqui per vivere morendo, e tu per morire mangiando.
Pagina 998 | Pos. 15296-97
Dia retta a me, e dopo mangiato si butti un po’ a dormire sui verdi materassi di quest’erbe e quando si sveglierà vedrà come si sente un po’ più sollevato.
Pagina 1006 | Pos. 15423-28
Si disperava al vedere la lentezza e la poca carità di Sancio suo scudiero, giacché, a suo credere, si era dato soltanto cinque staffilate, numero sproporzionato e meschino rispetto alle tante e tante che ancora gli mancavano. Della qual cosa sentì così gran dispiacere e stizza che ragionò così: «Se Alessandro il Grande tagliò il nodo gordiano, dicendo: “tanto vale tagliare quanto sciogliere”, e non per questo cessò di essere signore sovrano di tutta l’Asia, potrebbe né più e né meno, succedere ora circa il disincanto di Dulcinea se frustassi io Sancio suo malgrado; perché, se la condizione di questo rimedio è che Sancio s’abbia le tremila e tante frustate, che m’importa a me che se le dia lui o che gliele dia un altro, dal momento che l’essenziale è che egli le abbia, arrivino di dove si sia?
Pagina 1011 | Pos. 15492-95
Or non essendo mio padre in paese, ho avuto modo di travestirmi come tu vedi e incitando il cavallo ad affrettare il passo, raggiunsi don Vincenzo a circa una lega di distanza da qui e, senza perdermi in lagnanze né a sentire discolpe, gli ho sparato contro questo piccolo schioppo nonché queste due pistole per giunta, sì che a mio credere, gli ho dovuto ficcare in corpo più di due palle, aprendovi un varco per dove, bagnato del suo sangue, uscisse riscattato il mio onore.
Pagina 1027 | Pos. 15734-45
— Per don Chisciotte della Mancia che tu sia, che il diavolo ti porti! Come sei arrivato fin qui, senza che tu sia morto dalle infinite legnate che t’hanno scaricato addosso? Tu sei matto; e se lo fossi per te solo e dentro ai limiti della tua propria pazzia, sarebbe meno male; ma tu hai la proprietà di far doventar matti e scemi quanti ti trattano ed han che fare con te; si veda un po’, del resto, da questi signori che t’accompagnano. Tornatene, citrullo, a casa tua e bada alle tue sostanze, a tua moglie, ai tuoi figlioli e smettila con queste baggianate che ti intarmano il cervello e ti scremano l’intelletto. — Fratello — disse don Antonio, — andate per la vostra strada e non date consigli a chi non ve li chiede. Il signor don Chisciotte della Mancia è molto saggio, e noi che l’accompagnamo non siamo sciocchi: la virtù bisogna onorarla dovunque avvenga di trovarla. Andatevene alla malora e non v’immischiate dove non vi chiamano. — Perdinci, che vossignoria ha ragione — rispose il castigliano; — voler dar consigli a questo buon uomo è come dar calci contro degli aculei; ma, con tutto ciò, mi fa gran compassione che il bell’ingegno che si dice possegga in ogni cosa questo scervellato gli si disperda giù per il condotto della sua errante cavalleria; e mi colga il malanno che vossignoria ha detto sia riserbato a me e a tutti i miei discendenti se da oggi in poi, anche che io campassi più anni di Matusalem, darò un consiglio a qualcuno, sia pure che me lo chieda.
Pagina 1038 | Pos. 15911-13
Il comito dette il segnale che salpassero l’ancora, quindi saltando in mezzo alla corsia con lo scudiscio o nerbo, si diede a scacciar le mosche sulle spalle dei rematori e a prendere a poco a poco il mare.
Pagina 1057 | Pos. 16193-95
CAPITOLO LXVI CHE TRATTA DI QUEL CHE VEDRÀ CHI LO LEGGERÀ O CHE UDRÀ CHI LO SENTIRÀ LEGGERE
Pagina 1057 | Pos. 16199-202
— Tanto è da animo forte, signor mio, aver pazienza nelle disgrazie quanto allietarsi nelle prosperità; e questo giudico io da me stesso, che se quando ero governatore ne godevo, ora che sono scudiero a piedi non mi sento triste; perché ho sentito dire che questa che va attorno col nome di Fortuna è una femmina ubriaca e capricciosa e soprattutto cieca, così da non vedere quel che fa né sapere chi rovescia né chi innalza.
Pagina 1069 | Pos. 16377-81
io post tenebras spero lucem. — Non l’intendo cotesto — disse Sancio: — intendo soltanto che mentre dormo non ho né timore né speranza, né afflizione né gioia: benedetto chi inventò il sonno, copertoio di tutti gli umani pensieri, vivanda che leva la fame, bevanda che scaccia la sete, fuoco che riscalda il freddo, freddo che tempera l’ardenza, e, insomma, moneta universale con la quale si compra tutto, bilancia e peso che fa uguale il pastore al re e il sempliciotto all’avveduto.
Pagina 1071 | Pos. 16415-16
guardò la devastazione che i maiali avevano fatto delle sue vettovaglie, maledisse il branco e anche qualcos’altro.
Pagina 1082 | Pos. 16581-86
— A dirvi il vero — rispose Altisidora — io non dovetti morire del tutto, poiché non ci entrai nell’inferno; ché se ci fossi entrata, non avrei potuto uscirne più di certo, anche a volere. Vero è che giunsi alla porta, dove circa una dozzina di diavoli stavano giocando alla palla, tutti in brache e giustacuore, col collare alla vallona guarnito di merletti fiamminghi a tombolo, e con certi risvolti pure di merletto che servivano loro da polsini, con quattro dita di braccio scoperto, perché le mani paressero più lunghe, nelle quali tenevano certe racchette infuocate. E quel che più mi colmò di stupore fu che invece di palle, facevano uso di libri, a quel che pareva, ripieni di vento e di borra: cosa meravigliosa e strana.
Pagina 1100 | Pos. 16856-57
— Portate pur quattrini, caro marito — disse Teresa, — e siano pur guadagnati per un verso o per un altro; ché in qualunque modo li abbiate guadagnati, voi non avrete messo un’usanza nuova nel mondo.