Adotta un Peperoncino Calabrese!

Adotta un Peperoncino Calabrese!

L’antefatto

Questa storia sul peperoncino calabrese inizia dopo una serata al pub all'insegna dell'allegrezza, in cui il caro vecchio Max distribuisce all'amena compagnia beni di prima necessità coltivati dal sudore della sua fatica e dalle lacrime delle sue dita insozzate di letame bio vegan polite (potrei star esagerando).

Io - con sommo gaudio - mi son accaparrato una quantità vergognosa dei suoi peperoncini calabresi che, pur non essendo nemmeno lontanamente paragonabili in piccantezza ai colleghi caraibici, hanno un ottimo sapore e possono essere utilizzati in maniera più varia del classico adesso trasformo un semplice piatto nell'incarnazione della sofferenza.

Il fatto

La foresta del peperoncino calabrese

Quanto appena detto accadeva lo scorso autunno, e proprio allora misi da parte alcuni fra i campioni migliori di peperoncino calabrese per conservarne i semi in vista di una nuova produzione.

I mesi passano e la primavera si avvicina... in realtà l'azione si svolge all'inizio di febbraio, ma quest'anno avevo deciso di portarmi avanti con la semina e proteggere poi i germogli in una serra fatta in casa. L'amara sorpresa: i semi sono tutti ammuffiti, e la speranza di ricavarne qualcosa finisce sotto ai piedi. Ma come probabilmente hai già capito, non è andata così.

Infatti decido di provarci lo stesso: su oltre cento (il peperoncino calabrese è molto ricco di...) semi, ce ne sarà almeno un paio che germoglierà, no? Short story long: tutti sono germogliati, mi 'nchjianà u malupilu!

Forse dalla foto non è molto chiaro, ma queste piantine sono davvero tantissime, e già ne ho tolte un bel po' per regalarne a destra e a manca. E ora siamo arrivati al nocciolo della questione.

Adottalo!

Peperoncino calabrese in bicchiere

Ho lasciato in strada alcuni vasetti di peperoncino calabrese per chiunque volesse farli propri. Non conosco esattamente il nome della pianta, così l'ho chiamata in modo informale Max Calabrensis e più non dimandare. Ecco alcune foto, sia dei miei esperimenti (soprattutto fallimentari), sia dei vasetti che ho lasciato in giro qua e là per la città.

Le 3 azioni per far crescere il peperoncino calabrese

I suggerimenti dell'esperto (che non sono io, ma che qui riporto) per far crescere il peperoncino calabrese sano e forte sono pochi e soprattutto molto semplici:

  • Rinvasalo: come puoi ben capire, il bicchiere di carta o il vasetto di yogurt che ho lasciato io non può essere la sua dimora definitiva. Io adopero vasi col fondo forato da 20 cm di diametro massimo, terriccio comune e niente sottovaso, perché per evitare ristagni l'acqua deve drenare.
  • Fagli prendere tanto sole: colloca il peperoncino piccante in un posto ben illuminato: più luce riceve e meglio è. Davvero, non aver paura di esagerare, la loro terra d'origine è parecchio calda (intendo l'America equatoriale, non la Calabria)!
  • Dagli da bere di tanto in tanto, senza esagerare. Per regolarti tocca il terreno: se è umidiccio è a posto, se è secco allora dagli un goccio d'acqua. Ora che l'ho scritto mi sembra fin troppo banale... però è così, che ci posso fare?

Il mio Max Calabrensis

Uno ovviamente l'ho tenuto per me, eccolo qua nella foto, non è bello?

Sta in un vaso in terrazza, esposto a sud così si becca tutto il sole del giorno, e ogni mattina l'irrigatore automatico gli dà un po' d'acqua, mentre quella eventualmente in eccesso drena dal fondo (sotto c'è un altro vaso più grande che raccoglie l'acqua rilasciata).

Per amor di cronaca ho aggiunto qualche altra foto: quando sono spuntati i primi boccioli, quando sono sbocciati i primi fiori, quando sono nati i primi frutti, quando sono maturati, quando li ho raccolti ecc.

Il mio peperoncino calabrese

I peperoncini adottati

Alcuni fra i nuovi proprietari di uno straordinario peperoncino calabrese mi hanno contattato inviandomi una foto del loro silenzioso coinquilino vegetale. Et voilà!

Finale improvviso

Se lo trovi in giro portalo a casa e segui le istruzioni: anche se non ti piace il peperoncino calabrese guadagnerai una bella pianta; ma se invece lo ignori o lo maltratti... [suspance + finale minaccioso ma senza preavviso]

Il fumo uccide, il quaderno dei cattivi pensieri pt. 3 di 5

Il fumo uccide, il quaderno dei cattivi pensieri pt. 3 di 5

Il fumo uccide, 27 settembre 2005

Egregio quaderno,

due giorni fa, domenica, qui seduto alla stessa scrivania dove le sto confidando questi pensieri, stavo facendo vedere a un amico l'inizio di una favola a cui stavo lavorando. Il protagonista è un piccolo alieno sperdutosi sulla Terra, investito da un mare di novità e bizzarre conoscenze.

Esponevo il mio desiderio che qualcuno facesse delle illustrazioni per questo racconto, e anche per gli episodi futuri. Mi piace passare da un genere all'altro, si hanno più occasioni per concentrare meglio certi registri nel loro ambiente naturale. In particolare in questa fiaba sono riuscito a far coesistere l'elemento fanciullesco della trama a quello più adulto dello stile, del tutto particolare, usato per narrare.

Insomma, delle illustrazioni con uno stile di disegno un po' originale sarebbero state la classica ciliegina sulla torta. Anzi, visto che di originalità si parla, sarebbero state la poco classica fetta di limone sulla frittella!

«Perché non le dipingi tu?», mi chiede questo mio amico.

«Ma perché non so disegnare!», rispondo io! A fatica riesco a tirare una riga dritta con la matita, senza copiare!

«Se è per questo non sai nemmeno scrivere!», la controrisposta seguita da una risata e una pacca sulla spalla!

Però so benissimo come si rompono le palle!

Tutto ciò per dire che davvero non mi va mai bene niente. Anche quando questo va contro i miei interessi personali. Per esempio le nuove normative riguardo il divieto di fumare in locali pubblici.

Il fumo uccide e fa puzzare i vestiti

Per me, ma davvero, c'è da leccarsi le dita!

Prima, ogni volta che tornavo la sera da un locale e appoggiavo i vestiti sul bordo della vasca, giusto il tempo di risistemare l'olfatto, e mi chiedevo come avessi potuto indossare fino a poco prima quegli abiti così pregni di fumo maleodorante!

E quando capitava d'addormentarsi vestiti, il risveglio era così superlativamente intriso di negatività, da far arrivare a pentirsi di possedere un naso.

Per non voler vedere, poi, il lato salutistico della faccenda: tanto si dovrà morire per qualcosa, un giorno! La puzza però si sente da subito, mica c'è da scherzare!

Tirando le somme e i totali, posso dire che da questa recente regolamentazione ne ho tratto solo vantaggi.

Però non posso esimermi dall'esporle le mie lamentele, eccomi dunque un'altra volta a rivelarle i miei cattivi pensieri.

Parliamo della libertà. Non sembra forse questo un primo passo verso la lesione dei diritti personali di ognuno? Oggi sono le sigarette, e va di comodo a molti. Ma domani potrebbe essere il caffè!

Che ci vengano a raccontare «Ehi, ma lì c'è la caffeina, siete pazzi?!». Alla fine del 1800 l'assenzio non faceva male, se non si scadeva negli eccessi, all'inizio del 1900 il fumo non faceva male, se non si scadeva negli eccessi, all'inizio del 2000 il caffè non fa male, se non si scade negli eccessi.

Voglio dire, chissà quante delle cose che compiamo quotidianamente, i nostri bisnipoti considereranno pazzie!

«Pensa, mio nonno si beveva tre espressi al giorno! Oggi se ti beccano con cinque grammi di caffè c'è la sedia elettrica!»

Ho visto anche un film con più o meno questo tema, un'americanata con Sandra Bullock e Sylvester Stallone. Oddio, l'ho visto più per la Bullok che per Stallone, ma questo non c'entra. Il personaggio interpretato da Stallone era stato ibernato, credo, e nella società del futuro nella quale veniva risvegliato diverse sue normalissime abitudini venivano considerate degne di un troglodita DOC!

Forse anche per via del suo muso, ma quella, in verità, è stata colpa di Ivan Drago.

Il fumo uccide

Esagerando nel fantasticare, perché questo passo verso una società pura, controllata e selezionata? La natura umana già s'è dimostrata capace di sovvertire le regole della selezione naturale, sopravvivendo a tigri dai denti a sciabola, vampiri succhiasangue, film trash anni '70, ecc.

L'uomo vuole selezionare i suoi stessi simili? Premiare i migliori e ricacciare i difettosi? Secondo quali canoni? Di solito la verità è del vincitore, indipendentemente dai suoi contenuti, quindi non resta che limitarsi a sperare che siano stati i buoni a vincere.

Gran cosa la superbia. Però chi compie ligiamente il suo dovere non si credi migliore di chi invece non lo fa, perché anche lui è libero di scegliere cosa fare di se stesso. E come il ligio ha deciso d'essere quello che è, anche l'inosservante l'ha fatto. E nessuno si merita d'esser giudicato dagli altri per le proprie scelte.

Come quella di volersi accendersi una sigaretta dopo il quarto giro di whisky triplo a stomaco leggero.

Il fumo uccide

Il fumo uccide, lo vediamo scritto a caratteri belli grossi sulle confezioni di sigarette. E non basta, uccide anche i vicini, con gli effetti nocivi del fumo passivo. Peggio di una razzo dirompente!

Perché queste orribili scritte? Chi le ha volute? Ma la vera domanda è: Perché solo sulle sigarette?

Quando sono in giro per strada, immerso nel traffico, non è che gli effluvi dei gas di scarico delle automobili mi facciano tanto più bene del fumo passivo in un pub il sabato sera!

Immagino sia vietato entrare con un'automobile a motore acceso in un ristorante, però sarebbe interessante una nuova linea di adesivi da attaccare alle carrozzerie!

Non più felini rampanti o rapaci in picchiata: dei bellissimi polmoni cancerigni nero pece, con scritto bello in grande I GAS DI SCARICO DISPERSI NELL'AMBIENTE GENERATI DALLA COMBUSTIONE DEI DERIVATI DEL PETROLIO PRODOTTI DA QUESTO VEICOLO UCCIDONO, su tutta la fiancata. Per le utilitarie anche su due righe.

Avrei voluto io stesso prodigarmi per far la grafica di qualcuno di questi di mio pugno.

Solo che se avessi saputo disegnare fin dall'inizio, non avrei scritto nulla di tutto ciò.

Con rispetto e devozione,
    Andre

NB: L'autore (cioè io) si prende la libertà di pubblicare l'articolo pur non essendo completamente d'accordo su ogni singolo suo passaggio, sia in virtù degli anni trascorsi, sia perché cambiare idea ogni volta che se ne presenti una migliore è l'unica idea che crede non cambierà mai.

Il 1° romanzo distopico italiano: Le meraviglie del Duemila, di Emilio Salgari

Il 1° romanzo distopico italiano: Le meraviglie del Duemila, di Emilio Salgari

Emilio Salgari, arcifamoso per i suoi romanzi d'avventura per ragazzi, nel 1907 pubblica Le meraviglie del Duemila con lo pseudonimo di Guido Altieri per l'editore Bemporad.

La pubblicazione di Le meraviglie del 2000 (a volte è possibile trovare l'anno scritto in numero) è precedente alla formulazione della definizione di fantascienza, quindi all'epoca era considerato appartenente alla categoria del romanzo scientifico - come molti lavori di Jules Verne.

La storia ruota attorno a un viaggio nel tempo, a una velocità... singolare: ogni giorno che passa, per i viaggiatori del tempo trascorrono 24 ore!

Il primo romanzo distopico italiano: Le meraviglie del Duemila di Emilio Salgari

Le Meraviglie del Duemila: quarta di copertina

Siamo nel 1893. Lo scienziato Toby Holker e il suo amico James Brandok decidono di viaggiare nel tempo, grazie agli estratti di una pianta esotica capace di bloccare le funzioni vitali.

I due si risveglieranno nel 2003, accolti da un discendente dello scienziato. Questi li porterà in giro per il mondo a scoprire le meraviglie tecnologiche del ventunesimo secolo: macchine volanti, treni sotterranei, città sottomarine, stupefacenti invenzioni scientifiche.

Tutto sembra andare per il meglio, quando il massiccio utilizzo di onde elettromagnetiche e il ritmo di vita frenetico delle città porteranno i protagonisti verso un finale profetico e sconvolgente.

Il primo romanzo distopico italiano

Infatti per Le meraviglie del Duemila la macchina del tempo non è altro che un lungo sonno provocato dall'estratto di un'immaginaria erba e - ovviamente - questa tecnologia non prevede il ritorno (se vuoi rovinarti la lettura qui c'è la trama in breve).

Affrontando la questione distopia, Le meraviglie del Duemila era considerato dai contemporanei di Salgari un romanzo scientifico; noi invece possiamo definirlo appartenente alla fantascienza, o al limite alla protofantascienza.

Gli elementi distopici della società descritta nel romanzo sono evidenti: la sovrappopolazione (o quello che si pensava potesse esserlo nel 1903), la scomparsa del socialismo, l'enormità dell'arsenale mondiale, la visione delle etnie umane e soprattutto la gestione disumana delle carceri sottomarine, cose tutte che fanno di Le meraviglie del Duemila il primo romanzo distopico italiano.

Emilio Salgari autore di Le meraviglie del Duemila

In che cosa proprio non ci ha preso!

Una delle cose più divertenti del leggere un romanzo distopico (o più in generale fantascientifico) rétro sono le previsioni clamorosamente sbagliate, specie se il futuro di chi scrive è già passato per chi legge, come in questo caso.

Non voglio ciarle tutte o fare una classifica, ma lasciami parlare di quelle che più mi hanno incuriosito!

Il primo romanzo distopico italiano: Le meraviglie del Duemila, di Emilio Salgari

Le macchine volanti

Come in ogni visione del futuro che si rispetti, i nostri pronipoti viaggiano su auto volanti che parcheggiano nel vialetto. Dire che questa sia la più grande ingenuità del genere fantascientifico è probabilmente esagerato... ma credo comunque che si tratti della più grande ingenuità del genere fantascientifico.

L'energia e il fabbisogno energetico mondiale

Secondo Salgari, una delle meraviglie del duemila è l'energia elettrica: grazie a essa tutto si muove e tutto funziona... tutto tranne la luce artificiale, generata invece da lampade al radio, elemento per cui l'autore pronostica un futuro radioso, prendendo invece una cantonata memorabile!

Ma torniamo all'energia elettrica, di cui l'aria delle città è addirittura satura, causando fastidi ai nostri di un altro tempo: quasi l'intero (in realtà non sono sicuro che sia specificato, ma più o meno è fatto intendere) fabbisogno del nord America è soddisfatto da un impianto a turbine installato sulle cascate del Niagara! Alla faccia della turbina!

Il lavoro

Ecco uno dei peggiori incubi del genere distopico: i lavoratori sono stati sostutuiti dalle macchine e le fabbriche sono completamente meccanizzate: i pochi rimasti hanno un ruolo da supervisore, mentre gli operai sono tornati alla vita di campagna (come se non esistessero alternative). Il tema non è trattato nel dettaglio, probabilmente perché nemmeno Salgari sapeva come argomentare nei dettagli in modo adeguato.

Le comunicazioni

È difficile pensare alle comunicazioni senza tirare in ballo l'informatica: oggi i computer sono dappertutto e non ci sembra strano che anche le telefonate sfruttino i canali digitali, in Le meraviglie del Duemila invece le comunicazioni sono rimaste per lo più le stesse del 1900, ma più veloci, con l'aggiunta di una specie di posta pneumatica a motore per gli oggetti solidi... nel romanzo apprendiamo l'utilizzo di questo sistema anche per la consegna a domicilio di pasti caldi! Ah, se avessero immaginato la devastante potenza del fax!

I martiani

Il colpo grosso è quello dei martiani, ovvero gli abitanti di Marte (che per quanto mi riguarda diventa il vero e unico modo per riferirsi a loro). Martiani e terrestri hanno iniziato a farsi giochi di luce a distanza con falò su vasta scala per verificare l'esistenza di forme di vita intelligente sul relativo pianeta vicino, migliorando via via le cose fino al 2000 in cui possono comunicare attraverso onde elettromagnetiche: notizie, informazioni sui rispettivi pianeti ecc.

Uno dei protagonisti de Le meraviglie del Duemila ha una specie di amico di penna martiano, Onix, ma non è spiegato il modo in cui avvengano questi contatti, io mi sono immaginato una specie di chat anni '90 in cui conoscevi gente a caso, ma alla domanda da dove DGT? questi rispondevano da Marte!

Citazioni da Le meraviglie del Duemila

Chiudo questo articolo su Le meraviglie del Duemila con la raccolta delle mie sottolineature, in cui puoi avere un’idea abbastanza precisa del perché appartenga a pieno titolo al genere distopico. Buona lettura!

Posizione 481-481
Erano trascorse altre due ore, quando il dottor Toby pel primo aperse finalmente gli occhi, dopo cent’anni che li aveva tenuti chiusi.
Posizione 485-486
Appena aperti gli occhi, il suo sguardo si fissò sul signor Holker che gli stava presso, occupato a soffregar il petto di Brandok.
Posizione 524-526
Il dottore aveva ascoltato, con uno stupore facile ad indovinarsi, quella voce che annunziava uno spaventevole disastro, poi aveva sollevato rapidamente il guanciale, poiché la voce s’era fatta udire più precisamente dietro la sponda del letto, e scorse una specie di tubo sul cui orlo era scritto: “Abbonamento al World”.
Posizione 573-576
L’altra estremità s’appoggiava ad una piccola mensola sopra la quale sta scritto: “Abbonamento all’Hôtel Bardilly”. «E ora?» chiese Brandok che guardava con crescente stupore. «Premo questo bottone ed il pranzo lascia le cucine dell’albergo per venire sulla mia tavola.»
Posizione 594-596
«Per mezzo d’un tubo, e cammina mosso da una piccola pila elettrica, d’una potenza tale però che le imprime una velocità di quasi cento chilometri all’ora. Queste vivande non sono state rinchiuse nei loro recipienti che da qualche minuto; infatti vedete che fumano, anzi scottano.»
Posizione 602-604
«Il lavoratore non fa più cucina in casa, non avendo tempo da perdere. Otto o dieci pillole, ed ecco inghiottito un buon brodo, il succo d’una mezza libbra di bue, o di pollo o di una libbra di maiale o di un paio d’uova, d’una tazza di caffè e così via. Cent’anni fa si perdeva troppo tempo; camminavate ed agivate colla lentezza delle tartarughe. Oggi invece si gareggia coll’elettricità.
Posizione 619-624
«Mio caro signore, la popolazione del globo in questi cento anni è enormemente cresciuta, e non esistono più praterie per nutrire le grandi mandrie che esistevano ai vostri tempi. Tutti i terreni disponibili sono ora coltivati intensivamente per chiedere al suolo tutto quello che può dare. Se così non si fosse fatto, a quest’ora la popolazione del globo sarebbe alle prese colla fame. I grandi pascoli dell’Argentina e i nostri del Far-West non esistono più, ed i buoi ed i montoni a poco a poco sono quasi scomparsi, non rendendo le praterie in proporzione all’estensione. D’altronde non abbiamo più bisogno di carne al giorno d’oggi. I nostri chimici, in una semplice pillola dal peso di qualche grammo, fanno concentrare tutti gli elementi che prima si potevano ricavare da una buona libbra di ottimo bue.»
Posizione 631-637
«Non vi sono più eserciti?» chiesero ad una voce Toby e Brandok. «Da sessant’anni sono scomparsi, dopo che la guerra ha ucciso la guerra, l’ultima battaglia combattuta per mare e per terra fra le nazioni americane ed europee è stata terribile, spaventevole, ed è costata milioni di vite umane, senza vantaggio né per le une né per le altre potenze. Il massacro è stato tale da decidere le diverse nazioni del mondo ad abolire per sempre le guerre. E poi non sarebbero più possibili. Oggi noi possediamo degli esplosivi capaci di far saltare una città di qualche milione di abitanti; delle macchine che sollevano delle montagne; possiamo sprigionare, colla semplice pressione del dito, una scintilla elettrica trasmissibile a centinaia di miglia di distanza e far scoppiare qualsiasi deposito di polvere. Una guerra, al giorno d’oggi, segnerebbe la fine dell’umanità. La scienza ha vinto ormai su tutto e su tutti.»
Posizione 640-643
«Dai pompieri?» «Non abbiamo altre truppe al giorno d’oggi, e vi assicuro che sanno mantenere l’ordine in tutte le città e sedare qualunque tumulto. Mettono in batteria alcune pompe e rovesciano sui sediziosi torrenti d’acqua elettrizzata al massimo grado. Ogni goccia fulmina, e l’affare è sbrigato presto.»
Posizione 647-651
Ah! se si potesse dar la scalata a Marte che ha invece una popolazione così scarsa e tante terre ancora incolte!» «Come lo sapete voi?» chiese Toby, facendo un gesto di stupore. «Dagli stessi martiani» rispose Holker. «Dagli abitanti di quel pianeta!» esclamò Brandok. «Ah, dimenticavo che ai vostri tempi non si era trovato ancora un mezzo per mettersi in relazione con quei bravi martiani.»
Posizione 703-706
«L’elettricità trasportata ormai a distanze enormi. Le nostre cascate del Niagara, per esempio, fanno lavorare delle macchine che si trovano a mille miglia di distanza. Se noi volessimo, potremmo dare di quelle forze anche all’Europa, mandandole attraverso l’Atlantico. Ma anche laggiù hanno costruito delle cascate sui loro fiumi e non hanno più bisogno di noi.»
Posizione 797-801
«Camminavano diversamente cent’anni fa?» chiese Holker, con una certa sorpresa. «Erano molto più calmi gli uomini, mentre ora vedo che perfino le signore marciano a passo di corsa, come se avessero paura di perdere il treno.» «Io ho sempre veduto, da quando son venuto al mondo, correre così frettolosamente.» «Ah! Ora comprendo,» disse Toby. «È la grande tensione elettrica che agisce sui loro nervi. Il mondo è impazzito o quasi.»
Posizione 807-819
«Che cosa fanno laggiù?» chiese Brandok. «Sono officine meccaniche» rispose Holker. «Chissà quante migliaia di operai lavoreranno là dentro!» «Vi ingannate, mio caro signore; gli operai oggidì sono quasi scomparsi. Non vi sono che dei meccanici per dirigere le macchine. L’elettricità ha ucciso il lavoratore.» «Cosa è avvenuto di quelle masse enormi di lavoratori che esistevano un tempo?» «Sono diventati pescatori ed agricoltori; il mare e le campagne a poco a poco hanno assorbito gli operai.» «Sicché non vi saranno più scioperi?» «È una parola sconosciuta.» «Ai nostri tempi si imponevano, e come! Specialmente dopo l’organizzazione fatta dal grande partito socialista. Che cosa è avvenuto anzi del socialismo? Si prediceva un grande avvenire a quel partito.» «È scomparso dopo una serie di esperimenti che hanno scontentato tutti e contentato nessuno. Era una bella utopia che in pratica non poteva dare alcun risultato, risolvendosi infine in una specie di schiavitù. Così siamo tornati all’antico, e oggidì vi sono poveri e ricchi, padroni e dipendenti come era migliaia d’anni prima, e come è sempre stato dacché il mondo cominciò a popolarsi. Qualche colonia tedesca e russa sussiste nondimeno ancora, composta da vecchi socialisti che coltivano in comune alcune plaghe della Patagonia e della Terra del Fuoco, ma nessuno si occupa di loro, né hanno alcuna importanza, anzi, vanno scomparendo poco a poco.»
Posizione 997-1019
«Come sono bruni! Si direbbero indiani» disse Brandok. «A proposito, che cosa è avvenuto dei pellirosse che erano ancora assai numerosi cent’anni fa?» «Sono stati completamente assorbiti dalla nostra razza e si sono del tutto fusi con noi. Non esistono ormai che poche centinaia di famiglie, confinate nell’alto Yucon e presso il circolo polare.» «Era la sorte che loro spettava» disse il dottore. «E dei negri, che erano numerosissimi anche qui?» «Sono diventati invece spaventosamente numerosi» rispose Holker. «Hanno buon sangue, gli africani e non si lasciano assorbire, e così pure gli uomini di razza gialla.» «C’è ancora la Cina?» «La Cina, sì; ma non l’impero» rispose Holker, ridendo. «È stato smembrato dalle grandi potenze europee ed a tempo per impedire una spaventevole invasione. La razza cinese, in questi cento anni, è raddoppiata e, senza il pronto intervento dei bianchi, spinta dalla fame non avrebbe tardato a rovesciarsi sull’Europa e sull’India. Hanno tuttavia invaso buona parte del globo, non come conquistatori, ma come emigranti e si trovano oggidì colonie cinesi perfino nel centro dell’Africa e dell’Australia.» «Ed i malesi?» «È un’altra razza che non esiste più. Ormai al mondo non ci sono più che bianchi, gialli e negri, che tentano di sopraffarsi; e finora sono i secondi che hanno maggiore probabilità di vittoria essendo spaventevolmente prolifici. Noi corriamo il grave pericolo di venire a nostra volta assaliti dalle altre due razze.» «Dunque il mondo minaccia di divenire tutto giallo» disse Toby. «Purtroppo, zio» rispose Holker. «Ai vostri tempi a quanto ascendeva la popolazione del globo?» «A circa millecinquecento milioni, e l’elemento mongolo vi figurava con circa seicento milioni.» «La popolazione attuale è invece di due miliardi e duecento milioni ed i gialli da seicento milioni sono saliti ad un miliardo e cento milioni.» «Che aumento!» esclamò il dottore. «Ed i bianchi quanti sono dunque?» «Raggiungono appena i seicento milioni.» «Un aumento non troppo sensibile.» «E lo dobbiamo alle razze nordiche.» «E le razze latine?» «La sola Italia è cresciuta e rapidamente, perché ha i suoi cinquanta milioni, mentre la Spagna, e soprattutto la Francia, sono rimaste quasi stazionarie. Se non vi fosse L’Italia, la razza latina a quest’ora sarebbe stata assorbita dagli anglosassoni e dagli slavi.
Posizione 1126-1131
«Noi viaggiamo in un tubo d’acciaio della circonferenza di cinque metri, i cui carrozzoni, che sono ordinariamente in numero di venti, combaciano perfettamente colle pareti di metallo. Questi vagoncini, hanno una forma cilindrica la cui circonferenza è esattamente precisa a quella interna del tubo e possono contenere 24 passeggeri. Fra le due stazioni principali vi sono delle pompe mosse da macchine poderose, che iniettano nel tubo correnti d’aria; in quella di partenza le pompe sono prementi; in quella d’arrivo invece, delle pompe aspiranti. I cilindri che costituiscono i carrozzoni, e che sono pure di acciaio, vengono in tal guisa spinti ed aspirati. In poche parole sono treni ad aria compressa.»
Posizione 1203-1216
«Eppure mi avete detto che vi è una numerosa colonia polare.» «È vero, ed è costituita da anarchici, colà confinati perché non turbino la pace del mondo.» «E come vivono quelli?» «I pesci abbondano ancora al di là del circolo polare; e poi i governi americani ed europei li provvedono di viveri, a patto che non lascino i ghiacci.» «Sicché è loro proibito di tornare in Europa ed in America?» «E anche in Asia!» «Ed il mondo è tornato tranquillo dopo la loro espulsione?» «Abbastanza» rispose Holker. «E nella colonia polare regna la calma?» «Costretti a pescare ed a cacciare incessantemente, non hanno più tempo di occuparsi delle loro pericolose teorie: così regna la calma ed un certo accordo.» «Erano diventati numerosi in questi cento anni?» chiese Toby. «Sì, e anche molto pericolosi. Ora non son più da temersi, essendo relegati colle loro famiglie al polo nord e nelle città sottomarine. Oh! non inquieteranno più l’umanità.» «Eppure il dispaccio di quel tal giornale smentisce ciò che voi avete affermato» osservò Brandok. «Quello è stato un puro caso. E poi avete saputo come sono stati trattati dai pompieri spagnoli. Pochi getti d’acqua elettrizzata a correnti altissime e tutto è finito. Diamine!… Il mondo ha il diritto di vivere e di lavorare tranquillamente senza essere disturbato. Chi secca gli altri, si manda nel regno delle tenebre e vi assicuro che nessuno piange.»
Posizione 1333-1349
Di quando in quando, a lunghi intervalli, il Narval passava dinanzi a piccoli raggruppamenti di case di ghiaccio, di forma semiovale, abitate dalle ultime famiglie di esquimesi sfuggite miracolosamente alla morte per fame, dopo la distruzione delle ultime balene e delle ultime foche da parte degli avidi pescatori americani. Vedendo il battello avanzarsi si affrettavano a uscire dalle loro casupole per chiedere qualche biscotto o qualche scatola di carne o di brodo concentrato. Erano i medesimi tipi di cent’anni prima. Un tronco tozzo su due gambe pure tozze, una testa grossa cogli zigomi sporgenti, faccia larga, capelli neri, naso schiacciato; una certa somiglianza insomma con le loro buone amiche ormai scomparse: le foche. Disgraziatamente per loro, non si nutrivano più colle carni delle loro foche come un secolo prima, non si vestivano più colle loro calde pellicce, non illuminavano più le loro casupole col loro grasso. Avevano anche essi un pezzo di radium, ed invece di avere delle fiocine colla punta di osso, portavano a tracolla dei buoni fucili elettrici coi quali si procuravano il cibo giornaliero massacrando gli uccelli marini, sempre numerosi in grazia della cattiva qualità delle loro carni, eccessivamente oleose per i palati americani ed europei. Erano molto sparuti però, quei poveri diavoli, quantunque si sapesse, anche cent’anni prima, di che specie di appetito erano dotati quegli abitanti dei ghiacci eterni. Essi infatti non facevano smorfie dinanzi ad un pesce avariato, o a dei volatili in piena decomposizione, e a degli intestini d’orso bianco, e perfino dinanzi a degli escrementi o agli avanzi non ancora digeriti che ritiravano dal ventre delle renne uccise. Avevano anche perduta la loro proverbiale gaiezza in seguito alla mancanza di scorpacciate di lardo di balena! Si capiva che proprio la distruzione di quei giganteschi mammiferi aveva modificato profondamente il loro temperamento, un tempo così gaio. «Ecco una razza destinata a scomparire al pari dei pellirosse»
Posizione 1355-1358
«Ecco l’egoismo della razza bianca!…» «In coscienza non posso darvi torto.» «Noi, sempre noi soli a dominare il mondo.» «È la lotta per la vita, signor Brandok.» «O meglio la lotta di razza.»
Posizione 1546-1551
«È tenuto anche questo da un anarchico?» chiese Toby. «Da un terribile nichilista russo, che trent’anni addietro lanciò tre bombe contro Alessio III, imperatore di Russia.» «Che non ci faccia saltare in aria per provare qualche nuovo esplosivo?» chiese Brandok. «Rogodoff è diventato un vero agnellino e credo che non nutra più odio nemmeno contro l’imperatore, da quando quel potente ha rinunciato all’autocrazia.» «È cambiata la Russia?» «Oggi ha una Camera e un Senato, come gli altri stati.»
Posizione 1890-1893
L’Europa pochi corsi d’acqua con misere cascate, assolutamente insufficienti. Che cosa hanno dunque pensato i suoi scienziati? Sono ricorsi all’Oceano Atlantico e hanno fissati i loro sguardi sul Gulf-Stream. Ed infatti quali forze immense si potevano trarre da quel “fiume del mare”! Hanno fatto costruire delle enormi isole galleggianti, in lamiera d’acciaio, fornite di ruote colossali simili a quelle dei vostri antichi mulini e le hanno rimorchiate fino al Gulf-Stream, ancorandole solidamente.
Posizione 1949-1974
«Signor Holker» disse un pomeriggio Brandok, mentre stavano prendendo il caffè sul ponte della galleria. «Come troveremo noi l’Europa? Come quella d’un secolo fa o sono avvenuti dei mutamenti politici nei diversi stati?» «Sì, molti mutamenti, e ciò per mantenere la pace fra i diversi popoli, eliminando così per sempre le guerre» rispose il nipote di Toby. «Che cosa è avvenuto della grande Inghilterra?» «È ora una piccola Inghilterra, sempre ricca ed industriosissima.» «Perché dite piccola?» «Perché ormai ha perduto tutte le sue colonie, staccatesi a poco a poco dalla madre patria. Il Canada è uno stato indipendente; l’Australia pure, l’Africa meridionale non ha più nulla di comune coll’Inghilterra. Perfino l’India forma uno stato a parte.» «Sicché quel grande impero coloniale?» chiese Toby. «Si è interamente sfasciato» rispose Holker. «Senza guerre?» «Tutte quelle colonie si erano unite in una lega per dichiararsi indipendenti il medesimo giorno, e all’Inghilterra non è rimasto altro da fare che rassegnarsi per non averle tutte addosso.» «Già fin dai nostri tempi l’impero cominciava a sgretolarsi» disse Brandok. «E la Russia?» «Ha perso la Siberia, diventata anch’essa indipendente, con un re appartenente alla famiglia russa. L’Austria ha perduto i suoi arciducati tedeschi e l’Ungheria, riconquistata la sua indipendenza, occupa ora la Turchia europea.» «E gli arciducati?» «Sono stati assorbiti dalla Germania, mentre l’Istria ed il Trentino sono stati restituiti all’Italia assieme alle antiche colonie veneziane della Dalmazia.» «Sicché l’Italia?…» «È oggidì la più potente delle nazioni latine, avendo riavuto anche Malta, Nizza e la Corsica.» «E la Turchia?» «È stata respinta definitivamente nell’Asia Minore e nell’Arabia, e non ha conservato in Europa che Costantinopoli, città che era ambita da troppe nazioni, e che poteva diventare una causa pericolosa di discordia permanente. Ah! dimenticavo di dirvi che è sorto un nuovo stato.» «Quale?» «Quello di Polonia, formato dalle province polacche della Russia, dell’Austria e della Germania. L’Europa cinquant’anni fa si agitava pericolosamente, minacciando una guerra spaventosa. I monarchi ed i capi delle repubbliche pensarono quindi a regolare meglio la carta europea mediante un grande congresso che fu tenuto all’Aia, sede dell’arbitrato mondiale. Fu convenuto di restituire a tutti gli stati le province che loro appartenevano per diritti geografici e storici, e di crearne anche uno nuovo, la Polonia, che minacciava di produrre la guerra fra la Russia, l’Austria e la Germania. Così la pace fu assicurata mercé l’intervento poderoso delle confederazioni americane e delle antiche colonie inglesi, che ridussero a dovere le nazioni recalcitranti. Ora una pace assoluta regna da dieci lustri nel vecchio continente europeo.»
Posizione 1983-2008
«Io vorrei sapere perché voi avete fondate delle città sottomarine che devono essere costate somme enormi.» «Semplicemente per sbarazzare la società dagli esseri pericolosi che ne turbano la pace. Ogni stato ne possiede una, il più lontano possibile dalle coste, e vi manda la feccia della società, i ladri impenitenti, gli anarchici più pericolosi, gli omicidi più sanguinari.» «Con un gran numero di guardiani?» «Nemmeno uno, mio caro zio.» «Allora si massacreranno.» «Tutt’altro. Al minimo disordine che nasce, sanno che la città viene affondata senza misericordia. Questa minaccia ha prodotto degli effetti insperati. La paura doma quelle belve, le quali finiscono per ammansirsi.» «E chi li governa?» «Questo è un affare che riguarda loro. Si eleggono dei capi e pare che finora regni un accordo mirabile in quei penitenziari; E poi vi è un’altra cosa che concorre a renderli docili.» «Quale?» «L’incessante lotta colla fame.» «I governi non passano viveri a quei condannati?» «Passano delle reti, delle macchine per eseguire varie produzioni, come stoffe, stivali, vasellami e così via che poi vendono alle navi che approdano, comperando in cambio le materie prime necessarie a quelle industrie, tabacco, viveri eccetera.» «Qualche volta soffriranno la fame?» disse Brandok. «L’oceano fornisce loro cibo più che sufficiente. I pesci, attratti dalla luce che mandano le lampade che illuminano quelle città, accorrono in masse enormi. Gli abitanti ne salano anzi in grande quantità e li mandano in Europa e anche in America.» «E l’acqua?» «Hanno macchine che ne forniscono loro quanta ne desiderano, facendo evaporare quella del mare.» «Sicché oggi i galeotti non costano più nulla alla società» disse Toby. «Costano la sola forza necessaria per far agire le loro macchine, energia che viene fornita per lo più dai mulini del Gulf-Stream.» «Devono esser costate somme enormi quelle città!» disse Brandok. «Non dico di no, ma quale vantaggio non ne ritraggono ora gli stati e la società? I milioni che prima si spendevano nel mantenimento di tanti birbanti, rimangono ora nelle casse dei governi. Devo aggiungere poi che lo spauracchio di essere mandati nelle città sottomarine ha fatto diminuire immensamente il numero dei delitti.» «Non correremo alcun pericolo entrando, o meglio, scendendo ad Escario?» chiese Toby. «Nessuno, non dubitate. Quelli sanno che qualunque cattiva azione usata ad uno straniero segnerebbe la sommersione della loro città.» «Una misura un po’ inumana, se vogliamo.» «Che li tiene a freno però, e come!
Posizione 2227-2228
la nuova società del Duemila aveva pensato di relegare in quelle strane città sottomarine gl’individui pericolosi, sopprimendo sui loro bilanci le spese di mantenimento per esseri ormai inutili,
Posizione 2431-2439
«Se domani una nave approdasse qui, sapete che cosa farebbe?» chiese il capitano. «No.» «Farebbe senz’altro saltare questa città con una buona bomba ad aria liquida, insieme a tutti quelli che contiene, morti e vivi. È vero Jao?» «Così hanno decretato i governi dell’Europa e dell’America, per tenere a freno i rifiuti della società» rispose il vecchio. «Non sono ancora tre mesi che una nave aerea, mandata dal governo americano, ha colato a fondo la città sottomarina di Fortawa, perché i cinquecento forzati che l’abitavano si erano ribellati, uccidendo il capitano di una nave e tutti i passeggeri per saccheggiare poi il carico.» «Queste sono leggi inumane» disse Brandok. «La società vuole vivere e lavorare tranquillamente,» rispose il capitano. «Tanto peggio per i furfanti. Bah! Lasciamo questi poco interessanti discorsi e facciamo colazione, giacché l’oceano ci lascia un po’ di tregua.»
Posizione 2483-2489
«Che cosa è successo dunque su quelle isole?» chiese Toby, che non era meno sorpreso di Brandok. «Diamine! I governi dell’America, dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa hanno popolato quelle isole di tutti gli animali che un tempo esistevano su tutti i cinque continenti.» «Perché?» chiese Brandok. «Per conservare le razze. Là vi sono tigri, leoni, elefanti, pantere, giaguari, coguari, bisonti, serpenti e tante altre bestie delle quali io non conosco nemmeno il nome» rispose il capitano. «Come ben sapete, ormai, tutti i continenti sono fittamente popolati, quindi quegli animali non avrebbero più trovato né rifugio, né scampo. Gli zoologi di tutto il mondo, prima della distruzione completa di tutte le belve, hanno pensato di conservare almeno le ultime razze.»
Posizione 2574-2576
«Il galeotto di cent’anni fa mi pare che si sia mantenuto eguale. La scienza tutto ha perfezionato fuorché la razza, e l’uomo malvagio è rimasto malvagio. Passeranno secoli e secoli, ma, levato lo strato di vernice datogli dalla civiltà, sotto si troverà sempre l’uomo primitivo dagli istinti sanguinari.»
Le meraviglie del Duemila
Rainbow Republic. Romanzo distopico gay

Rainbow Republic. Romanzo distopico gay

Ho scoperto dell'esistenza di Rainbow Republic. Romanzo distopico gay in un modo completamente nuovo per me: facendo una ricerca per la chiave romanzo distopico in una biblioteca online. Unico risultato: Rainbow Republic di Fabio Canino, grazie proprio al sottotitolo romanzo distopico gay.

Quarta di copertina

La copertina di Rainbow Republic Romanzo distopico gay

Che cosa succederebbe se un giorno la Grecia, ridotta in ginocchio dal default economico, venisse progressivamente acquistata e occupata dalla comunità omosessuale globale?

La risposta ce la dà Fabio Canino in questo romanzo: quella che un tempo fu la culla della civiltà occidentale diventerebbe una terra promessa per gay, lesbiche e trans di tutto il mondo, uno Stato a loro immagine e somiglianza, con istituzioni e leggi in linea coi loro gusti e le loro manie, una repubblica gay.

In questa Grecia arcobaleno, per esempio, la moneta ufficiale è la Dragma, in onore alle drag queen più famose della storia, chi indossa antiestetici pinocchietti rischia di essere arrestato dalla Polizia del Buongusto, l'ospedale per bambini è il Candy Candy International Hospital, esistono corsie preferenziali per portatrici di tacchi a spillo, e i locali che trasmettono musica anni Ottanta possono godere di esenzioni fiscali.

Ma in primo luogo tutti hanno gli stessi diritti e quella che gli analisti hanno soprannominato Pink Economy ha portato la Grecia a essere una delle maggiori potenze al mondo.

A testimoniare tutto questo Ulisse Amedei, giornalista italiano che, accompagnato dalla giovane e avvenente Khloe, avrà il compito di raccontare alla retrograda Italia - quella che ormai è chiamata Repubblica Italo-Vaticana - ogni singolo aspetto di questa Grecia all'avanguardia.

Una satira pungente e divertente del mondo omosessuale, ma soprattutto un inno all'amore e ai suoi tanti e diversi colori, che, in queste pagine dense di personaggi e di situazioni spesso al limite dell'assurdo, trovano tutti - dal rosa Barbie al rosso Prada - il loro modo di risplendere. Nessuno escluso.

Che diavolo è un romanzo distopico gay?

La bandiera del Romanzo distopico gay

E io che ne so?

Però, visto che ho letto Rainbow Republic, provo a dedurlo dal contenuto.

Partiamo innanzitutto dalle definizioni. Il romanzo distopico narra di una società immaginaria in cui è impossibile perseguire la felicità. Il romanzo gay è un tipo di letteratura prodotta da o per la comunità gay e che coinvolge personaggi, trama, linee narrative o temi che ritraggono il comportamento omosessuale maschile (fonte: Wikipedia).

Fino a qua ci siamo.

Ora, quello che ho fra le mani è un romanzo distopico? In parte sì: nella società della nuova Grecia tutto sembra funzionare bene e tutto sembra bello, ma le riflessioni del protagonista instillano alcuni dubbi importanti al lettore.

Per esempio non si tratta di una democrazia pienamente inclusiva, e sono comunque presenti frange (sebbene minoritarie) di estremisiti anti-eterosessuali. Le critiche al governo mosse dal giornalista Ulisse Amodei provocano reazioni aspre, e l'esaltazione di personaggi che hanno il solo merto di essere gay è per lo meno esagerato.

Rainbow Republic è un romanzo gay? Diciamo che rispondere a questa domanda è più semplice: sì. Anzi, per essere più preciso dovrei parlare di romanzo LGBT (o LGBTQ+), ma forse è stato scelto gay per via del suono più gradevole.

In definitiva Rainbow Republic è un misto di queste due definizioni, o meglio: è entrame le cose.

Citazioni da Rainbow Republic. Romanzo distopico gay

Posizione 32-32

Un paradiso non è un paradiso senza amore.

Posizione 285-286

Dalla nuova Grecia leader nel turismo internazionale l’Italia era considerata un Paese retrogrado, omofobo, corrotto e poco ospitale. Tutte cose difficilmente contestabili

Posizione 583-585

«Questo è il kit del turista greco. Dentro troverà una guida alla nuova Grecia, un breve romanzo queer da leggere in volo o alla sera prima di andare a letto, una crema abbronzante, dei profilattici e una serie infinita di coupon con sconti da usare in ristoranti, negozi, teatri e cinema di tutta la Grecia.» “Ecco cosa significava promuovere il turismo”

Posizione 799-801

sulle cinquecento dragme c’erano Bernadette, Mitzi e Felicia personaggi dal film Priscilla la regina del deserto, che avevano ispirato drag queen di tutto il mondo.

Posizione 832-832

«Voi nella Repubblica Italo-Vaticana avete le auto blu, noi le abbiamo arcobaleno»

Posizione 836-838

«Formalmente il Vaticano è sì uno Stato a sé, ma se consideriamo la sua influenza nella vostra politica, possiamo tranquillamente dire che sembra quasi che il vero presidente della Repubblica italiana sia il papa… Le sue dichiarazioni in materia di diritti civili, ma anche di istruzione, politiche estere ed economia, sono sempre piuttosto influenti… o sbaglio?»

Posizione 1135-1135

«Eureka!» esclamò Manuel nell’unica parola in greco che conosceva.

Posizione 1182-1182

«Se pensi di non valere, allora non vali.»

Posizione 1609-1609

Mancava solo un dettaglio, gli occhiali da sole, che indossò come un pistolero estrae la sua arma dalla fondina.

Posizione 1662-1663

«Quello è il Candy Candy International Hospital» disse. «È l’ospedale dei bambini di Atene, chiamato così in onore dell’eroina manga creata nel 1975 da Yumiko Igarashi»

Posizione 2002-2005

«Sì, e non me ne stupirei: la Grecia è un Paese benestante, con molte possibilità. E soprattutto è un Paese inclusivo. Anche se c’è un partito extraparlamentare, I Rosa, che si oppone. Per loro gli etero che vengono a “rubare lavoro ai nostri gay” sono come fumo negli occhi…» «Tipo la nostra Lega Nord!» «Oddio. Non so se si arriva a tanto orrore e ignoranza, ma più o meno ci siamo intesi»

Posizione 2229-2232

D’altronde, come aveva scoperto, in Grecia la dieta era obbligatoria. E se non c’erano state ancora sanzioni era perché le forze dell’ordine, e in particolare la Polizia del Buongusto, avevano ben altro a cui pensare: l’acrilico e le sopracciglia ad ali di gabbiano, a quanto pareva, erano una vera e propria piaga sociale.

Posizione 2311-2315

Art. 5) Lo Stato e le Chiese sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, MA DAVVERO! Le Chiese si devono occupare solo della spiritualità. Leggendo quel «MA DAVVERO!» scritto in maiuscolo dell’articolo 5, e pensando al servilismo di certi partiti italiani nei confronti del Vaticano, Ulisse non riuscì a trattenere una risatina. Forse avevano ragione, lì in Grecia, a chiamare l’Italia Repubblica Italo-Vaticana!

Posizione 2517-2518

«È il vostro Stato che non apprezziamo, mica il vostro vino!» si sentì in dovere di giustificare Khloe.

Posizione 2536-2537

«Vorrei brindare a questa Repubblica arcobaleno! Dove ogni colore rappresenta la diversità, ovvero la ricchezza di questo Paese, e della diversità non bisogna avere paura, come non bisogna avere paura dei colori che compongono la nostra bandiera!».

Posizione 2659-2660

Non abbiate paura che approvare nuovi diritti significhi la fine del mondo. Perché la fine del mondo è già avvenuta signori, e queste che stiamo vivendo, sappiatelo, sono soltanto delle repliche.

Posizione 3069-3072

Ecco dove poteva andare, si disse. Si trovava ad Astakos, che non aveva la minima idea di dove fosse. Estrasse il cellulare dalla tasca e in pochi secondi lo scoprì: era sullo Jonio, proprio di fronte a Cefalonia… e Itaca. L’isola a cui doveva far ritorno l’Ulisse di Omero. Be’, se non era un segno del destino quello!

Posizione 3270-3270

ho capito una cosa, importantissima: i diritti dei gay sono i diritti di tutti.

Che ne penso di Rainbow Republic

Rainbow Republic. Romanzo distopico gay: Enola Gay

Come scritto all'inizio, ho scoperto questro libro solo per via della dicitura romanzo distopico gay: non conoscevo l'autore, nessuno me l'ha consigliato e non l'ho provato perché simile a qualcosa che già conoscessi. E per fortuna, ogni tanto ci vuole un elemento di rottura per non crearsi un recinto e rinchiudersi dentro!

Ogni tanto però, questa volta ho osato e me ne sono pentito: il libro non mi è piaciuto per nulla.

Sebbene faccia mio il messaggio di fondo - vedi a titolo esemplificativo l'ultima citazione della mia raccolta - Rainbow Republic. Romanzo distopico gay è proprio brutto (gusti personali, dottò!) e ho individuato due grandi ragioni a supporto di questo pensiero.

Per prima cosa ho avuto l'impressione di leggere un libro scritto per un pubblico intellettualmente carente. Poi ho affinato quest'idea, pensando che il target del libro fosse un pubblico televisivo (vabbè, è la stessa cosa).

In secondo luogo, per essere un romanzo distopico gay mi è sembrato fin troppo caricaturale: la stragrande maggioranza dei gay descritti sono persone eccentriche, appariscenti, sopra le righe... in gran parte stereotipi insomma. Capisco che le drag queen lo debbano essere, ma così mi è sembrato ingiusto.

E - a proposito di stereotipi - anche la figura del protagonista sciupafemmine coinvolto in una storia d'amore in cui non vuole coinvolgersi ma in cui poi si coinvolge e poi no e poi invece sì, è degna del peggior Harmony.

Le cose semplici di Luca Doninelli: Dodò Vs Dio / Fight!

Le cose semplici di Luca Doninelli: Dodò Vs Dio / Fight!

Ho iniziato Le cose semplici di Luca Doninelli con l'intenzione di provare un romanzo distopico italiano. Carico delle migliori aspettative - anche se non avevo voluto alcun tipo di anticipazione - ho iniziato la lettura dei primi capitoli, ambientati in una Milano post apocalittica.

Ho trovato un'ottima prosa, personaggi curiosi e un intreccio interessante gestito con maestria; ho letteralmente divorato il romanzo, 840 pagine in circa tre settimane (secondo i mei ritmi sono stato una saetta).

Ho odiato questo romanzo distopico

In questo romanzo distopico il mondo è collassato, non ci sono risorse, l'omicidio fra pari è all'ordine del giorno, i predoni alla Ken il guerriero detengono il potere in città, il rischio di un ritorno all'età della pietra è alle porte, ma per fortuna... per fortuna un gruppo di brave personcine riesce a ricostruire le chiese! Ma v@§§@ZKY10 le cose semplici, va'!

Lo ripeto più lentamente per chi non avesse capito

L'idea di fondo è quella di preservare la conoscenza - parlando di romanzi distopici, è proprio come accadeva in Fahrenheit 451. Ecco che i protagonisti fondano un'università dove ci si scambia il sapere, ogni genere di sapere, nel tentativo di salvare la civiltà e l'umanità.

Peccato che il tutto sia condito in salsa catto-religiosa, con contorno di etno-buonismo e dileggio dell'omosessualità.

Mi sono anche detto magari questa assurda omnipresenza divina la vedo solo io, ma poi ho fatto due calcoli: ho aperto l'ebook di Le cose semplici in un programma di videoscrittura e ho fatto una serie di ricerche:

Dodò e Cha (diminutivo di Chantal) sono i protagonisti di Le cose semplici, gli altri sono personaggi inventati (a proposito, c'è un intero capitolo dove il protagonista è il papa e - lo so - la chiesa non è un personaggio).

Le somme le sai fare anche tu, quindi non serve che dia risalto a totaloni o totalini, è un vero peccato che un romanzo davvero interessante sia intaccato da questa grave forma di baciapilaggine.

Citazioni da Le cose semplici

Posizione 73-74
Tra non molto nessuno ricorderà più nessun nome, e così un altro pezzo di fine sarà stato raggiunto.
Posizione 82-85
Il fatto è che siamo tutti troppo stanchi per darci delle regole. L’opinione generale è che siamo nei minuti finali di una partita di calcio dal risultato ormai definito, quattro o cinque a zero. Solo io non riesco a pensarla del tutto così, per questo mi ostino a contare i giorni, e se potessi anche le ore, e i minuti.
Posizione 110-113
Dunque, dicevo delle bande che tenevano in scacco Milano. Da principio si moltiplicarono (parlo del periodo in cui le automobili avevano ancora benzina per andare e qualche ascensore funzionava e le vie cittadine erano in gran parte sgombre), ce ne saranno state mille se non di più. Finché ci fu una sola pallottola da sparare si sparò, poi si passò al coltello, alla forchetta. C’era un tizio – così dicono, ma io non ci credo – che sgozzava la gente infilandole in gola un grosso cucchiaio.
Posizione 126-127
Col tempo, i giovani si sono resi conto dell’utilità dei vecchi e della loro lunga memoria, e hanno smesso di ammazzarli.
Posizione 150-152
Il sistema di pagamento usato è il baratto. Le monete sono accettate, ma come oggetti qualsiasi e non in quanto monete. Chi esercitava la professione dell’economista e non è ancora morto secondo me ha molto da divertirsi nell’assistere alle variazioni del valore delle cose.
Posizione 156-159
Con la fine della moneta la situazione è precipitata. Ad esempio un’ora fa ho visto una vecchietta pagare un po’ d’insalata e due pomodori con un piccolo oggetto, mi sembra una tartarughina di giada. La meraviglia destata fra tutti da quell’oggetto che fino a un istante prima valeva – appunto – un po’ d’insalata e due pomodori è stata tale che nel giro di pochi minuti il valore di quella tartarughina era decuplicato, centuplicato.
Posizione 204-205
A destra mezza facciata del palazzo resisteva in piedi, con le mezze finestre del primo piano simili a gengive svuotate.
Posizione 250-251
Quando c’era il lavoro ci si lamentava perché non ci lasciava tempo a disposizione, adesso che il lavoro non c’è il tempo è una specie di stagno nel quale è facile impantanarsi.
Posizione 253-254
si può dire che quando due persone s’incontrano, da noi, l’esito sarà un peggioramento, sia pure impercettibile, della vita di tutti.
Posizione 306-307
forse odia il mondo intero, come tutti coloro che cadono nella peggiore delle trappole, che è quella di ritenersi in credito di qualcosa.
Posizione 358-359
Il vero male del mondo, più che la caducità umana, erano i cretini.
Posizione 451-452
La disapprovazione per le proprie azioni non gli impedisce di raccontare con un certo godimento il modo in cui fece fuori il giornalista.
Posizione 529-532
I suoi argomenti apparvero da subito degni al massimo di quattro risate. Perché si nutriva di mele? Per cercare, disse, di scoprire il segreto di Adamo ed Eva. Cosa avevano, si chiedeva, le mele di così particolare da indurre l’uomo al peccato? Si era proposto di mangiare mele per tutta la vita mantenendosi al tempo stesso puro da ogni peccato, così da riscattare l’uomo.
Posizione 591-593
Da tutto questo mi sembra di poter concludere che la differenza tra la preghiera e la bestemmia consisteva, secondo il rabbino Lattes, in questo: che la bestemmia racconta cose risapute, mentre la preghiera riflette (spesso senza molto costrutto) su cose che non sappiamo.
Posizione 800-804
Zazza spiega anche a lui che la serie di dolori, di per sé non molto forti, che sta accusando da qualche giorno, oltre a certe per lui inusuali variazioni nei ritmi per così dire fisiologici, gli fanno pensare, visto che gli stessi disturbi, uguali uguali, furono accusati dalla madre, dal fratello e dalla sorella prima di morire, che anche per lui sia giunto il momento di consegnarsi nelle mani del destino, o al peggio di un bravo medico.
Posizione 825-825
I libri possono aiutarci, ma la conoscenza vera sta in quello che possiamo registrare. E il male odia essere conosciuto.
Posizione 838-839
Mio padre non credeva nella salvezza individuale: morta la fiducia, per lui eravamo tutti morti.
Posizione 871-872
La lettura di questo programma genera in me un po’ di spaesamento, sento il bisogno di alzarmi, anche se poi rimango seduto.
Posizione 904-904
È da tanto che ho voglia di piangere, penso, prima o poi dovrò farlo.
Posizione 954-955
Milano è stata una grande città, e sa perché? Perché una grande città cerca sempre di rispondere a una grande domanda.
Posizione 1171-1172
Un padre non può desiderare altro che risparmiare al figlio il proprio inferno, ma poi ce lo butta dentro.
Posizione 1215-1215
una costante indifferenza, o peggio un tiepido apprezzamento
Posizione 1400-1400
Mia madre non aveva paura solo dei ragni: esseri umani a parte, aveva paura di tutto.
Posizione 1983-1984
“La domanda quanto fa due più due è facile per gli sciocchi e difficile per gli intelligenti, non è così?”
Posizione 1998-2000
Ho pensato migliaia di volte a quel gesto. La sola idea che mi rimane in testa è che lo abbia sopraffatto la fatica della morte. “Si fa fatica anche a morire,” mi diceva tutte le mattine, quando entravo nella sua camera: me l’avrà detto dieci, venti volte.
Posizione 2002-2004
Venivano chiamate “orecchie” i segni delle piegature degli angoli superiori o inferiori delle pagine, in sostituzione dei segnalibri, che considero un’eccellente creazione della civiltà umana.
Posizione 2029-2030
“Non cercare di ingannare il tuo amico,” rispose, facendosi triste. “Se quello che dici fosse vero, avresti già raggiunto l’oceano, ti ci saresti buttato e l’avresti attraversato a nuoto, nutrendoti dei pescecani che cercavano di mangiarti.”
Posizione 2143-2144
non era gentile starsene sempre al buio e nella polvere quando c’erano tante persone sole.
Posizione 2221-2222
Le domandai scusa, ma quello che mi stava dicendo a proposito di sé stessa costituiva un nutrimento più che sufficiente per un curioso come me.
Posizione 2300-2302
C’era qualcosa in quell’uomo, precisamente la sua povertà, che mi metteva una voglia inspiegabile di piangere, ma dovevo piangere da solo perché non avevo nessuno con cui piangere.
Posizione 2425-2426
“Lei si fa trovare addormentato sotto casa mia, e adesso pretende che io creda alla sua pazienza?
Posizione 2476-2477
Un secolo di letteratura mi aveva insegnato di cosa è capace un uomo.
Posizione 2693-2694
sua casa era grande ma non spaziosa
Posizione 3150-3150
Mio padre amava le teorie al punto da non doverle discutere mai.
Posizione 3370-3371
mezzo del rito matrimoniale, una luce si accendeva in me. Cammino, pensai, vuol dire logoramento. Noi viviamo per raggiungere la meta, ma alla meta ci arriveremo un po’ peggiori di quando siamo partiti.
Posizione 3397-3402
bada bene, dicevano quei capelli che si agitavano elettrici nel niente di vento di quel cielo di porcellana, che io non sono qui per festeggiare il tuo sposalizio con questo giovane genio francese (che sarà mai, poi!), ma soltanto per consegnarti un piccolo promemoria, scritto in parte nel colore del mio abito, in parte nella tinta dei miei capelli, in parte nella mia postura, così eretta, nei miei occhi per nulla sorridenti, nella mia bocca atteggiata viceversa a un sorriso senza allegria, un po’ amaro e un po’ beffardo, e da ultimo nel biglietto che tra poco ti consegnerò allungando un braccio rigido, così che tu possa comprendere bene quanto poco io sia intenzionata a stringerti la mano o a lasciarti baciare la mia.
Posizione 3660-3663
Parlò dell’amicizia che lega i matematici tra loro, del modo particolare che i matematici hanno di discutere tra loro – dove nessuna opinione viene lasciata in pace nella formalina prodotta dalla stupida persuasione che tutte le opinioni vadano rispettate. Al contrario, tutte le opinioni vengono messe alla prova della ragione, e questo – aggiunse tra il rumoreggiare dell’uditorio – non vale soltanto per la matematica.
Posizione 3886-3887
Posso indovinare con facilità i pensieri che si agitano in lui, ora che non ha più la forza di tenerli a distanza.
Posizione 4180-4181
chiunque muoia, in qualunque punto della Terra, ci ricorda che noi non abbiamo fatto abbastanza per lui.
Posizione 4306-4307
Il cattivo umore, piuttosto inusuale in lei (come anche il buonumore)
Posizione 4359-4363
Ma la fine può essere definitiva? Se la fine degli orologi avesse prodotto la fine della domanda che ora è? tutto sommato si potrebbe ancora immaginare una scena piena di senso, con cause ed effetti al loro posto. Invece la domanda che ora è? perse ogni senso quando ancora gli orologi funzionavano perfettamente: fu sufficiente non credere più alla risposta, non fidarsi più dell’interlocutore o del suo satellite o della capacità dell’uno e dell’altro di regolare a dovere l’orologio.
Posizione 4373-4375
Uno scrittore americano famoso quando avevo vent’anni dedicò al tema un romanzo. Una volta abbattute tutte le barriere, si chiedeva, cosa ce ne facciamo della libertà? Il romanzo fu un insuccesso clamoroso.
Posizione 4458-4459
(nulla somigliava all’investitura divina come il successo finanziario)
Posizione 4618-4620
Le teorie ci sono utili perché ci aiutano… ci possono aiutare… a imparare qualcosa che sta del tutto al di fuori di esse. La loro messa in crisi è il senso stesso della teoria. Sono come strumenti ottici: utili per vedere qualcosa ma ancora più utili se ci servono per capire che non stiamo vedendo qualcosa.”
Posizione 4646-4648
“Signorina, mi sono innamorato (lett: sono caduto innamorato).” “Caduto? Eccome, lo vedo bene.” “Innamorato, signorina. Di lei.” “Sì capisco bene, certo, anch’io, va da sé.” E infne: “Anch’io, nel senso che anche – io – la – amo.”
Posizione 4967-4967
Adesso è tutto un rave party, ma con poca droga, quasi niente alcol e niente musica
Posizione 5053-5055
Restava, disse Joseph, da questa parte un sentiero praticabile a patto di camminare in fila indiana, stare attenti a dove mettevamo i piedi e avere Dio dalla nostra parte. Joseph ama parlare così, come se recitasse in qualcuno di quei vecchi film pieni di sparatorie. Sentirsi il responsabile della situazione, anche quando non è vero, è il sale della sua vita.
Posizione 5244-5244
il vuoto è la sola proprietà… di uno scrittore…
Posizione 5972-5973
Uno scrittore provò a raccontare la storia di una pallina da baseball e venne fuori un libro di ottocento pagine.
Posizione 6815-6816
Bisognava emigrare in Europa per imparare le cattive abitudini
Posizione 7057-7057
“Il bene è terribile,” spiega Feedy. “Il male sai sempre dove ti porta, il bene no.”
Posizione 7131-7132
Fegato, pancreas, milza, cistifellea, budella, reni, utero, ovaie: nelle viscere c’è posto per tutto, miracoli e spazzatura.
Posizione 7167-7168
Tutti, del resto, sono capaci di dire “un giorno io morirò”, ma chi crede che prima o poi questo accadrà davvero? La morte, anche quando la invochiamo, ci è estranea.
Posizione 7201-7205
Negli anni della mia formazione me ne andavo a zonzo per Parigi, e mi affacciavo dalla mia finestra di Rue Chevreau per salutare una ragazza alla finestra dirimpetto e ascoltarla, una volta, mentre faceva gli esercizi al violino, dividendo le mie giornate tra lo studio in biblioteca, le amicizie occasionali, le chiacchiere sulla letteratura e le serate con amiche e amici dell’ultima ora tra Saint-Germain e Rue Oberkampf, e i miei pensieri contorti non venivano sfiorati dalla necessità di fare scelte di nessun tipo. Si poteva pensare tutto, leggere tutto, studiare tutto senza scegliere mai niente, e questo era forse il solo paradiso che il nostro mondo aveva saputo inventare per i tipi come me.
Posizione 7849-7850
Una civiltà coincide con i campi che apre al desiderio umano, e nessun delitto è altrettanto subdolo dello sterminio del desiderio.
Posizione 9379-9380
a un uomo non vengono sottratti solo i piaceri: a me infatti fu tolto un dolore, e posso garantire che è la stessa cosa.
Posizione 9631-9632
Mi ha raccontato che, da ragazzo, aveva studiato a lungo il violino, e che quando si studia uno strumento musicale il tempo diventa duro come l’acciaio.
Posizione 9832-9833
Noi continuiamo a edificare, ma la destinazione di tutto questo non ci appartiene.
Posizione 9862-9863
Olinda è piccola ma disegnata perfettamente, ha due occhi enormi, neri, e le sue parole sembrano nascere dal suo modo di guardare, sembrano il prolungamento del suo sguardo.
Posizione 10580-10581
i personaggi che preferisco nei romanzi sono i cattivi.
Posizione 10670-10670
Lui era un intellettuale, quindi una persona portata per natura alle catastrofi
Posizione 11311-11312
A Milano, dopo il crollo del mondo, la prima forma di moneta fu il furto
Posizione 11488-11489
Tra i corsi più interessanti e seguiti della BKU ci sono quelli tenuti dalle due sorelle Salido-Soupireux. Feedy tiene un corso di seduzione, Amy uno di immaginazione.
Posizione 11850-11850
Nessuno sa tutto quello che c’è nel futuro, ma una cosa c’è di sicuro: il passato.

Le cose semplici a volte si rivelano le più difficili

Le cose semplici a volte si rivelano le più difficili perché all'inizio del romanzo non si percepiva questa deriva cattocentrica, ed essendo Le cose semplici un volume di oltre 800 pagine, con l'inizio intendo un bel po'!

Era bello leggere di personaggi così stravaganti, oppure totalmente ordinari in un contesto così particolare: prima solo in modo accennato, poi riletti in maniera estesa. Sembrava di approfondire un'amicizia.

Le cose semplici è di sicuro un romanzo ambizioso, non solo per le sue dimensioni, ma anche per i temi trattati e le soluzioni proposte. Pensavo mi sarebbe piaciuto molto... e infatti mi è piaciuto, ma più avanzavo e più sentivo di odiarlo, fino a non vedere l'ora che finisse.

Quindi non mi sento di consigliarti Le cose semplici a cuor leggero, ma se per caso dovessi leggerlo, fammi sapere che te n'è sembrato!

Arancia Meccanica libro Cinebrivido Scardinato

Arancia Meccanica libro Cinebrivido Scardinato

Mi sono deciso a locchiare Arancia Meccanica libro e tutta quella sguana per splorarne benebenebene un piccolopo' con voi, o miei cari soma.

Per l'appunto, la scrittura di Anthony Burgess è tutta un'invenzione stilistica magnifica e terribile. I primi capitoli praticamente sono un tutorial per imparare l'astruso linguaggio... o una specie di test d'ingresso, vedila come preferisci.

Fatto sta che se riesci a superare questo scoglio poi hai fra le mani un romanzo meraviglioso (e nel planetario parole inventate dal dubbio significato).

Arancia Meccanica Trama Libro

Arancia Meccanica libro di Anthony Burgess del 1962. Titolo originale: A clockwork orange (trad: Un'arancia a orologeria).

Alex è a capo di una banda di teppisti, fra loro si chiamano soma e vanno in giro compiendo atti di efferata violenza dopo aver assunto droghe. Un giorno però Alex è tradito dai compagni, portato in prigione e successivamente condannato a 14 anni di carcere. Alex ha soli 15 anni.

Durante il secondo anno di permanenza alla Prista (Prigione Statale) Alex scopre l’esistenza della Cura Ludovico, che potrebbe consentirgli di tornare in libertà nel giro di due settimane. Alex si sottopone ma le conseguenze sono terribili.

Uscito dalla Prista, Alex è letteralmente abbandonato a se stesso, e la sua nuova condizione lo rende vittima di violenze fisiche e psicologiche, fino al tentativo disperato di togliersi la vita. Nel finale assistiamo alla redenzione del protagonista, che recuperata la capacità di scegliere è indirizzato sulla strada del bene.

Mi rendo conto di non essere molto bravo con i riassunti - tanto per usare un eufemismo - quindi se questo pezzo non ti ha soddisfatto qua puoi trovare qualcosa di meglio. Non mi offendo, giuro.

Arancia Meccnica libro di Anthony Burgess.webp

«Per molti versi il libro sono io: perché quello che scriviamo riguarda molto quello che siamo. E il libro rivela una battaglia interiore con questa idea: quella del male. Non solo il male, ma il pericolo di provare a correggerlo.

In linea di massima sono molto scettico riguardo all'uso del potere per cambiare gli altri. Alla fine noi, in quanto esseri umani, dobbiamo scendere a patti da soli con il dilemma del bene e del male, di ciò che è giusto e sbagliato, come di qualsiasi altra cosa.

Dio non lo farà al posto nostro. Se un Dio c'è, è un Dio sovrumano: a lui poco importa delle motivazioni umane.

Anche se al mondo non ci fossero piú esseri umani i principî del bene e del male continuerebbero a esistere. Non credo che tra duemila anni, sempre se esisterà ancora, il mondo sarà meno malvagio, o meno buono. Il conflitto non finisce mai.»

Anthony Burgess

Arancia Meccanica: significato

Il titolo del romanzo Arancia meccanica di Anthony Burgess è stato tradotto dall'originale inglese A Clockwork Orange, arancia a orologeria. Questa frase non ha un significato specifico in sé, ma Burgess ha spiegato che l'ha scelta perché voleva un titolo che fosse strano e inquietante, ma che allo stesso tempo avesse un'aura di familiarità.

Il termine clockwork in inglese si riferisce ai meccanismi che muovono gli ingranaggi di un orologio, ma può essere usato anche in senso figurato per descrivere qualcosa che funziona in modo preciso e regolare, come un orologio appunto. Nel romanzo, il termine clockwork orange è usato per descrivere il protagonista, Alex, e il suo gruppo di amici, che sembrano funzionare come un meccanismo preciso e perfetto, ma che in realtà sono violenti e imprevedibili.

Inoltre, il titolo ha un doppio significato, poiché orange può essere letto anche come oranž, la parola russa per uomo, suggerendo che il romanzo esplora anche il concetto di libero arbitrio e di ciò che rende veramente umani gli individui.

Frasi Arancia Meccanica

Posizione 154-155

Allora si dovette festarla perbenino con uno dei pesi della bilancia e poi le feci una bella carezza con un piede di porco che tenevano per aprire le casse, e quello fece uscire il rosso come un vecchio amico.

Posizione 188-191

Ma quando Bamba gli mollò un paio di pugni su quel fetente truglio da ubriacone, lui smise di cantare e scricciò: – Avanti, fatemi fuori, bastardi vigliacconi, tanto non me ne importa niente di vivere in un lurido mondo com’è questo -. Allora dissi a Bamba di sospendere un momento perché ogni tanto m’interessava snicchiare cosa avessero da dire questi bigi esequiandi sulla vita e sul mondo. Dissi: – Oh. E cos’avrebbe di così lurido, secondo te?

Posizione 331-333

Tornammo indietro verso la città, fratelli, ma quando eravamo ormai vicini, a due passi di quello che chiamavano il Canale industriale, locchiammo che l’ago della benzina aveva avuto un collasso, proprio come l’ago delle nostre gufate, e l’auto stava tossendo hem hem hem.

Posizione 360-380

E poi il disco sullo stereo finì e si zittì (era Jonny Zhivago, un russosky che cantava Solo a giorni alterni) e nella specie d’intervallo, il breve silenzio prima che ne cominciasse un altro, una delle quaglie – molto bionda e con un gran truglio rosso e sorridente e sui trentacinque circa – improvvisamente esplose a cantare, solo una battuta e mezzo e come se desse un esempio di qualcosa di cui stavano sprolando prima, e fu come se per un momento, O fratelli, qualche grande uccello si fosse messo a volare dentro il milkbar, e io sentii tutti i migni peletti delle mie macerie che si drizzavano in punta e i brividi mi strisciarono addosso dappertutto come lente lucertole, prima su e poi di nuovo giù. Perché sapevo cos’era che lei stava cantando. Era da un’opera di Friedich Gitterfenster chiamata Das Bettzeug, ed era il pezzo dove lei, con la gola tagliata, sta chiudendo con la vita, e le mottate sono: “Forse è meglio così”. Comunque, io rabbrividii. Ma il vecchio Bamba, appena snicchiò questo bréndolo di canzone che era tipo una trincia di carne rossa sbattuta sul piatto, lasciò andare una delle sue volgarità, che in questo caso era una tromba labiale seguita da un’abbaiata seguita da due dita puntate due volte per aria seguite da una ragliata claunesca. Io, locchiando e snicchiando la volgarità di Bamba, mi sentii improvvisamente tutto una febbre e mi sembrò di stare annegando in un bagno di sangue bollente, e dissi: – Bastardo. Sporco coglione maleducato d’un bastardo -. Poi mi sporsi sopra Georgie, che era tra me e l’orribile Bamba, e gli mollai allampo un festone sul truglio. Bamba fece l’aria stupita, il truglio aperto, asciugandosi il sangue dalle lerfie con la granfia e guardando a turno me e la salsa rossa che colava. – Per cosa l’hai fatto a fare? – mi domandò con la sua parlata da ignorantone. Quello che avevo fatto l’avevano locchiato in pochi, e quelli che l’avevano locchiato se ne sbattevano. Lo stereo era di nuovo in funzione e stava suonando una trucca nauseante per chitarra elettronica. Io dissi: – Perché sei un bastardone maleducato e non hai una riga d’un’idea di come ci si comporta pubblicamente, fratello mio. Bamba mise su un’aria malvagia friggibuco, dicendo: – Allora a me non mi piace che tu faccia quel che hai fatto. E non sono più tuo fratello per niente e non voglio nemmeno esserlo -. Aveva preso di tasca un grande garzuolo tutto moccicoso e si stava asciugando il gocciolio rosso, continuando a guardarlo tutto stupito e ingrugnito come se il sangue andasse bene per gli altri ma non per lui. Era come se volesse cantare sangue per rimediare alla sua volgarità verso la quaglia che cantava musica. Ma questa quaglia stava gufando ha ha ha con i suoi soma al bar, col truglio rosso che macinava e gli zughi scintillanti, e non si era accorta di nulla. Ma era a me che Bamba aveva mancato di rispetto.

Posizione 424-425

Volevo un’orgia di musica prima di farmi timbrare il passaporto alla frontiera del sonno, fratelli, e prima che il cancello a strisce si alzasse per farmi passare.

Posizione 464-469

Sono le otto passate, figliolo. Farai tardi di nuovo. Così io risposi: – Mi fa un po’ male il planetario. Lasciami stare che cerco di dormire ancora un po’ per farmelo passare, così oggi pome sarò più sviccio -. Snicchiai che lei faceva una specie di sospiro, poi disse: – Allora ti lascio la colazione nel forno, figliolo, perché devo uscire subito anch’io -. Ed era vero, dato che c’era questa legge che chiunque non fosse un bambino o non avesse un bambino o non fosse malato doveva andare a sgroppare. La mia mamma lavorava in uno di quegli Statalmarket, come li chiamavano, e riempiva gli scaffali di minestre e piselli in scatola e tutte quelle sguanate.

Posizione 519-529

Secondo i miei calcoli dovresti ormai essere maturo. è per questo che sono venuto ad avvertirti, piccolo Alex, di tenere la tua bella proboscidina fuori dai pasticci, già. Sono stato chiaro? – Come l’acqua di fonte, signore, – dissi. – Chiaro come il cielo azzurro dell’estate. Può contare su di me, signore -. E gli feci un sorriso con tutti gli zughi. Ma quando lui smammò e io mi misi a fare questo cià bello forte, ridevo tra me pensando a quello di cui si preoccupavano P.R. Deltoid e i suoi soma. D’accordo, io faccio male, pensavo, con questi festaggi e questi lavoretti con la lisca e il vecchio vaevieni, e se mi rabattano, be’, peggio per me, O fratellini, capisco che non si può mandare avanti una nazione se tutti quanti i martini si comportano come faccio io la notte. Così se mi rabattano e faccio tre mesi in un sosto e altri sei in un altro e poi, come mi avverte gentilmente P.R. Deltoid, nonostante la gran tenerezza delle mie primavere, fratelli, la prossima volta mi ficcano direttamente nel grande zoo, be’, io dico: “Giusto, ma è un gran peccato, signori miei, perché io semplicemente non sopporto di star rinchiuso. Ragion per cui farò di tutto, nel futuro che tende verso di me le rosee braccia prima che lo sgarzo subentri o il sangue canti la sua ultima strofa tra un groviglio di metalli contorti sull’autostrada, perché non mi rabattino mai più”.

Posizione 529-535

fratelli, questo mordersi le unghie dei piedi su qual è la causa della cattiveria mi fa solo venir voglia di gufare. Non si chiedono mica qual è la causa della bontà, e allora perché il contrario? Se i martini sono buoni è perché così gli piace, e io non interferirei mai coi loro gusti, e così dovrebbe essere per l’altra parte. E io patrocinavo l’altra parte. In pila, cattiveria viene dall’io, dal te o dal me e da quel che siamo, e quel che siamo è stato fatto dal vecchio Zio o Dio ed è il suo grande orgoglio e consolazione. Ma i non-io non vogliono avere il male, e cioè quelli del governo e i giudici e le scuole non possono ammettere il male perché non possono ammettere l’io. E la nostra storia moderna, fratelli, non è la storia di piccoli io coraggiosi che combattono queste grandi macchine? Parlo sul serio, fratelli, quando dico questo.

Posizione 538-540

La gazzetta parlava come al solito di ultraviolenza e rapine nelle banche e scioperi e calciatori che rendevano tutti paralitici per il terrore minacciando di non giocare la prossima domenica se non ricevevano paghe più alte, i cattivelli.

Posizione 546-551

Di articoli sulla Gioventù Moderna ce n’erano sempre, ma la trucca migliore che avessero mai stampato sulla vecchia gazzetta era di un bigio papalone col collare da cane che diceva come, secondo la sua stimatissima opinione, e lui sprolava da uomo di Zio, ERA IL DIAVOLO CHE SI TROVAVA OVUNQUE che si scavava la strada dentro la giovane carne innocente, ed era il mondo degli adulti che doveva assumersene la responsabilità per via delle loro guerre e delle bombe e tutte quelle assurdità. Ora sì che andava bene. Lui sì che sapeva di cosa parlava dato che era un uomo di Dio. E dunque noi malcichi eravamo innocenti e nessuno poteva darci la colpa. Benebenebene.

Posizione 588-589

Queste due giovani quaglie si somigliavano molto, ma non erano sorelle. Avevano le stesse idee, o la stessa mancanza di medesime, e lo stesso colore di capelli

Posizione 643-644

Mi feci un ghigno interno, dato che il papapa credeva che mi avessero corretto davvero, o credeva di crederlo.

Posizione 696-696

Ma quando fummo sulla strada locchiai che pensare è per i tonni e che i falchi usano invece l’ispirazione o quel che Zio manda.

Posizione 886-891

Ma c’erano le ciangotte dei cerini che dicevano a tutti di chiudere il becco e si poteva perfino snicchiare lo spatàc di qualcuno che veniva festato cinebrivido e faceva ouuuuuuuu, ed era come una ciangotta di bigia babusca sbronza, non di uomo. In questa cantona con me c’erano quattro rozzi che si facevano una bella glutata sonora di cià dato che ce n’era un pentolone sul tavolo e quelli lì succhiavano e ruttavano sulle loro sporche tazzacce. Non me ne offrirono neanche un po’. Tutto ciò che mi offrirono, fratelli, fu un bigio specchio stronzo perché mi ci guardassi, e a dir la verità non ero più il vostro bel giovane Narratore ma ero una vera frana, con il truglio tutto gonfio e i fari rossi e il naso ammaccato.

Posizione 976-986

Ricomincio da qui, e questa è la parte tipo lacrimosa e tragica della storia, fratelli miei e miei unici amici, che inizia nella Prista (Prigione Statale, cioè) Numero 84F. Non avrete certo molta voglia di snicchiare tutta la sguanosa e orribile storia dello shock che mandò il mio papà a battere le granfie ammaccate e salsose contro l’ingiustizia di Zio nel Suo Cielo e della mia mamma che allargava il truglio per fare ouuuuu ouuuuu ouuuuu nel suo dolore di madre per l’unico figlio e frutto del suo ventre deprimendo tutti quanti cinebrivido. Poi ci fu il bigio magistrato molto torvo nella lower court che sprolò mottate durissime contro il vostro Amico e Umile Narratore, dopo tutte le saloppe e sguanose calunnie vomitate da P.R. Deltoid e dai cerini, che Zio li stramaledica. Poi fui rimesso in una lurida cella insieme a lezzosi pervertiti e sgarroni. Poi ci fu il processo della corte suprema coi giudici e una giuria, poi ci furono molte mottate davvero bruttissime sprolate in modo solenne, poi ci fu il Colpevole, e la mia mamma giù a far baaahaaaahaaa quando dissero Quattordici Anni, fratelli miei. Così adesso ero qua, due anni giusti da quando ero stato sbattuto a calci e inchiavistellato nella Prista 84F, vestito all’estremo grido della prigione che era un abito a un pezzo di un colore sporco tipo sguana, e il numero cucito sulle parti tuberose proprio sopra il vecchio tictoc e pure sulla schiena, così che andassi o venissi ero sempre il 6655321 e non più il vostro piccolo soma Alex.

Posizione 1072-1082

Mi perdoni l’ardire, signore, ma perché non mi propone per questa faccenda? Si locchiava che stava meditando mentre sfumacchiava a tutt’ andare la sua cancerosa, e forse si stava chiedendo se doveva o no dirmi quello che sapeva. Poi disse: – Immagino che tu ti riferisca alla Tecnica Ludovico -. Era ancora molto circospetto. – Non so come si chiami, signore, – dissi. – So soltanto che ti fa uscire alla svelta e che non ti ci fa tornare mai piè. – Così, – disse, con le sopracciglia tutte un groviglio mentre si chinava a guardarmi. – è proprio così, 6655321. Naturalmente, per ora è solo in fase sperimentale. è molto semplice ma molto drastica. – Ma la stanno usando anche qui, non è vero? – dissi. – In quegli edifici nuovi vicino alla Parete Sud, signore. Abbiamo visto che li costruivano quando si usciva per l’aria. – Non è stata ancora messa in pratica, – disse, – non in questa prigione, 6655321. Lui ha dei seri dubbi in proposito. E devo confessare che io condivido quei dubbi. Il quesito è se una tecnica del genere possa davvero rendere buoni. La bontà viene da dentro, 6655321. La bontà è qualcosa che si sceglie. Quando un uomo non può scegliere cessa d’essere un uomo

Posizione 1093-1095

Quello che ora stava dicendo tutto per conto suo era: – E a quei tempi non potevi mai mettere le mani sopra un pogo (minima idea di cosa fosse, fratelli) manco a pagarlo dieci milioni di arcibaldi, allora che faccio, vado giù dal Turco, vado, e dico che ci ho questa raffa proprio quella mattina, e lui che fa? – Parlava sempre con quell’antico gergo della malavita.

Posizione 1188-1191

Il Governo non può più avallare delle teorie penologiche tanto sorpassate. Ammucchiate dei criminali insieme ed ecco quello che succede. Ottenete della criminalità concentrata, il delitto dentro il gastigo. Presto potremo avere bisogno di tutto lo spazio delle nostre prigioni per i delinquenti politici -. Io non zeccai un accidente, ma dopotutto non stava mica sprolando con me.

Posizione 1221-1236

Il Capo Satellite disse: – Il Cappellano della prigione vorrebbe dirgli due parole, signore -. Così fui accompagnato fuori e giù per il corridoio verso la Cappella, festato per tutta la strada sul planetario da uno dei satelliti, ma in un modo tutto noia e sbadigli. E mi accompagnarono attraverso la Cappella e dentro la cantonetta del salmiere. Il salmiere era seduto alla scrivania e aveva addosso una bella sniffa forte di cancerose e di Scotch di prima qualità. Mi disse: – Ah, piccolo 6655321, accomodati -. E ai guardiani: – Aspettate fuori, eh? – E loro andarono. Poi mi parlò in un modo molto serio, dicendo: – Una cosa voglio che tu sappia, ragazzo, ed è che questo non ha niente a che fare con me. Se fosse il caso io protesterei, ma non lo è. C’è la questione della mia carriera, e la mia voce è ben debole per opporsi a certi elementi che hanno molto più peso nel sistema. Sono stato chiaro? – Non era stato chiaro per niente, fratelli, ma io feci lo stesso di sì. – Tutto ciò comporta dei problemi etici molto ardui, – continuò. – Stanno per farti diventare un bravo ragazzo, 6655321. Non sentirai mai più il desiderio di commettere atti violenti o di offendere chicchessia in alcun modo o di turbare la Pace dello Stato. Spero che te ne renda conto. Spero che tutto ciò ti sia assolutamente chiaro -. Io dissi: – Oh, sarà bellissimo diventare buoni, signore -. Ma dentro di me mi feci una gufata cinebrivido, fratelli. Lui disse: – Essere buoni può non essere affatto bello, piccolo 6655321. Essere buoni può essere orribile. E mentre te lo dico mi rendo conto di quanto sembri contraddittorio. So che passerò molte notti insonni per questo. Che cos’è che Dio vuole? Dio vuole il bene o la scelta del bene? Un uomo che sceglie il male è forse in qualche modo migliore di un uomo cui è stato imposto il bene? Sono questioni profonde e difficili, piccolo 6655321. Ma ora voglio dirti solo questo: se in qualsiasi momento, nel futuro, tu dovessi ripensare a questi giorni e ricordarti di me, il più infimo e il più umile dei servitori di Dio, ti prego, non pensar male di me in cuor tuo, non credermi in alcun modo coinvolto in ciò che adesso sta per accaderti.

Posizione 1568-1569

E allora, fratelli, io dovetti fuggire nel sonno dall’orrenda e sbagliata sensazione che era meglio prendere le botte che darle. E se quel martino fosse rimasto avrei potuto perfino porgergli l’altra guancia.

Posizione 1631-1632

Gli alti valori morali non ci riguardano, noi ci preoccupiamo soltanto di stroncare la delinquenza…

Posizione 1668-1670

Redenzione, – scricciò lui. – Gioia per gli Angeli di Dio. – Il fatto è, – stava dicendo molto altisuono questo Ministro degli Esterni, – che funziona. – Oh, – disse il salmiere della prigione, tipo sospirando, – per funzionare funziona, che Dio ci aiuti tutti quanti.

Posizione 1689-1706

Mentre lo facevo, un migno nanerottolo pistonò dentro a vendere le gazzette del mattino, un tipo di sgarrone tutto storto e sguanoso con delle lenti spesse montate su metallo e le palandre che avevano il colore di un budino di ribes putrefatto. Io cattai una gazzetta, con l’idea di locchiare quel che capitava nel mondo per prepararmi al tuffo in una seigiorni normale. Questa gazzetta pareva una gazzetta del Governo, perché tutti gli articoli di prima pagina dicevano la stessa trucca e cioè che era necessario per ogni martino rimettere in carica il Governo alle prossime Elezioni Generali che pare dovessero avvenire tra due o tre settimane. C’erano delle mottate molto sbruffone su tutto ciò che il Governo aveva fatto negli ultimi tempi, dato l’aumento di esportazione e una politica estera proprio cinebrivido e l’assistenza sociale migliorata e tutta quella sguana. Ma ciò di cui il Governo si vantava di piera il modo in cui negli ultimi mesi le strade erano state rese meno pericolose per tutta la grega pacifica che passeggiava di notte, per via delle paghe migliori ai poliziotti e della polizia che era più dura coi giovani teppisti e i pervertiti e i rapinatori e quel genere di sguanate. Il che interessava piuttosto il Vostro Umile Narratore. E sulla seconda pagina c’era una foto tutta confusa di qualcuno che mi pareva di conoscere e poi saltò fuori che quello ero proprio io io io. Avevo un’aria molto giù e tipo spaventata, ma era per via dei flash che facevano plop plop continuamente. Sotto la foto diceva che quello era il primo diplomato del nuovo istituto Statale per la Redenzione dei Criminali, che era stato guarito dei suoi istinti criminali in soli quindici giorni, e che adesso era un buon cittadino rispettoso delle leggi e tutta quella sguana. Poi locchiai che c’era un articolo molto spaccone su questa Tecnica Ludovico e su com’era intelligente il Governo eccetera. Poi c’era un’altra foto di qualcuno che mi sembrava di conoscere ed era questo Ministro degli Esterni. Pareva che si fosse vantato un bel po’ e che secondo lui era vicina un’epoca felice libera dai delinquenti e in cui non ci sarebbe più stata paura di venire vigliaccamente assaliti dai giovani teppisti e dai pervertiti e dai rapinatori e tutta quella sguana. Così io feci aaaaarg e buttai la gazzetta per terra, ricoprendo le macchie di cià versato e gli orribili sputacchi dei lezzoni che frequentavano quel sosto.

Posizione 1781-1782

Così presi l’autobus per il Center, poi tornai indietro fino al Taylor Place dove c’era la disco-butik MELODIA che avevo onorato della mia inestimabile preferenza

Posizione 1948-1948

Arrivai a una specie di villaggio che mi pareva d’aver già locchiato, forse per via che tutti i villaggi si somigliano, specialmente al buio.

Posizione 1983-1985

Credo di sapere chi sei, – disse lui. – Se sei chi credo tu sia, allora sei capitato proprio nel posto giusto, amico mio. Non era tua la foto sui giornali di oggi? Non sei tu la povera vittima di quell’orribile tecnica nuova? Se è così è la Provvidenza che ti manda. Torturato in prigione e poi sbattuto fuori perché la polizia continui a torturarti. Hai tutta la mia compassione, povero ragazzo

Posizione 2001-2005

Tu hai peccato, immagino, ma la tua punizione è stata davvero sproporzionata. In fondo eri un essere umano, e loro ti hanno cambiato in qualcos’altro. Non sei più in grado di scegliere. Ora sei obbligato a compiere soltanto delle azioni socialmente accettabili, come una macchina capace di fare solo il bene. Oh, capisco benissimo….Anche quella faccenda del condizionamento marginale. Musica e sesso, arte e letteratura non devono più essere fonte di piacere per te, ma di dolore.

Posizione 2007-2007

Un uomo che non può scegliere cessa di essere un uomo.

Posizione 2031-2039

c’erano anche due o tre scaffali di libri e c’era anche, come immaginavo, una copia di Un’arancia a orologeria e dietro, sulla costa, c’era la targa dell’autore: F. Alexander. Zio buono, pensai, è un Alex pure lui. Mi misi a sfogliare il libro così com’ero, in pigiama e a patte nude, dato che non avevo neanche una riga di freddo per via che il cottage era tutto bello caldo, ma non zeccai tanto bene di cosa parlasse. Era scritto in uno stile tipo scardinato tutto pieno di Ah e di Oh e quelle sguanate, ma il succo di tutta la faccenda sarebbe stato che ai nostri giorni i martini venivano trasformati in macchine ma che invece tutti – io e voi e il baciami-le-bacche – avrebbero dovuto fare una crescita naturale come i frutti. F. Alexander pensava, pare, che tutti noi cresciamo su quello che lui chiamava l’albero-del-mondo nell’orto-del-mondo che Zio o Dio aveva seminato, e che stavamo lì perché Zio o Dio aveva bisogno di noi per calmare la sua sete d’amore o una sguanata del genere. A me tutta questa roba mica mi piaceva tanto, fratelli miei, e mi chiedevo se per caso questo F. Alexander non si fosse del tutto scardinato da quando sua moglie aveva sbaraccato.

Posizione 2065-2069

Qualcuno deve pur lottare. Abbiamo una grande tradizione di libertà da difendere. Io non appartengo a nessun partito. Quando vedo l’infamia cerco di combatterla. I partiti non significano nulla, la tradizione di libertà è tutto. Oh, certo, la gente comune non se ne preoccupa. Sono pronti a vendere la libertà per una vita più tranquilla. è per questo che devono essere pungolati, pungolati… – E a questo punto, fratelli, prese una forchetta e cercò di ficcarla due o tre volte nel muro finché si piegò tutta. Poi la buttò per terra.

Posizione 2203-2204

Comunque questi poldi politici se ne andarono. E me ne andai anch’io, ma tornai in orbita, tornai nel gran buio acceso ogni tanto da sogni che non sapevo se erano sogni o no, fratelli miei.

Posizione 2308-2309

Quello che si glutava noi era il vecchio mommo coi coltelli dentro, come si diceva, per diventare più svicci e pronti per un po’ di porco diciannove, ma questo ve l’ho già raccontato.

Posizione 2441-2445

Sì sì sì, proprio così. La giovinezza deve andarsene, oh sì. Ma la giovinezza è un po’ come essere un animale. No, non proprio come un animale ma come uno di quei migni giocattoli che vendono per le strade, tipo dei piccoli martini fatti di latta e con una molla dentro e una chiavetta fuori e tu lo carichi trrr trrr trrr e quello pistona via, tipo camminando, O fratelli miei. Ma cammina in linea retta e va a sbattere contro le cose, sbam, e non può farne a meno. Essere giovani è come essere una di queste migne macchinette.

Arancia Meccanica Romanzo Distopico

Arancia Meccanica Libro Distopico

Il libro Arancia Meccanica è di certo una pietra miliare della letteratura distopica. Alex è l'antieroe che si muove in questo futuro caratterizzato dalle sregolatezze e l'ultraviolenza giovanili, e Alex stesso e i suoi soma ne sono protagonisti.

L'attenzione sebra puntare il dito contro questo stile di vita, ma è successivamente che la vera violenza ha luogo, quando le pacifiche strutture correttive governative riescono addirittura a interferire con il libero arbitrio dei cittadini, condizionati dalla Cura Ludovico a non commettere più azioni malvagie.

Ma il cuore di questo romanzo distopico è proprio questo: che cos'è un uomo che non può scegliere?

PS: anche l'accenno ai delinquenti politici non è male!

Arancia Meccanica Libro VS Film

Arancia Meccanica libro è anche un famoso film di Kubrick

Arancia Meccanica è un famoso film di Kubrick del 1971. Anzi, il film Arancia Meccanica è sicuramente il motivo per cui ho deciso di leggere il romanzo di Burgess (e scommetto che è lo stesso per molti).

Non voglio fare il listone delle microdifferenze fra Arancia Meccanica libro e film, ma solo segnalare le più evidenti, quelle che maggiormente mi hanno dato da pensare.

  • Per prima cosa, Arancia Meccanica libro è molto più crudo. Senza entrare nei dettagli, le violenze commesse da Alex e soma sono peggiori di quelle viste in Arancia Meccanica film (che pure non erano poca roba).
  • Altro punto degno di nota, l'Alex di Arancia Meccanica film era un marcantonio, Malcom McDowell che lo interpreta aveva 27-28 anni, mentre l'Alex di Arancia Meccanica libro è un quindicenne: questo dà maggior peso anche al punto precedente!
  • Sempre Alex, in Arancia Meccanica libro è appassionato di musica classica in generale (ed è su questa tutta che la cura Ludovico ha effetto), e non del solo Ludwig Van Beethoven, come invece l'Alex di Arancia Meccanica film.
  • Anche lo slang è diverso fra le due versioni, ma credo sia da imputare solo ed esclusivamente alle diverse traduzioni.
  • Il finale: non voglio spoilerare troppo (anche se...) ma giusto per far capire l'entità, in Arancia Meccanica film manca l'ultimo capitolo di Arancia Meccanica libro, e quindi il finale è completamente diverso! Roba da gufare cinebrivido!
The Surrogates (2009) di Robert Venditti e Brett Weldele

The Surrogates (2009) di Robert Venditti e Brett Weldele

Credo di non aver mai scritto di fumetti distopici, quindi perché indugiare oltre?

The Surrogates di Robert Venditti e Brett Weldele è appunto un fumetto distopico, ambientato in un futuro non troppo distante dov'è consuetudine che le persone si muovano nel mondo reale per mezzo di androidi antropomorfi indistinguibili dagli esseri umani (chiamati surrogati) che, comandati a distanza attraverso una non meglio specificata rete di connessione neurale, trasmettono tutte le percezioni sensoriali dell'ambiente in cui si muovono.

I surrogati possono essere versioni migliorate degli individui cui sono connessi - più giovani, belli, forti eccetera - oppure identità completamente nuove che nulla o quasi condividono con il loro umano.

Quasi tutti gli umani fanno uso dei surrogati, tranne una piccolissima parte che li rifiuta radicalmente, e ne condanna l'uso per motivazioni religiose.

Disegno autografato dell'autore di The Surrogates

Ho scoperto The Surrogates durante un firmacopie di Venditti e Weldele a Lucca Comics nel 2009, il fumetto era appena uscito; non ci metterei la mano sul fuoco ma poteva addirittura essere un'anteprima esclusiva per quella fiera. Tuttavia ciò non mi ha impedito di impiegarci 13 anni per scriverne un articolo.

The Surrogates Presentato a Lucca Comics 2009

The Surrogates, pubblicato da Rizzoli Lizard

L'anno è il 2054 (OK, lo ricordavo che era un futuro prossimo). La fusione di realtà virtuale e cibernetica ha inaugurato l'era dei personal surrogates, avanzatissimi robot grazie ai quali gli esseri umani riescono a interagire gli uni con gli altri senza mai lasciare la propria casa.

È una vita perfetta, quella con i surrogati: grazie ai robot, un qualsiasi anziano obeso può girare per le strade nei panni di un bellissimo ragazzo o addirittura, se lo preferisce, in quelli di una donna.

L'assenza di contatti reali tra le persone ha perfino azzerato i rischi di malattia, tanto che fumare non è più dannoso perché agli esseri umani, che comandano a distanza i propri avatar tridimensionali, tocca solo l'appagamento della nicotina e non anche l'effetto dannoso del tabacco (questa cosa nel fumetto non è mai esplicitata).

Affinché tutto questo continui, però, i detective Harvey Greer e Pete Ford dovranno scovare e annientare un pericoloso terrorista, intenzionato a riportare l'umanità a un tempo in cui la vita veniva vissuta in prima persona, e non attraverso le macchine.

Rizzoli Lizard

Lo stile grafico di The Surrogates

Prima di dare un'occhiata all'elemento distopico di The Surrogates è doveroso soffermarsi sul suo stile grafico davvero originale.

Il lavoro di Brett Weldele è composto da una sequenza di cinque fasi:

  1. Vengono realizzati i primi schizzi, tracciati i bordi delle vignette e gli spazi per i dialoghi, quindi ripassati.
  2. I disegni a matita vengono scansionati, elaborati al computer e inchiostrati digitalmente.
  3. Vengoo aggiunti i toni di grigio e si modellano luci e ombre.
  4. I disegni acquisiscono colore con alcuni filtri digitali: brucia, scherma, sovrapponi ecc. Contestualmente si inseriscono digitalmente alcuni sfondi.
  5. La tavola viene ripulita e si aggiunge il lettering

Mi piace molto inoltre che alcune vignette selezionate siano poco più che uno schizzo, un effetto scenografico che cattura l'attenzione!

The Surrogates pag 141

Ho già detto che The Surrogates è un fumetto distopico, vero?

Come già è successo per per alcuni romanzi distopici, vale anche per i fumetti distopici la stessa verifica di appartenenza al genere. Ovvero: perché diciamo che un'opera è distopica? Facile: un'opera appartiene al mondo delle distopie se i temi che tratta sono quelli tipici del genere. Vediamo insieme alcuni esempi.

L'alienazione

Nella distopia classica il principale antagonista è uno stato totalitario che punta a reprimere gli individualismi e ogni voce fori dal coro. In The Surrogates - e in altre opere che strizzano l'occhio al cyberpunk - la minaccia cui l'individuo è sottoposto è appunto l'alienazione, il distacco dal mondo reale e la perdita dei contatti con gli altri a favore di una dimensione sintetica più semplice e comoda.

L'alienazione in The Surrogates

Il culto

In The Surrogates, il culto - ovvero un'organizzazione che cerca di sovvertire lo status quo - è una setta religiosa che considera i surrogati abominevoli, e professa un ritorno alla vita di prima che i surrogati fossero introdotti.

Come ogni religione che si rispetti, l'aspetto mistico è solo la facciata esteriore per ottenere potere politico.

Il culto in The Surrogates

Il distacco dalla natura

Nemmeno a dirlo: se passi la tua vita seduto su una poltrona chiuso in casa, il distacco dalla natura è automatico. I surrogati potranno pure produrre un feedback sull'ambiente che ti circonda, ma esserci davvero è un'altra cosa!

Il distacco dalla natura in The Surrogates

Il mondo dei replicanti

The Surrogates Presentazione Film

Prima di chiudere, ecco due parole sul film tratto da The Surrogates - pubblicizzato sulla fascetta del mio volume del fumetto - che con impensabile fantasia hanno chiamato Il mondo dei replicanti (ho già detto che non si tratta di replicanti, ma evidentemente non potevano leggere questo articolo prima che lo scrivessi).

Non si tratta di un'opera imperdibile, merita di sicuro una visione perché è comunque gradevole, ma il livello quello è. Molto piacevole visivamente, ma rispetto al fumetto hanno fatto qualche cambiamento di troppo: i cattivi li hanno fatti più cattivi, i buoni li hanno fatti più cattivi, i via di mezzo li hanno fatti più cattivi, e per compensare hanno aggiunto un bel lieto fine all'ammerigana.

Il potere della distopia

The Surrogates Secondo Inserto
The Surrogates Primo Inserto

The Surrogates ci propone una variante ultratecnologica del fenomeno che in quegli anni stava nascendo e oggi è ben consolidato: i primi social network hanno attecchito in Italia proprio attorno al 2008, e oggi assistiamo alla nascita del Metaverso.

Metaverso tra l'altro è un termine nato nel mondo cyberpunk, e indica un ambiente virtuale condiviso tramite la rete, dove si è rappresentati in attraverso un avatar 3D.

Una distopia letteraria che ispira una distopia reale? Forse. In ogni caso, come spesso accade, la distopia ha anticipato un possibile scenario indesiderabile, quello in cui le persone vivono una doppia vita, creando un personaggio online spesso interpretando un ruolo che non appartiene loro, e vi si nascondono, e qualcuno addirittura ci si perde.

Ti dice nulla?

Parole Belle: Peritarsi (ep. 1×05)

Parole Belle: Peritarsi (ep. 1×05)

Peritarsi è la parola bella di questo episodio e, senza por tempo in mezzo, ti spiego subito com'è andata!

Ho trovato il termine peritarsi nel bel mezzo di…

Parole Belle - Peritarsi

Ho trovato il termine peritarsi nel bel mezzo di Jonathan Strange & il signor Norrell, romanzo fantasy di Susanna Clarke vincitore del premio Hugo 2005 (vabbè lasicma perdere sta cosa che-è-meglio)... anzi, per essere precisi non l'ho trovato nel mel mezzo ma piuttosto verso la fine, come è possibile vedere dal volume sorretto dalla mia aiutante in foto.

È stata una lettura interessante, lunga e variegata: alcune fasi davvero eccitanti e altre tendenti al soporifero, ma penso che basti considerare il fatto di averle lette tutte quelle 879 pagine per capire che in fondo il romanzo m'è piaciuto.

Ho comprato il mio volume di Jonathan Strange & il signor Norrell online con un coupon che m'era stato regalato per un qualche compleanno addietro. Questo lo rende automaticamente un regalo di compleanno, ma il fatto di averlo scelto e comprato io fa di esso una specie di ibrido regal-acquisto.

La cosa curiosa è che quando lo ricevetti notai subito una cosa stranissima: non era un libro nuovo, ma un usato! Un usato mezzo ammuffito! Un usato mezzo ammuffito proveniente da una biblioteca! Triplo colpo di scena!

Jonathan Strange & il signor Norrell

Io però l'ho comprato regolarmente eh, non è che adesso viene la biblioteca a farmi le storie. Sia chiaro: il libro è mio e me lo tengo. Tiè! Anche perché poi è davvero pieno di muffa, guarda quante macchie solo nella prima pagina!

Il significato di “peritarsi”

peritarsi v. intr. pron. [lat. tardo pĭgrĭtari, intens. di pigrari «essere indolente, pigro», der. di piger «pigro»] (io mi pèrito, ecc.), letter. – Esitare a compiere un’azione, per mancanza di volontà o di decisione, o anche per timidezza, soggezione, senso di vergogna, o per altro motivo di ritrosia: tali che si peritavano di affrontarvi a visiera alzata (Foscolo); la povera donna si peritava a uscire di casa con quella [gonnella] che aveva addosso logora e rattoppata (Guerrazzi). Più spesso, spec. in frasi negative, avere dubbî, incertezze, farsi scrupolo di fare qualcosa o di comportarsi in un determinato modo: non mi peritai di dirgli chiaro e tondo ciò che pensavo di luinon si perita di fare false affermazioni; è uno sfacciato che non si perita di sostenere qualsiasi menzognaogni volta che potevano non si peritavano di corteggiargli la moglie (Moravia). Meno com., provare timore, sentirsi a disagio, non fidarsi, e sim.: mi facevano delle strane domande alle quali io rispondeva secondo il mio carattere senza peritarmi un attimo (Cicognani); si fermò timida sull’uscio …, e Stefano capì che s’era peritata di trovarlo ancora a letto (Pavese). ◆ Part. pres. peritante, anche come agg., esitante, timoroso, indeciso: si fermò peritante sull’uscio; si mostrava peritante a pronunciare quella parola.

Dizionario della Lingua Italiana Treccani

Peritarsi secondo il Dizionario Treccani

Mi peritai di fraintenderne il significato

Abbiamo appena letto che peritarsi significa esitare, non osare fare qualcosa... ebbene, è l'esatto contrario di quello che credevo, e l'ho scoperto proprio adesso!

Pensavo che significasse darsi da fare, eseguire qualcosa con maestria, anche se in effetti la frase assumerebbe un significato ben strano:

Peritarsi

Però diciamocelo: con le frasi al negativo è facile capire male e/o combinare pasticci, infatti eccomi qua reo confesso che porgo umilmente le mie scuse e bacio le mani e il castone dell'anello in segno di penitenza (ma in realtà faccio finta perché è solo una scusa per rinnovare l'appuntamento al prossimo episodio!

Fantascienza 2022 Carnival Special

Fantascienza 2022 Carnival Special

Martedì grasso, festicciola di carnevale, una moltitudine di bambini vestiti più o meno alla stessa maniera: vanno per la stragrande i costumi da Harry Potter (non della serie, del personaggio proprio: un esercito magico di Harry) e da supereroe: all'appello hanno risposto sei Spider-Man, quattro uomini d'acciaio, tre Batman, tre (?) Wonder Woman, Medioman, un Flash, due Iron Man, mezzo Captain America ecc.

Io contribuisco portando un'Arale da Dr. Slump & Arale (con cacca su stecco) e un'Alice da Alice Nelpaesedellemeraviglie (con fungo allucinogeno). Si unisce alla combriccola un'amichetta di Alice vestita da Harry Potter (eccallà).

Fantascienza 2022 Carnival Special

Anciertopunto Alice vede un suo compagno di classe con un misterioso costume: non è un personaggio conosciuto, anzi, probabilmente non è affatto un personaggio (per esempio mio nipote s'è vestito da mela!), il mio nerd-radar sembra in avaria, così mando Alice a indagare (eravamo tutti un po' incuriositi).

Ma alla domanda «da che cosa sei vestito?», lui risponde un deludente «non lo so», e scappa.

A me rimane un tarlo, un tarlo che scava, raspa e mastica, io cerco di rovistare anche nei cassetti della memoria più in basso, quelli straordinariamente più lontani, ma ogni sforzo sembra inutile: quel costume mi guarda e mi dice qualcosa, ma non riesco a focalizzare.

Poi l'illuminazione giunge.

HAL 9000

Io cerco in qualche modo di scattare una foto al costume per documentare questa grande citazione costumistica fantascientifica, ma scattare una foto a un bambino fermo a una festa di carnevale è come scattare una foto al mostro di Loch Ness in marsina!

Ebbene, il primo premio totale mondiale perenne per il miglior costume di carnevale di sempre va al compagno di classe di Alice vestito da... HAL 9000!

Cala il sipario, buonanotte a tutti.

Condizionatori, il quaderno dei cattivi pensieri pt. 1 di 5

Condizionatori, il quaderno dei cattivi pensieri pt. 1 di 5

Condizionatori, 12 settembre 2005

Egregio quaderno,

ieri, domenica, ero in bicicletta in direzione del lago d'Iseo. È un percorso che ho riscoperto nell'ultimo periodo: da casa fino a un bellavista che dà sul lago. Una visuale non troppo bella in verità, non è chissà quale panorama, riesce comunque a dare una certa soddisfazione poter dire d'esserci arrivati con le proprie forze. I mezzi a trazione animale hanno da sempre il loro fascino.

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L'ultimo tratto dell'andata è una discesa di cinque minuti, dopo un'arrampicata di un'ora e mezza circa. I tempi sono relativi alle mie prestazioni, non saprei comunque dire quanta sia effettivamente la strada. So però che quei cinque minuti di discesa, convertiti in salita, diventano venti.

Mi capita quasi sempre di trovarmi solo sulla strada, al sole, nel silenzio. In piedi sui pedali e a spingere sulle braccia. Credo davvero che l'esercizio fisico innalzi lo spirito, specie se in assenza di competizioni e tempi da assottigliare. Sarà l'acido che intacca la muscolatura, l'inebriamento dovuto al rilascio d'endorfina, il sapore salato del sudore che sale mischiandosi a lacrime e saliva. Sarà quel po' di tutto ciò, ma in quel particolare stato dove il pensiero più complesso è su come fare per far scorrere la catena di un'altra mezza corona, la mente è straordinariamente pulita, ordinata e ricettiva.

I ragionamenti seguono un filo logico magicamente limpido, lo stato d'innalzamento spirituale è così concreto che l'idea di avere preoccupazioni terrene è distante quanto quella di avere una meta da raggiungere.

Durante la veloce discesa sono passato per un breve tratto alberato, coperto alla luce del sole. Nell'attimo in cui l'ho percorso ho pensato a quanto invece, rifacendolo in salita, quell'ombra mi sarebbe sembrata immensamente più lunga.

E così è stato. E oltre che lungo, è stato anche freddo!

Sono strane le scintille che scaturiscono una serie di collegamenti mentali, e solitamente dopo il secondo o terzo passaggio sono già talmente fievoli d'esser riservate al ricordo ancora per non più d'un altro passaggio. Quasi sempre.

Non ero particolarmente sudato, e dato che fino a poco prima il sole m'aveva picchiato sul groppone ho pensato "Ma che bel fresco!". Non mentivo, sono un tipo sincero. Perfino con me stesso.

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Non è stata questa del 2005 un'estate eccessivamente torrida, s'è stato bene. Ha pure piovuto un sacco, ci sono stati anche dei bei disastri nel continente.

Il pensiero cui sono subito zompato è stato riguardo al fatto che ormai un sacco di miei conoscenti hanno nelle loro case un condizionatore d'aria, cosa pressoché impensabile fino a qualche anno addietro.

Ma poi c'è stata l'estate desertica del 2003, e questi elettrodomestici sono stati spinti più o meno in buona fede sul mercato. Nel giro di un anno e mezzo, da elettrodomestico di lusso, come potrebbe essere la vasca idromassaggio, è diventato un elemento quasi normale per una casa comune. Al pari di un bel televisore o della lavastoviglie.

Qui vorrei aprire una piccola parentesi filosofica sulla tecnologia.

La tecnologia può essere buona o cattiva. C'è quella che aiuta e rende all'uomo certe operazioni meno macchinose e più veloci, che quindi ben si integra con la sua vita quotidiana. Quella cattiva invece è un surplus, un qualcosa che parte essendo uno status symbol e arriva a farti modificare la tua natura per adattarti a essa, credendo di riceverne vantaggi, e magari ricevendone anche nell'immediato. Quando invece gli svantaggi sono celati infidamente, e sulla lunga distanza prevalgono esponenzialmente sugli effimeri guadagni.

Di questa seconda categoria fanno parte proprio i condizionatori dell'aria, mania di questi anni forse un po' troppo condizionata.

Non è una scienza sviluppatasi ultimamente, cosa che giustificherebbe questa piccola invasione, da che ricordo le pubblicità dei condizionatori esistono da sempre. Che per me vuol dire dagli anni ottanta. Un'idea di sempre non esattamente estesa, ma comunque sufficiente per questo caso.

Insomma, cos'è che ha reso necessari questi affari?

Chi è che mette in giro la voce che l'aria condizionata fa bene agli anziani? I telegiornali? La pubblicità? La mafia? Chi è che ci viene a raccontare che l'aria condizionata è l'unico vero rimedio contro la calura?

Io lo ho in macchina, per esempio, ma perché in un viaggio in autostrada di diverse ore, sotto al sole, le possibilità di una doccia fresca sono limitate.

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Ma non voglio parlare di cure al caldo. Se il caldo va visto come una patologia, la cura non è la soluzione migliore. Le cure le danno solo i detentori della verità e chi ha poco tempo per farsi rieleggere.

L'unica reale soluzione è la prevenzione. Si parla di mettere toppe a un paracadute, invece che usare un tessuto migliore. I condizionatori sono una toppa, mentre il tessuto è il nostro corpo. Trattiamo bene il nostro corpo, e lui saprà ricambiare.

Come mai invece di compra un condizionatore non ci istruiscono con mangiate più frutta e verdura, fate sport ed eliminate tossine, più acqua e meno bevande zuccherate, senza andare a sfociare nei discorsi riguardo l'inquinamento atmosferico.

L'uomo è ciò che mangia, e ultimamente fa proprio schifo. Senza le esasperazioni del fitness, e della moda passeggera che rappresenta, serve una regolamentazione nello stile di vita. C'è troppo superfluo nella vita moderna, e il più delle volte è fonte di danno. Penso davvero basti molto poco.

Non sono un superuomo, eppure io 'sto caldo sahariano mica l'ho sentito. M'è bastato indossare abiti più leggeri, anche se raramente sono sceso sotto il livello jeans & maglietta, seguire i consigli che mi sono dato prima, e soprattutto non prendere in prestito la testa degli altri.

Anzi, grazie ai signori dell'aria condizionata ho avuto anche un bel mal di schiena d'un paio di settimane, a cui avrei preferito di gran lunga tutte, ma proprio tutte, quelle giornate così torride da dover indossare i sandali con le suole antiaderenti!

Al collegamento mentale ennesimo però l'ombra ebbe fine, e di nuovo io e la mia bicicletta ci ritrovammo al sole, fino alla fine della salita. Un po' d'abbronzatura naturale non si rifiuta mai, specie quando, iniziata la discesa, il fresco dell'aria tagliata dal mio corpo mi solleticava, e mi faceva ridere l'idea dei condizionatori. Aria meccanica che esce da uno scatolotto attaccato a una presa della corrente, chiuso in una stanza.

 

Cordialmente suo,

    Andre

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Il mondo distopico di Abissi d’acciaio

Il mondo distopico di Abissi d’acciaio

Il mondo distopico di Abissi d'acciaio è un argomento estremamente interessante: questo libro di Asimov - che dopo i racconti apre il ciclo dei robot della Grande Saga Galattica - tocca molti temi: la fantascienza, il poliziesco, il mistico… ma è anche una distopia?

Per anni a questa domanda avrei risposto di no: effettivamente Asimov ambienta l'avventura di Lije Baley e Danell R. Olivaw in un mondo distopico, in cui i terrestri vivono in ambienti chiusi in città sovraffollate con risorse sempre più scarse, ma non è questo il tema del romanzo.

Anzi, avrei risposto che si tratta di un giallo con ambientazione fantascientifica, senza nemmeno entrare nel merito della distopia.

Vedendo però sempre più spesso catalogare Abissi d'acciaio fra i romanzi distopici ho deciso di rileggerlo per chiarirmi le idee.

Abissi d'acciaio: quarta di copertina

New York è irriconoscibile: niente più torri e grattacieli. Al loro posto, un'immensa metropoli "coperta" che non viene mai a contatto con l'aria, nella quale milioni di uomini e donne brulicano come formiche su strade mobili.

Una megalopoli in cui i robot sottraggono i posti di lavoro agli uomini a un ritmo sempre più preoccupante e alle cui porte si estende come una sfida Spacetown, la città degli Spaziali, dove tutto è lusso e ariosità, superbia e ostentazione.

C'è da meravigliarsi che uno dei tanti terrestri scontenti ammazzi uno Spaziale, e che il caso rischi di diventare un incidente interplanetario?

Per risolverlo bisogna ricorrere al miglior poliziotto della City, Lije Baley, e affidargli come compagno il più bravo poliziotto di Spacetown, R. Daneel Olivaw.

Il guaio è che quella "R" significa robot: sta per cominciare una sfida implacabile tra l'intelligenza umana e quella artificiale, il cui fine ultimo è quello di risolvere l'omicidio più esplosivo che la Terra ricordi.

Il mondo distopico di Abissi d'acciaio: Copertina

La città

Il mondo distopico di Abissi d'acciaio: La città

La prima cosa che notiamo è il mondo distopico di Abissi d'acciaio in senso stretto: la città.

New York, in questo caso, è una città sovrappopolata, caotica e opprimente. Nel futuro raccontato da Asimov l’umanità ha colonizzato una cinquantina di pianeti, ma la stragrande maggioranza degli umani vive sulla Terra in enormi conglomerati urbani al coperto.

Non solo le abitazioni, ma anche le strade e gli spazi aperti sono… chiusi! Il ciclo vitale è regolato da alternanza artificiale fra luce e oscurità, le persone non vedono mai il cielo e stare all'aria aperta è una specie di tabù.

Citazioni sul mondo distopico di Abissi d'acciaio

Posizione 198-201

Sulla strada celere c’era la solita folla: i passeggeri in piedi sui livelli inferiori e quelli con diritto a sedere sui superiori. Un fiume continuo di umanità abbandonava la strada per abbordare i nastri locali o le uscite che, mediante ponti e arcate, immettevano negl’infiniti labirinti dei settori cittadini. Dalla parte opposta un flusso altrettanto continuo di viaggiatori saliva sulla strada sfruttando i nastri acceleratori.

Posizione 273-278

Pensate all’inefficienza di centinaia di migliaia di case per centinaia di migliaia di famiglie paragonate alle unità che formano i settori; allo spreco di una collezione di videolibri in ogni abitazione quando ne basta una concentrata per sezione; al video indipendente per ogni famiglia quando si può adottare un efficace sistema di video-condutture. E se è per questo, pensate alla follia di un’infinità di cucine e stanze da bagno tutte identiche, ma riprodotte in quantità, contro le più efficienti strutture rese possibili dalla cultura delle Città (mense e sale-doccia).

Posizione 282-292

Sulla Terra c’erano circa ottocento Città, la cui popolazione media si aggirava sui dieci milioni. Ogni Città divenne un complesso autonomo, quasi autosufficiente dal punto di vista economico. Costruiva da sé il suo “tetto”, le sue recinzioni e i suoi livelli, sotterranei; divenne una caverna d’acciaio, un’enorme, protetta caverna di cemento e acciaio. La costruzione procedeva scientificamente. Al centro c’era l’enorme complesso degli edifici amministrativi. Accuratamente orientati fra loro e con il dovuto rispetto all’equilibrio della Città nel suo complesso, sorgevano i settori. I collegamenti fra un settore e l’altro erano costituiti dalle strade celeri e dai nastri locali. In periferia si trovavano le industrie, le colture idroponiche, le enormi vasche per le colture dei lieviti e le centrali energetiche. Attraverso questi veri e propri strati urbani correvano le condutture dell’acqua e gli scarichi delle fogne, e naturalmente sorgevano scuole, negozi, prigioni; la ragnatela era completata dai cavi trasportatori d’energia e dai raggi per le comunicazioni. Non c’era dubbio che la Città rappresentasse il culmine del processo che aveva portato l’uomo a trionfare sull’ambiente. Non il volo spaziale, non i cinquanta mondi colonizzati che di questi tempi facevano così gli altezzosi: la Città era il vero trionfo del genere umano.

Posizione 383-386

«Daneel, tutto quello che vedi è un unico edificio. L’intera Città, con i suoi venti milioni di abitanti, è un gigantesco blocco senza interruzioni, con le strade celeri che lo percorrono a cento chilometri all’ora. Ci sono quasi quattrocento chilometri di corsie veloci; per non parlare delle centinaia e centinaia di strade locali».

Il distacco dalla natura

Il distacco dalla natura nel mondo distopico di Abissi d'acciaio

Un altro tema ricorrente nelle maggiori distopie è l'allontanamento del genere umano da una visione naturalistica del mondo. In Abissi d'acciaio la natura è guardata con ostilità, come qualcosa da cui difendersi.

Come dicevo prima, gli umani non vedono mai il cielo - è più una stravaganza da ricchi - e stare all'aperto è qualcosa di indesiderabile. Non ci sono animali, se non negli zoo (ma nel romanzo vengono citati solo cani, gatti e uccelli) e il banale collegamento fra cibo e natura è completamente assente.

Citazioni sul distacco dalla natura di Abissi d'acciaio

Posizione 40-45

Si alzò, girò la schiena e s’incamminò verso la parete alle spalle della scrivania. Toccò un bottone invisibile e una sezione del muro divenne trasparente. Baley batté gli occhi perché non s’aspettava l’improvvisa inondazione di luce grigia. Il questore sorrise. «Mi sono fatto installare questo trucchetto l’anno scorso, Lije. Non credo di avertelo mai mostrato. Vieni, dai un’occhiata. Ai vecchi tempi tutte le stanze avevano un affare così. Si chiamavano finestre, lo sapevi?» Baley lo sapeva perfettamente, perché aveva visto parecchi romanzi storici. «Ne ho sentito parlare» disse.

Posizione 58-63

In quarantadue anni di vita aveva visto raramente la pioggia o altri fenomeni della natura. Commentò: «Mi sembra uno spreco che tanta acqua si versi sulla città. Dovrebbe cadere solo nei bacini». «Lije» disse il questore «sei un inguaribile uomo moderno. Questo è il tuo guaio. Nel medioevo la gente viveva all’aperto, e non intendo solo nelle fattorie, ma nelle città. Perfino a New York si viveva all’aperto. Quando pioveva, la gente non pensava che fosse uno spreco. Era contenta. Viveva a contatto con la natura. È più sano, è meglio. La vita moderna ha divorziato dalla natura, da qui vengono i guai. Qualche volta, leggi come andavano le cose nel Secolo del Carbone.»

Posizione 293-299

Praticamente nessuno, sulla Terra, viveva fuori delle Città. Fuori non c’era che desolazione e aria aperta, che ben pochi riuscivano a sopportare con un minimo d’equanimità. Naturalmente era necessario conservare degli spazi aperti: c’erano l’acqua che è necessaria agli uomini, il legno e il carbone che erano le materie prime da cui, dopo lunghi processi, si ricavava la plastica, e le riserve naturali di lievito e fermenti. (Il petrolio era finito da molto tempo, ma alcune varietà di lievito ricche d’olio costituivano un buon sostituto.) Nelle zone disabitate fra Città e Città c’erano poi le miniere, e una fetta non trascurabile di terra – più di quanto la gente, di solito, immaginasse – veniva ancora sfruttata per la agricoltura e l’allevamento del bestiame. Non era un sistema efficiente per produrre cibo, ma carne, maiale e grano potevano sempre essere smerciati sul mercato dei generi di lusso o essere esportati.

Posizione 905-918

«Bene, se la cosa non ti offende cercherò di spiegare. Posso avere un pezzo di carta e uno scriptor? Grazie. Ora guarda qui, collega Elijah. Disegnerò un cerchio grande e lo chiamerò New York City. Ora, e in modo che i due cerchi si tocchino, ne disegnerò un altro che chiamerò Spacetown. Nel punto in cui si toccano disegnerò una freccia e la chiamerò Barriera. Esistono altri punti di collegamento, secondo te?» Baley rispose: «Naturalmente no. Non ce ne sono altri». «In un certo senso» disse l’automa «sono contento di sentirti dire questo. Corrisponde a ciò che mi è stato insegnato sulla mentalità terrestre. La Barriera è l’unico punto di contatto diretto. Ma sia la Città sia Spacetown sono aperte alla campagna in tutte le direzioni. È possibile che un terrestre abbia lasciato la città tramite una delle numerose uscite e sia arrivato a Spacetown attraversando la campagna, in un punto dove nessun ostacolo l’avrebbe fermato.» La punta della lingua di Baley toccò il labbro superiore e per un momento restò lì. Poi disse: «Attraversando la campagna?». «Sì.» «Attraversando la campagna da solo?» «Perché no.» «A piedi?» «Senz’altro. A piedi è molto difficile essere individuati. L’assassinio ha avuto luogo all’inizio della giornata lavorativa, quindi il viaggio dev’essere avvenuto prima dell’alba.» «Impossibile! In questa Città non c’è nessuno che sarebbe disposto a uscire all’aperto, da solo.»

Posizione 985-1000

In cima ai livelli dei settori più ricchi ci sono i solarium naturali, dove un divisorio di quarzo con un rivestimento mobile di metallo esclude l’aria ma lascia entrare la luce del sole. Là, mogli e figlie dei più alti funzionari della Città prendono la tintarella. E là, ogni sera, si ripete un fenomeno unico. Cade la notte. Nel resto della Città (compresi i solarium artificiali, dove milioni di persone, a turno e per un tempo rigidamente stabilito, possono esporsi alle lampade a raggi ultravioletti) il decorso della giornata è stabilito da un calendario convenzionale. L’attività produttiva potrebbe continuare senza problemi ventiquattr’ore su ventiquattro, in tre turni di otto ore o in quattro di sei ore. Non ci sarebbe differenza fra “notte” e “giorno”, ma luce e lavoro potrebbero seguire un ciclo ininterrotto. Non mancano mai i riformatori civici che periodicamente suggeriscono un’innovazione del genere, nell’interesse dell’economia e dell’efficienza. Ma è una proposta che non verrà mai accettata. La maggior parte dei vecchi costumi terrestri sono stati aboliti nell’interesse delle già citate efficienza e produttività: lo spazio, la privacy e perfino, in parte, il libero arbitrio. Dopotutto erano prodotti della civiltà, e non più vecchi di diecimila anni. L’abitudine di dormire la notte, tuttavia, è vecchia quanto l’uomo: un milione di anni. Non è facile rinunciarci. Benché nessuno si accorga che sta scendendo la sera, le luci dei settori abitati si abbassano e il ritmo della Città rallenta. Benché nessuno possa distinguere il mezzogiorno dalla mezzanotte in base ai fenomeni cosmici, l’umanità continua a regolarsi sulle lancette dell’orologio anche nel corridoi delle Città. Le strade celeri si vuotano, i rumori della vita si attenuano, la folla che brulica nelle colossali gallerie scema; New York City riposa sull’emisfero in ombra, anche se nessuno se ne accorge. E i suoi abitanti dormono.

Posizione 1295-1305

«Vuole accettare del cibo?» chiese Fastolfe. Indicò il tavolo che divideva lui e R. Daneel dal terrestre, ma sopra non c’era altro che una serie di sferoidi colorati. Baley si sentì preso in contropiede, perché li aveva scambiati per gingilli. R. Daneel spiegò: «Sono i frutti di una pianta che cresce su Aurora. Ti consiglio di provare questo, si chiama mela ed è ritenuto molto buono». Fastolfe sorrise. «R. Daneel non può dirlo per esperienza personale, ma ha ragione.» Baley si portò la mela alla bocca. La superficie era rossa e verde, al tatto era fresca e aveva un odore lieve e piacevole. Si fece forza e diede un morso, ma l’inatteso gusto aspro della polpa gli fece limare i denti. Masticò il boccone suo malgrado. Gli abitanti della Città mangiavano cibo naturale solo quando il razionamento lo permetteva e lui stesso aveva assaggiato vera carne o pane; tuttavia anche quegli alimenti venivano trattati in modo speciale: erano cotti o essiccati, mescolati tra loro e rinforzati. La frutta, per esempio, era distribuita sotto forma di salse o conserve; ciò che teneva in mano adesso, invece, veniva direttamente dalla terra sporca del pianeta. Baley pensò: “Spero che l’abbiano lavata, almeno”.

Posizione 2008-2010

Per Ben era la prima visita allo zoo ed era tutto eccitato: dopotutto non aveva mai visto un cane o un gatto prima di allora. E poi erano arrivati alla voliera degli uccelli, altissima! Perfino Baley, che l’aveva vista non so quante volte, non era immune dal suo fascino.

Posizione 1683-1692

La natalità è bassa e l’incremento demografico rigidamente controllato. Ci preoccupiamo di mantenere un preciso equilibrio fra uomini e robot per garantire a tutti il più alto confort individuale. I bambini vengono scrupolosamente esaminati per scoprire disfunzioni fisiche e mentali prima che sia loro permesso di crescere.» Baley lo interruppe: «Vuol dire che li uccidete, se non…». «Se non sono adatti, sì. Posso assicurarle che avviene in modo indolore. La cosa le sembra mostruosa, ma non più di quanto sembri mostruosa a noi la mancanza di controllo demografico sulla Terra.» «Il controllo c’è, dottor Fastolfe. Ogni famiglia può avere un dato numero di bambini.» Fastolfe sorrise, tollerante «Un dato numero di bambini qualsiasi, non bambini sani. E anche così ci sono le infrazioni e la vostra popolazione cresce.» «Chi ha il diritto di giudicare se un bambino deve vivere?» «È una questione complicata e non posso risponderle in quattro parole. Un giorno ne discuteremo in dettaglio.»

La sovrappopolazione e la carenza di risorse

La sovrappopolazione e la carenza di risorse nel mondo distopico di Abissi d'acciaio

La popolazione della Terra in Abissi d'acciaio ammonta a otto miliardi di persone, ed è chiaro che le risorse faticano sempre più a soddisfarne le esigenze.

Nel 1953 la popolazione mondiale era di circa due miliardi e mezzo di persone, evidentemente ad Asimov otto miliardi sembrava un numero esageratamente grande… scontato dire che questa cosa l'ha sbagliata di brutto.

Non ha sbagliato però a prevedere che le risorse sarebbero scarseggiate, purtroppo quel momento è già iniziato!

Citazioni su sovrappopolazione e carenza di risorse

Posizione 12-14

Esaminò il contenuto della borsa del tabacco e fece qualche calcolo mentale: a due pipate al giorno, poteva tirare fino alla prossima distribuzione. Uscì lentamente dall’angolo riservato (si era conquistato un angolo riservato due anni prima) e attraversò la sala comune.

Posizione 88-89

Non si può pretendere che otto miliardi di persone, quant’è la popolazione della Terra, possano permettersi una cupola per famiglia.

Posizione 1636-1645

Il dottor Fastolfe era sorpreso. «Siete soddisfatti della vita sulla Terra?» «Tiriamo avanti.» «Sì, ma per quanto? La popolazione aumenta continuamente; le calorie a disposizione soddisfano le esigenze della vostra gente grazie a sforzi sempre più strenui. La Terra è in un vicolo cieco, amico.» «Tiriamo avanti» ripeté Baley, cocciuto. «A malapena. Una Città come New York è costretta a fare sforzi colossali per assicurare la fornitura d’acqua e l’eliminazione dei rifiuti. Le centrali atomiche, che forniscono l’energia, funzionano con scorte di uranio che è sempre più difficile ottenere anche dagli altri pianeti del sistema, mentre la domanda sale costantemente. La vita delle Città dipende dall’arrivo della polpa di legno che alimenta le vasche dei lieviti, e dei minerali che servono agli impianti idroponici. L’aria dev’essere cambiata costantemente. È un equilibrio che presto non sarà più tale, e ogni anno si aggiunge qualche nuova complicazione. Che ne sarebbe di New York se lo spaventoso flusso di materiali in accesso o in uscita fosse interrotto anche per una sola ora?» «Non è mai successo.» «Questo non significa che non succederà.

Posizione 1700-1707

«Va bene, vedo che ci avviciniamo al punto. In che modo Spacetown vi aiuta a risolvere il problema?» «Noi cerchiamo di introdurre i robot sulla Terra perché vogliamo sbilanciare l’equilibrio economico delle Città.» «E questo sarebbe il modo in cui volete darci una mano?» Le labbra di Baley fremevano. «Mi sta dicendo che cercherete di creare di proposito disoccupazione e declassamento?» «Non per crudeltà o cinismo, mi creda. Un gruppo di diseredati, o declassati come lei li chiama, è quello che ci serve per formare un nuovo nucleo di coloni. La vostra antica America fu scoperta da navi piene di galeotti. Non vede che il sistema delle Città non può fare nulla per i diseredati? Essi non hanno niente da perdere, ma mondi da guadagnare se lasceranno la Terra.»

Posizione 2878-2887

Lievitown non era un nome ufficiale: nessun atlante e nessuna carta dei quartieri di New York lo riportava. Quello che la gente, nel linguaggio corrente, chiamava “Lievitown” era semplicemente l’insieme dei distretti di Newark, New Brunswich e Trenton (secondo la classificazione dell’Ufficio Postale). Si stendeva come una lunga striscia in quello che una volta era stato il New Jersey, ed era punteggiato di quartieri d’abitazione che per lo più si addensavano intorno a Newark Center e Trenton Center; la maggior parte del territorio, tuttavia, era occupata dalle fattorie multistrato in cui crescevano e si moltiplicavano migliaia di varietà di lieviti. Un quinto della popolazione della Città lavorava alla coltivazione dei lieviti e nelle industrie sussidiarie. Cominciando dalle montagne di legno e cellulosa grezza che affluivano in Città dalle foreste degli Allegheny, e continuando per le vasche d’acido che tramite idrolisi li trasformavano in glucosio, i carichi di nitrati e fosfati che costituivano i principali additivi, giù giù fino alle sostanze organiche fornite dai laboratori chimici, tutto mirava a un solo scopo: produrre lieviti, sempre più lieviti. Senza di essi, otto miliardi d’uomini sarebbero morti di fame in un anno.

Perdita di individualismo, classismo e omologazione culturale

Perdita di individualismo, classismo e omologazione culturale in Abissi d'acciaio di Isaac Asimov

Anche questi sono elementi molto frequenti che caratterizzano il romanzo distopico: la messa al bando dell'individualismo a favore della collettività, la rigida suddivisione della popolazione in classi sociali, ognuna con i propri privilegi, e l'omologazione della cultura (verso il basso, solitamente).

Il mondo distopico di Abissi d'acciaio non solo presenta questi aspetti, ma li abbraccia in pieno e sono essenziali nella struttura della sua società.

Citazioni su individualismo, classi e omologazione

Posizione 242-246

Si portò sulla piattaforma celere, si fece largo tra i passeggeri in piedi e salì la stretta rampa a spirale che portava al livello superiore, dove sedette. Non infilò il biglietto con il numero di qualifica nella fascia del cappello finché non ebbero superato i settori dell’Hudson: un C-5 non aveva diritto a sedere a est del fiume e a ovest di Long Island, e benché al momento ci fossero posti a sufficienza un controllore l’avrebbe fatto senz’altro sloggiare. La gente era sempre più schizzinosa sui privilegi che spettavano alle varie categorie, e in questo Baley capiva perfettamente i suoi simili.

Posizione 400-402

Baley fece una valutazione a freddo: la Città era il culmine dell’efficienza, ma chiedeva parecchio ai suoi abitanti. Chiedeva loro di assoggettarsi a una ferrea routine e di piegare le esigenze individuali a un controllo rigoroso, scientifico. Di tanto in tanto le forze represse esplodevano.

Posizione 596-598

Fu durante il primo anno di matrimonio, quando il bambino non era ancora nato (per l’esattezza venne concepito in quei giorni; il loro Q.I., l’attestato genetico e la posizione di Lije nel Dipartimento davano loro diritto a due figli, di cui il primo poteva essere concepito nel primo anno di matrimonio).

Posizione 1562-1565

Ciò che rendeva la vita sopportabile erano i piccoli privilegi connessi alla qualifica: un sedile più comodo, un taglio di carne migliore, un’attesa più breve nella fila degli uffici e così via. A una mente filosofica queste potranno sembrare inezie, cose per cui è inutile lottare. Ma nessuno, per filosofo che sia, può rinunciare ai piccoli privilegi già acquisiti senza dolore. È questo il punto.

Posizione 1569-1575

Era di moda, fra i moderni scrittori politici, considerare con disprezzo e disapprovazione il “fiscalismo” del medioevo, quando l’economia era basata sul denaro. La lotta per l’esistenza, dicevano, era una competizione brutale. In quelle condizioni non si poteva costruire una società veramente complessa, perché la “corsa alla lira” generava nell’uomo una terribile ansia. (Gli studiosi avevano varie teorie sull’origine della parola “lira”, ma il senso della frase, nel complesso, non sfuggiva). Per contrasto, il moderno “civismo” veniva esaltato come molto più efficiente e illuminato. Forse era così. Esistevano romanzi storici di gusto sensazionale e romantico, e in quelli che riflettevano il punto di vista dei medievalisti si sosteneva che il “fiscalismo” era il progenitore di virtù quali l’individualismo e l’iniziativa.

Posizione 1892-1896

Le mense di settore erano le stesse in tutta la Città. Baley era stato a Washington, Toronto, Los Angeles, Londra e Budapest per lavoro e anche lì erano identiche. Forse nel medioevo il mondo era stato più vario, perché si parlavano lingue diverse e i cibi erano diversi. Ma oggi i prodotti dei lieviti erano gli stessi da Shangai a Tashkent, da Winnipeg a Buenos Aires; e l’inglese, anche se forse non era più la lingua di Shakespeare o Churchill, era l’idioma corrente in tutti i continenti.

Non solo quello di Abissi d'acciaio è un mondo distopico

Non solo quello di Abissi d'acciaio è un mondo distopico nel senso che l'ambientazione è distopica, ma tutto - la società, i personaggi, l'indagine ecc. - ruota attorno alle componenti distopiche del romanzo.

L'ambientazione la fa da padrona, in quanto la storia si svolge su un pianeta in cui le risorse scarseggiano e un incidente serio porterebbe al tracollo; i terrestri vivono in città in ambienti chiusi, tanto che quasi tutti hanno paura di uscire all'aperto e vedono la natura con diffidenza, la sovrappopolazione è spesso causa di tensioni sociali e sommosse.

Inoltre - e senza spoilerare - il crimine su cui Baley e Olivaw indagano è legato a doppio filo a tutto ciò.

Mi ripeto la domanda dell'inizio: Abissi d'acciaio è un romanzo distopico?

Ora che mi sono chiarito le idee, rileggendolo in quest'ottica, modifico la mia risposta: sì - Giosafatte - lo è!

Paura Sul Mondo Distopico fascista: L’Uomo È Forte, Di C. Alvaro

Paura Sul Mondo Distopico fascista: L’Uomo È Forte, Di C. Alvaro

Parlando di mondo distopico spesso pensiamo a 1984 di Orwell del 1948, a Il mondo nuovo di Huxley del 1932 o a Fahrenheit 451 di Bradbury del 1951 (o anche a Pelicula del 2014... beh, io lo faccio!).

Ma nel 1938 appare un romanzo italiano che in pochi conoscono: L'uomo è forte di Corrado Alvaro, una anticipazione orwelliana dai toni kafkiani come è definito nella quarta di copertina dell'edizione Tascabili Bompiani del 1994.

Il Mondo Distopico fascista

Il Mondo Distopico fascista

L'uomo è forte è la vicenda dell'ingegner Roberto Dale che, dopo un lungo soggiorno all’estero rientra in patria, un non ben specificato e misterioso Paese dove tutti hanno nomi italiani e per cui uscirne bisogna dirigersi verso nord.

Quindici anni prima una guerra civile aveva portato a una rivoluzione, culminata con l'instaurazione di un nuovo regime, tuttavia ancora si verificano tafferugli tra Partigiani e Bande: dalla parte del regime i primi, controrivoluzionari gli ultimi.

In questo scenario gli individui sono incoraggiati a vivere per la collettività: il privato è interdetto da un mondo distopico che sfrutta un cupo senso di oppressione per instillare nei cittadini paura, diffidenza, paura e un terribile senso di colpa, portando il popolo a essere tiranno di se stesso.

L'uomo è forte è un'efficace descrizione di come la dittatura opprima anche - e soprattutto - da un punto di vista psicologico.

L'incapace censura fascista

A differenza dei nomi citati all'inizio, Corrado Alvaro è l'unico a scrivere di un mondo distopico con il fiato della dittatura sul collo - quella miserevole fascista - quindi sarebbe doppiamente lodevole: non solo per la descrizione della sua distopia dal punto di vista letterario e artistico, ma anche per l'impegno sociale svolto in prima persona.

I fascisti però non sono particolarmente attenti al romanzo distopico di Alvaro: la censura leggendo le bozze chiese la modifica del titolo originale, che era Paura sul mondo, la soppressione di una ventina di pagine che alla fine si ridussero ad una ventina di righe, come ricorda l'autore che nel dopoguerra le definì senza importanza (Corrado Alvaro, Avvertenza in L'uomo è forte, Bompiani, 1994, p. 6.) e che in seguito non ripristinò mai.

Il colpo di genio fu invece la pretesa di un'avvertenza in cui si doveva precisare che l'idea del romanzo era nata all'autore durante un suo soggiorno nell'URSS, alcuni anni fa, che non si trattava di una farneticazione, dato che Corrado Alvaro era effettivamente stato in Unione Sovietica per conto de La Stampa.

L'incapace censura fascista nel mondo distopico de L'uomo è forte

Nel romanzo non è mai specificato quale fosse il Paese di questo mondo distopico (però...) quindi per il censore era indispensabile che non sorgessero dubbi.

La vile Censura del Mondo Distopico fascista

È poi successo che nel 1940 un'opera distopica come L'uomo è forte ricevette il premio per la classe letteratura dall'Accademia d'Italia, la più fascista delle istituzioni culturali del Paese!

Comunque, per come la vedo io, il riconoscimento maggiore a L'uomo è forte è quello d'esser stato esser bandito dalla Germania nazista e dalla Russia stalinista.

Citazioni da L'uomo è forte

Posizione 69-70

nuovo come una sorta di parodia e palinodia

Posizione 419-422

Le donne fragili e cascanti, sui tacchi troppo alti, preoccupate di piacere e di sembrare tutt’altre da quelle che fossero in realtà, con la bocca truccata da parer voluttuosa sotto la quale si scopriva la linea delle labbra strette e pettegole, gli parvero l’indizio di menzogne accumulate in una vecchia vita senza più scopo.

Posizione 445-447

La scorse sotto la tettoia della stazione, più chiara di tutte le poche persone che si aggiravano sul marciapiede ancora sgombro mentre il treno rallentava e si fermava, appoggiata a un pilastro di ferro. “Com’è seria,” pensò Dale. Ella gli apparve nella stessa confusione del ricordo, il viso offuscato come nel ricordo, quasi che la memoria d’una persona appassisca al modo dei fiori chiusi tra due fogli d’un libro.

Posizione 594-597

“Secondo me lo scrittore potrebbe anche non voler significare nulla, non avere nessuno scopo e non mirare a nessun risultato. Guardi i classici. Quello d’insegnare qualcosa a qualcuno, è un compito meschino, e non da artisti. La civiltà e il progresso oggi offrono tante forme d’insegnamento che l’arte se ne potrebbe ritenere dispensata. L’arte è l’artista stesso.”

Posizione 749-754

“Oh, un giorno uno qualunque, un inquisitore, dice: ‘Arrestatemi quella persona laggiù, come si chiama?’ Quella persona è arrestata e alla fine confessa che effettivamente è colpevole. Ha fatto o pensato qualche cosa di delittuoso, e che non si deve fare.” “Ma se non è vero?” “È sempre vero. Tutti pensiamo cose delittuose.” “E perciò può succedere a tutti…” “A tutti.” “In fondo, la cosa più grave sarà l’attesa di quel momento in cui l’inquisitore dice…” “Precisamente, l’attesa, ecco.”

Posizione 1210-1217

“Quello che noi facciamo,” proseguì Dale, “è un delitto? Non lo sa nessuno. Ma noi ci regoliamo come dei delinquenti. Operiamo come si trattasse di un crimine. E che cosa facciamo noi di tanto nascosto e proibito? Veramente ci potremmo lasciare, e tutto finirebbe; tutti e due saremmo tranquilli. Ma invece agiamo ugualmente, sapendo di compiere qualcosa che non istà bene. Non istà bene perché io vengo dall’estero, ed è pericoloso accostare qualcuno che viene dall’estero. Tu invece lo accosti. Io ti dovrei mandar via, e invece ti cerco. Invece abbiamo bisogno l’uno dell’altro, perché… perché… Tu conosci il perché?” “Forse perché è proibito,” replicò Barbara con uno di quegli accenti sinceri con cui le donne a volte chiariscono le situazioni più imbrogliate, definendo quello che gli uomini, per vanità o per una certa abitudine a truccare le cose, non confessano forse neppure a se stessi.

Posizione 1279-1279

“È un pezzo che io vorrei mangiare con te.” Diceva mangiare come avrebbe detto vivere.

Posizione 1319-1322

Dale si trovò in mezzo alla folla radunata sulla piazza, e vide i pupazzi avanzare in quella calca urlante, rigirarsi, con una indifferenza e uno sprezzo mostruosamente sublime. Le grida parevano gemiti di dolore; le donne strillavano come prese da una voluttà feroce; come su un corpo gigantesco e comune a tutti, gli ondeggiamenti della folla stampavano ripugnanti escrescenze e tumori; da queste escrescenze e da questi tumori vibravano le grida.

Posizione 1335-1340

Gli accadeva come nel tempo in cui, giovinetto, quasi ragazzo, aveva orrore del peccato che portava in sé, in un’età di fede e di religione profonda, il peccato che è in ognuno di noi contro noi stessi, seminato da un demone invisibile: allo stesso modo che allora, in quegli anni lontani, aveva parlato al Signore, umiliandosi in ogni fibra del suo essere, si rivolgeva ora a quest’uomo dal piccolo gesto e gli diceva mentalmente che non voleva mancare in nulla contro di lui. Ma nello stesso tempo, al modo che nei momenti di fede più profonda il diavolo suggerisce le più orribili e sconce bestemmie, egli si sentiva di bestemmiarlo.

Posizione 1355-1361

“Ma è poi vero che siano colpevoli?” chiese la figlia del Direttore che sedeva di fronte a Dale; una giovane con gli occhi senza espressione, e con una certa scabrosità della pelle agli zigomi come fissata in un brivido troppo forte una volta. “Mia cara,” disse il Direttore e congiunse le mani delicate fuori dei polsini inamidati, “non è questione di sapere che siano o non siano veramente colpevoli. Spesso anche l’apparenza della colpevolezza è una colpa. E quando poi l’opinione pubblica s’impadronisce di questi fatti, divengono gravi fatalmente, necessariamente. In questo momento il popolo sa di avere dei nemici nascosti. Capitano di simili giovanotti imprudenti, e l’opinione pubblica si orienta verso di loro. Tu non fai conto dei fenomeni collettivi. Questi elementi che hanno arrestati sono un ammonimento. Servono di esempio.”

Posizione 1463-1464

C’era un grammofono, e al suono dei ballabili ognuno pensò a qualcuno, con un sentimento dolente e inafferrabile. La voce che si levava da quella scatola chiusa descriveva un altro mondo, e la persona che cantava là dentro, seguita dalla musica, diventava un paesaggio.

Posizione 1546-1550

Anche l’Inquisitore, presente dappertutto, di cui ella si era accorta appena aveva avuto un segreto, che cosa voleva? E probabilmente questo individuo, come tanti altri, era irritato che altri esseri avessero qualche cosa per loro, appartenessero a qualcuno, fossero possessori di un oggetto tutto per loro. Ora Barbara era di uno. Questo sentimento era più grande e più importante dell’amore, nella sua condizione presente. Essere di uno solo, riservargli qualcosa di profondo e di incomunicabile agli altri. Staccarsi dagli altri. Avere ripugnanza degli altri. Essere uno. Ecco la colpa. Bisognava essere tutti.

Posizione 1653-1655

“Ma perché avrebbe voluto… Sì, infine, perché avrebbe dovuto uccidermi?” “Senza volerlo deliberatamente, certo. Ma vedere come si può sfiorare la morte. Una morte casuale, senza responsabilità, un incidente qualsiasi. Lei non lo ha mai pensato?”

Posizione 1696-1698

Sopra la fila delle sedie, certe illustrazioni a vivaci colori, in cornice, raffiguravano gente impiccata, fucili irti con le baionette puntati contro un gruppo di condannati, e tutto questo non aveva il più lontano senso macabro: sembrava anzi un trionfo.

Posizione 1714-1718

“Noi,” proseguì l’Inquisitore, “vogliamo che i nostri cittadini siano felici. Devono essere felici per forza.” (Strinse il pugno e digrignò i denti.) “Per forza. Tutto quello che li turba è delittuoso. Essi hanno la verità, la giustizia, la felicità. Essi non hanno misteri. Possono vivere pubblicamente uno di fronte all’altro, senza nascondersi nulla. Non si devono nascondere nulla. Il mondo intero deve essere pulito, senza ombre, senza dubbi, senza segreti, senza veleni di desideri e di nostalgie.

Posizione 2251-2252

Le aveva proposto di non vedersi più; ma non si poteva vivere senza vedersi.

Posizione 2263-2263

Dale pensava che ella vedeva questi oggetti tutti i giorni, e che questi erano i confidenti dei suoi pensieri.

Posizione 2342-2348

Egli ne vede il viso subito, col suo colore fulvo, e tutto vicino e preciso: la sua fronte, i suoi occhi chiari e lontani come il cielo; è seduta presso il tavolino e fuma un poco abbandonata, con le mani in grembo, l’una nell’altra; la sigaretta le vapora tra le dita. Pare che tutto acquisti d’improvviso una ragion d’essere; ella è come i mobili, come tutto ciò che intorno è silenzioso; ma lo guarda coi suoi occhi vivi. Il respiro le gonfia il petto, il suo alone rende temperata ogni cosa all’intorno: dove posa la mano è caldo, è caldo dove ella siede, ella stessa è calda come un focolare rinvenuto in una notte di gelo per una campagna deserta. Ella ride dai suoi occhi come qualcosa di profondo e di inesplorato, come ridono gli occhi degli animali, un riso incosciente e che è nella natura. Egli pensa che se ella non vi fosse, tutto sarebbe deserto intorno.

Posizione 2401-2401

la sua bocca armata di denti, che non può aprirsi senza dare l’idea del sorriso

Posizione 2517-2521

“Sei stata mai educata dai religiosi?” “Che cosa ti salta in testa? I religiosi, i religiosi?” diceva Barbara con una reazione eccessiva, come se avesse la febbre. “Sì, se fossi stata educata dai religiosi, ti accorgeresti che è la stessa cosa. Che quando ti sei messa nell’animo l’idea del peccato non te la levi mai più. Ti sembra sempre che qualcuno ti veda e ti giudichi. Qui è lo stesso. Per noi è lo stesso.”

Posizione 2655-2656

Egli si volse e disse con la rivelazione di un lampo: “Ma tu non puoi amarmi altro che quando sei lontana da me, quando io manco e non ti sono vicino. Tu mi ami come il ricordo, e come la lontananza, e come la nostalgia, e come il desiderio, e come il sogno. Ma vicino mi odii. Lo so.”

Posizione 2702-2704

Dale sarebbe capace di seguitare a vivere sotto lo stesso cielo, nella stessa città. È capace di tutto. È un uomo ostinato, puntiglioso, cieco, che crede di poter fermare con la sua passività la grande macchina che si muove su tutta l’estensione di quella terra, che domina pensieri e sentimenti, che sovrasta le illusioni umane.

Posizione 2735-2742

Rasentando i grandi edifici dove sapeva assiso il potere, si sentiva presa da venerazione; fra poco ella avrebbe partecipato alla potenza. Tra poco sarebbe tornata a casa, e avrebbe potuto mostrare all’occhio occulto che la sorvegliava la sua vita di tutti i giorni, senza paura, senza nulla da nascondere. Tutto sarebbe stato chiaro. Come era possibile che ella non avesse pensato mai prima alla tranquillità che danno queste cose? Che cosa erano le notti piene di spavento, le ore angosciose passate con Dale, quando c’erano nel mondo bei palazzi in cui la gente entrava con aria sicura, e tutto era chiaro, semplice, giusto? Tutto il suo operare occulto le apparve una pazzia, un inganno dell’uomo mai contento di nulla, eternamente sognatore, inseguitore di fantasmi, visionario, dotato di un istinto perenne verso tutto quanto è proibito. Ecco i palazzi, le torri, le colonne, gli archi: costruiti dall’uomo e dal suo anelito mai stanco verso non si sa quale perfezione e verso quale idea assoluta: tutto parlava un linguaggio forte e crudo, lo stesso linguaggio dell’uomo.

Posizione 2920-2922

L’Inquisitore la considerò alquanto, e levando le mani: “Si ricordi che noi ci interessiamo dei colpevoli. In alcuni casi, il delinquente opera ai fini più alti della giustizia, e la sua opera è necessaria alla società quanto l’esempio dei più fedeli e virtuosi cittadini.”

Posizione 2929-2938

“Noi non possiamo arrestare l’ingegnere Dale. Ci è troppo prezioso. Bisogna lasciargli il tempo di compiere la sua opera sino in fondo.” Si fregò le mani. “Noi abbiamo bisogno della sua opera.” Barbara levò gli occhi su quell’uomo. Si rizzò anch’ella e se lo trovò di fronte. “Che cosa c’è ch’io non so?” gli chiese. “Lei sa bene,” affermò l’Inquisitore, “quali siano i propositi di quell’uomo. Quando si è in uno stato di rivolta latente, come siete voi in questo momento, non rimane che arrivare alla fine. Siamo sicuri che forze occulte lavorano contro di noi, ma non faranno che consolidare la nostra opera. Noi aspettiamo il lavoro di queste forze occulte. Il nostro popolo ha bisogno di esempi; ha bisogno di difficoltà. Ha bisogno di trionfare dei suoi nemici.” “Forze occulte? Nemici?” mormorò Barbara col tono e con l’espressione torpida di chi, destato da un sonno in treno, si accorge di aver sorpassato la stazione dove era destinato, e dura fatica a mettere insieme i suoi bagagli le sue idee e le forze per decidersi a scendere.

Posizione 3081-3084

Ansimava un poco, e nei suoi baffi era sospesa qualche goccia d’acqua. Indicò con la mano tesa il fondo della strada dove l’orizzonte lontano balenava di una larga luce rosata, come se indicasse un paese che egli conosceva; le nubi vi si erano accumulate, e sulla prospettiva dei nuovi edifici diritti e uguali, e come disabitati, formavano una enorme cupola antica, come se le nuove forme dell’architettura non fossero arrivate ai fabbricati delle fantasie celesti.

Posizione 3122-3125

“Non ho troppo tempo davanti a me,” disse con un tono più pacato Dale. “Ma, piuttosto, come sapeva lei che io mi trovavo precisamente in quell’angolo di strada?” “Non lo sapevo affatto. Ci sono ore in cui la gente della medesima, diciamo così, mentalità, del medesimo animo insomma, si ritrova. In una città, ogni ora ha le sue uscite, i suoi uomini, la sua folla. È chiaro.”

Posizione 3153-3156

Io penso che allo stesso modo l’universo è percorso di pensieri, sentimenti, volontà. L’umanità dapprincipio non se ne accorgeva. Avvertiva che fenomeni misteriosi legavano gli uomini e i loro pensieri; ma lo avvertiva appena, come un malessere o un fastidio. Ad ogni buon conto, poneva questi fenomeni nel novero dei misteri. L’uomo era troppo sicuro di sé. La scienza, oh, sì, la scienza. Ma a conti fatti, l’uomo conosce meglio i cavalli e gli animali di quanto non conosca se stesso.

Posizione 3191-3192

“Ma questa è pazzia.” “Niente affatto. È la condizione prevalente del nostro mondo attuale.

Posizione 3297-3302

A ognuno è data una parte. Noi non siamo ancora abbastanza obiettivi per renderci conto che ognuno di noi rappresenta una parte, e non può rappresentare che quella. Lei ha mai pensato all’influsso che ha sul destino di un uomo un paio di baffi come i miei o una bella persona come la sua? E per quali cause ci innamoriamo? Un difetto più che un pregio, un vero, piccolo difetto fisico, che ci parla ai sensi, o qualcosa di imperfetto che è in noi decide del nostro destino. Ed è inutile ribellarsi. Noi abbiamo ora degli impresari straordinari che ci inducono a fare quello che noi rappresentiamo fisicamente. Il personaggio è sparito, e noi siamo delle maschere. Ma rappresentiamo una parte come se fossimo dei personaggi. Io e lei in questo momento rappresentiamo la nostra parte, senza volerlo. Proprio senza volerlo. E non possiamo fare altrimenti.

Posizione 3396-3397

Guardando le persone che illuminava la luce rosata dell’autobus, egli intravedeva in ognuna i segni del destino. A che ruolo erano destinati? Ma c’era pure della gente felice, che aveva per parte da adempiere quella di chi guarda, applaude, e grida “A morte!”

Posizione 3513-3515

Di alcuni giorni del suo viaggio egli serbava un ricordo confuso; ma di questo si ricordava: a mano a mano che andava avanti ritrovava come una corrente il movimento verso il Nord, ed era stato sempre più difficile trovare qualche cosa di cui nutrirsi.

Posizione 3521-3522

Camminavano i due uomini perduti nell’immenso creato della pianura, tra il dubbio calore dell’aria, di cui avvertivano la temperatura quanto basta per avvertire la vita.

Posizione 3537-3539

A Dale parve di andare a precipizio con la testa in avanti, rischiando di batterla contro una parete oscura, come se la terra si fosse impennata e si presentasse verticalmente davanti a lui. Poi si sentì adagiare, qualcuno gli staccava il bambino dalle braccia quasi lo sgravassero di un frutto, e un liquido buono, caldo, forte, gli entrava per le labbra.

Posizione 3634-3637

“Certo, sono ridicoli gl’intellettuali, ma non c’è da disprezzarli. Son fatti così. È grave, certo, che abbiano tolto ad essi l’istinto di agire e di difendersi. Ma li hanno allevati a credere che si possa accomodare ogni cosa ragionevolmente, ragionando. È insomma gente che si contenta soltanto di capire, e crede così di risolvere tutto. È troppo poco. È il male di tutto il mondo di oggi: voler capire. Non è vero?”

Posizione 3662-3667

Una brace gli si era posata sulla mano, e non finiva di bruciare, simile a una lucciola. Egli la allontanò con un colpo della mano. Aveva già fatto una scottatura. Gli faceva male, un dolore antico, vecchio come l’uomo. Guardando come la pelle si era aperta sotto quella bruciatura, egli pensò distintamente: “Non farà in tempo a guarire. Prima che si richiuda io non ci sarò più.” Sospirò forte. Questa piaga gli faceva sentire tutto il suo corpo, e glielo avrebbe fatto sentire fino all’ultimo, come se il dolore si fosse aperto questo piccolo varco per avvertirlo di sé.

Posizione 3699-3705

A che serve sapere, e capire? Non serve proprio a niente. Io lo so. Una volta noialtri avemmo un comandante che aveva studiato molto. Era molto istruito, e non sapeva mai che cosa fare; per lui ogni cosa andava bene, e poi ne andava bene un’altra, e un’altra; tutto era lo stesso. Non avrebbe mai saputo prendere una decisione. Tutto quello che succede oggi cosa credi che sia? Perché il mondo sa troppo. Dove volete arrivare? A capire di non capire niente. Sai come finì il nostro comandante? Era coraggioso, freddo, questo sì, perché chi sa riesce a essere freddo. Ha un certo modo suo. Si vede subito. Ma quel comandante aveva paura, indovina di chi? Di noialtri, proprio dei suoi Partigiani. Cercava di parlarci il meno possibile. Perché fa così la gente istruita; ha paura della gente ignorante. E invece bisogna fare tutta una famiglia che si capisca. Quel comandante, se lo vuoi sapere, finì ucciso. Già. Da qualcuno di noi.

Posizione 3788-3789

Mangiava e beveva senza pensare ad altro che a questo, come se compisse un lavoro. Isidoro stappava una bottiglia dopo l’altra. Che cosa ci voleva perché il mondo fosse felice? Niente, proprio niente.

Posizione 3888-3889

La bambina diceva che un ragazzo, l’estate passata, mentre trebbiava, si era trovata una vipera tra le mani, e ne era morto. Il fratello sosteneva che non era morto. Alla fine si conciliarono sulla frase: “Tutti dobbiamo morire.”

Posizione 3959-3960

All’onnipotenza di prima succedette una inanità felice e bisognosa di assistenza.

Un mondo distopico da riscoprire

L'uomo è forte meriterebbe di essere conosciuto e apprezzato da molti più lettori, specialmente in Italia, e non perché sia un romanzo distopico italiano ambientato in (non si sa dove) Italia, ma perché questo mondo distopico non è un ipotetico futuro distante e nascosto, ma è la nostra storia.

La Logica Simbolica di Asimov Applicata agli Imbecilli

La Logica Simbolica di Asimov Applicata agli Imbecilli

Prima di parlare di logica simbolica ecco i miei dieci sinonimi di imbecille preferiti: babbeo, subnormale, citrullo, grullo, allocco, baggiano, beota, gonzo, mentecatto, stolido.

Con tutte queste definizioni ti sarà più facile pensare a tutte le volte che sei stato costretto ad ascoltare le ciance farfugliose di un figuro senza potergli ordinare di smetterla, sbattergli la porta in faccia e ingranare la quarta per fuggire.

Quando capita a me non ho che una scelta per cavarmela: la logica simbolica. In realtà non si tratta della logica simbolica vera e propria, ma di una mia versione rivisitata e semplificata. Ah, a proposito, non sono sicuri che tutti sappiano di che si tratta, quindi lascia che lo spieghi.

La Logica Simbolica su Ciuchino

Che cos'è la logica simbolica?

Si tratta di un'invenzione di Isaac Asimov, la introduce in Cronache della Galassia.

L'ho letto recentemente (per la terza volta, e non ricordavo di averlo letto già due volte, che smemorato!) sulla scia lasciata dalla serie TV, per capire se davvero non ricordassi niente delle cose viste in questi 10 nuovi episodi (stavolta la mia memoria non ha colpe, si sono inventati tutto).

Ma torniamo alla logica simbolica, ecco l'estratto in cui viene presentata:

D’accordo. Non è molto importante, d’altra parte. Ma sono del parere che la vostra nota diplomatica circa il valido contributo dato alla situazione da Lord Dorwin — e fece un sorriso amaro — sia stata la causa diretta di questo documento amichevole. Avrebbero aspettato più a lungo, altrimenti. Sono però convinto che un ritardo non avrebbe affatto giovato a Terminus, visto l’atteggiamento del Consiglio.

— Ci volete spiegare, signor sindaco, come siete giunto a questa conclusione? — domandò Yate Fulman.

— È molto semplice. Basta servirsi di uno strumento oggi molto trascurato: il buon senso. Vedete, esiste una branca del sapere umano, conosciuta sotto il nome di logica simbolica, che può venire usata per eliminare tutte le parole inutili che rendono oscuro il linguaggio umano.

Adesso dimmi se non è una cosa che dovrebbero rendere obbligatoria nelle riunioni, nei discorsi, nei comizi ecc.
Ma forse è il caso di spiegare meglio.

— Spiegatevi meglio — disse Fulman.

— Ve ne darò un esempio. Tra le altre cose ho applicato la logica simbolica a questo documento. Personalmente non ne avevo bisogno poiché ne sapevo già il significato, ma ho pensato che mi sarei potuto spiegare meglio, visto che sto parlando a cinque scienziati, servendomi di formule anziché di parole. — Hardin levò da una cartella alcuni fogli e li sparse sul tavolo. — A proposito — disse — queste note non sono state scritte da me. Come potete vedere, i fogli sono firmati da Muller Holk dell’Istituto di Logica.

Pirenne si sporse in avanti per osservare meglio. Hardin continuò: — Il messaggio di Anacreon era molto semplice da analizzare, visto che chi l’ha scritto è un uomo d’azione e non un diplomatico. Tutte le sue affermazioni giungono ad una conclusione molto semplice, che in simboli può essere spiegata così come vedete e che, tradotta in parole povere, dice pressappoco: «Se non ci date con le buone le cose che vogliamo entro una settimana, verremo a prendercele con le cattive».

Un esempio pratico con fregatura

Un esempio pratico di Logica Simbolica in Emoji

Ci pensa zio Isaac a darci un esempio dell'applicazione della logica simbolica, leggiamo:

Ci furono alcuni minuti di silenzio, durante i quali i cinque membri del Consiglio si piegarono ad analizzare i simboli scritti sui fogli. Intanto Pirenne si sedette al suo posto raschiandosi la gola con imbarazzo.

— Non credo — disse Hardin — che ci sia possibilità d’errore in questo caso. Vero, dottor Pirenne?

— Pare di no.

— Bene — continuò Hardin e mostrò altri fogli. — Davanti a voi ora avete una copia del trattato concluso tra Anacreon e l’Imperatore, trattato che, incidentalmente, porta la firma, come rappresentante dell’Imperatore, di questo stesso Lord Dorwin che fu nostro ospite l’altra settimana, e la relativa analisi simbolica.

Il trattato constava di cinque pagine fitte di scrittura mentre l’analisi si riduceva a non più di mezzo foglio. — Come potete vedere, signori, circa il novanta per cento del testo è stato scartato dall’analisi come privo di significato, e le conclusioni ricavate possono essere riassunte nei seguenti due punti, veramente interessanti.

Obbligazioni di Anacreon verso l’Impero: nessuna. Influenza dell’Impero su Anacreon: nessuna.

Di nuovo i cinque consiglieri seguirono ansiosamente le dimostrazioni, controllando accuratamente i fogli. Quando ebbero finito, Pirenne disse, preoccupato: — I calcoli mi sembrano esatti.

— Voi ammettete quindi che il trattato non è altro che una dichiarazione d’indipendenza totale da parte di Anacreon ed un riconoscimento del suo status da parte dell’Impero?

— Sembra che sia così.

— E voi non credete forse che Anacreon se ne renda anch’esso perfettamente conto e sia desideroso di affermare la propria indipendenza, tanto da risentirsi per ogni azione che possa venire interpretata come minaccia di interferenza da parte dell’Impero? Specialmente quando sia evidente che l’Impero non è affatto in grado di sostenere una tale minaccia?

— Ma allora — s’intromise Sutt — il sindaco Hardin non tiene conto delle assicurazioni di appoggio da parte dell’Impero che ci ha dato Lord Dorwin. Sembravano... — esitò — sembravano soddisfacenti.

E ora finalmente la parte più interessante

Ricordavo l'esistenza della logica simbolica - a dire il vero ricordavo fosse un dispositivo e non una tecnica di analisi ma vabbè siamo lì - ricordavo che fosse un'invenzione di Asimov, però non ricordavo dove l'avessi letto (sì, un romanzo del ciclo della Fondazione, ma quale?).

Raccontare dello strumento che da un discorso lungo ed elaborato elimina le parti inutili e riassume i punti fondamentali era anche un cavallo di battaglia! Chi non ne vorrebbe uno?

E la parte più interessante di quando lo raccontavo è il brano che segue - lo conferma anche Salvor Hardin:

Applicare la logica simbolica

Hardin s’appoggiò allo schienale della poltrona. — Questa è la parte più interessante di tutta la nostra storia. La prima volta che ho incontrato Lord Dorwin l’ho considerato un perfetto somaro. Mi sono dovuto poi convincere che è invece il diplomatico più preparato dell’Impero ed un uomo intelligentissimo.

Mi sono preso la libertà di registrare tutte le sue affermazioni. Ci fu un mormorio di indignazione, e Pirenne aprì la bocca, scandalizzato. — Perché vi sorprendete? — domandò Hardin — Mi rendo conto d’avere commesso un’azione contraria alle regole dell’ospitalità, una cosa che nessun gentiluomo farebbe mai. Devo anche riconoscere che se milord se ne fosse accorto, le conseguenze sarebbero state spiacevoli. Ma non se n’è accorto, ed io ho la registrazione. Questo è tutto. L’ho fatta trascrivere e l’ho spedita ad Holk perché la analizzasse.

Lundin Crast disse: — E dov’è il risultato dell’analisi?

— Qui veniamo al punto più interessante — replicò Hardin. — Quest’ultima analisi è stata la più difficile delle tre. Quando Holk, dopo due giorni di duro lavoro riuscì ad eliminare ogni affermazione priva di significato, le parole incomprensibili, gli aggettivi inutili, in breve tutto ciò che era irrilevante, scoprì che non era rimasto niente. Aveva cancellato tutto. Signori, in cinque giorni di discussioni, Lord Dorwin non ha detto assolutamente nulla, ed è riuscito a fare in modo che voi non ve ne accorgeste. Ecco tutte le assicurazioni che vi ha dato il vostro prezioso Impero.

Probabilmente per un diplomatico, un politico o chiunque occupi un qualsiasi ruolo di responsabilità riuscire a parlare senza dire nulla è un grande dono, per chiunque altro è solo sintomo di idiozia.

Con l'aiuto della logica simbolica però oggi è più facile smascherarli!

Antifona: la Distopia Individualista di Ayn Rand

Antifona: la Distopia Individualista di Ayn Rand

Antifona è una breve distopia individualista di Ayn Rand, filosofa e sceneggiatrice russa naturalizzata statunitense, che narra - appunto - il risveglio dell'individualità in un sistema di collettivismo estremo.

Lessi questo romanzo distopico per la prima volta nel 2009; poi mi è ricapitato per le mani qualche giorno fa e ho iniziato a sfogliarlo quasi per caso, ma è talmente breve e scorrevole che prima che me ne accorgessi l'avevo riletto tutto.

Antifona: Quarta di copertina

La vicenda si svolge in una società dove, in nome dell'uguaglianza, all'individuo è stato sottratto ogni spazio di libertà. Il processo di collettivizzazione ha realizzato non solo l'esproprio dei beni privati, ma anche quello della persona stessa. Il nome, il pensiero, i sentimenti di ognuno sono proprietà collettiva, appartengono ai nostri fratelli.

La presa di coscienza del valore della diversità e dell'egoismo da parte dei protagonisti consentirà di abbattere questa mostruosa società di uguali.

Nel panorama della letteratura distopica, Antifona (uscito a Londra nel 1938), aldilà del chiaro significato filosofico e politico, rappresenta un piccolo capolavoro di scrittura per il suo scarno, pacato, denso lirismo.

Uguaglianza 7-2521, il protagonista di Antifona

La distopia individualista Antifona, scritta da Ayn Rand

Uguaglianza 7-2521 (questo il nome del protagonista della nostra distopia individualista) è nato diverso da tutti gli altri chiamati suoi fratelli, e a causa di ciò viene guardato con sospetto.

È diverso sia fisicamente (nel romanzo è indicata la sua eccezionale altezza: un metro e ottanta; sono stato portato a pensare che fosse più alto della media, ma in realtà questo non è mai specificato), sia mentalmente: ha un'indole curiosa e spesso si rivela critico verso ciò che gli è detto.

Gli strani nomi che vengono assegnati ai nuovi nati sono l'emblema della strategia di annullamento dell'individualità: al posto dei nomi propri un termine generico e un numero. I termini possono essere uno fra i seguenti:

  • Alleanza
  • Armonia
  • Collettivo
  • Democrazia
  • Fraternità
  • Internazionale
  • Solidarietà
  • Unione
Noi siamo nati con una maledizione. E questa ci ha sempre portato a pensieri che sono proibiti. Ci ha sempre dato desideri che gli uomini non possono desiderare. Sappiamo di essere malvagi, ma in noi non c'è volontà né potere di opporci. Questo è il nostro smarrimento e la nostra segreta paura: sapere e non opporci.
Pag. 8
E le domande non ci danno pace. Noi non sappiamo perché la nostra maledizione ci fa continuamente cercare non sappiamo cosa. Ma non possiamo opporci. Ci sussurra che ci sono grandi cose su questa nostra terra, e che le possiamo conoscere se tentiamo, e che le dobbiamo conoscere. Noi chiediamo perché dobbiamo conoscere, ma non otteniamo alcuna risposta. Noi dobbiamo conoscere perché possiamo conoscere.
Pag. 12-13

La Grande Rinascita ha dato origine alla distopia individualista in cui vive Uguaglianza 7-2521, una società sorta sulle rovine di una non specificata guerra, un mondo arretrato basato sul livellamento verso il basso.

Il governo è amministrato attraverso una serie di Consigli (una sorta di ministeri), che attuano una vigilanza ferrea sulla vita della popolazione. Il concetto primario è: «Non ci sono uomini ma solo il grande noi».

Noi e Internazionale 4-8818 siamo amici. Questa è una cosa cattiva da dire, poiché è una trasgressione, la grande Trasgressione della Preferenza, amare uno qualsiasi tra gli uomini più degli altri, dal momento che dobbiamo amare tutti gli uomini e tutti gli uomini sono nostri amici. Così noi e Internazionale 4-8818 non ne abbiamo mai parlato. Ma lo sappiamo. Lo sappiamo, quando ci guardiamo negli occhi. E quando ci guardiamo così senza parole, entrambi sappiamo anche altre cose, strane cose per cui non ci sono parole, e queste cose ci spaventano.
Pag. 17

«Dobbiamo andare giù», dicemmo a Internazionale 4-8818.

«È proibito», risposero.

Noi dicemmo: «Il Consiglio non sa di questa buca, quindi non può essere proibito.»

Ed essi risposero: «Poiché il Consiglio non sa di questa buca, non ci può essere alcuna legge che permetta di entrarci. E tutto ciò che non è permesso dalla legge è proibito.»

Ma noi dicemmo: «Andremo lo stesso.»

Essi erano spaventati, ma rimasero lì e ci guardarono andare giù.

Pag. 18

La ribellione nel romanzo distopico

Ayn Rand, autrice della distopia individualista Antifona

Sono due le cause scatenanti della disubbidienza del protagonista: la scoperta dell'amore e la presa di coscienza della propria originalità intellettuale.

In un romanzo distopico individualista la ribellione maggiore è quella contro il collettivismo, e scoprire di riuscire a realizzare qualcosa senza l'aiuto di alcun fratello è la conferma definitiva del proprio individualismo.

Noi non pensiamo più a loro come a Libertà 5-3000. Abbiamo dato loro un nome nei nostri pensieri. Le chiamiamo l'Aurea. Ma è una colpa dare agli uomini nomi che li distinguono dagli altri. Tuttavia le chiamiamo l'Aurea, poiché non sono come gli altri. L'Aurea non sono come gli altri.

E noi non badiamo alla Legge che dice che gli uomini non devono pensare alle donne, se non al Tempo dell'Accoppiamento. Questo tempo giunge ogni primavera quando tutti gli uomini sopra i vent'anni e tutte le donne sopra i diciotto sono mandati per una notte al Palazzo Cittadino dell'Accoppiamento. E ciascuno degli uomini si vede assegnata una delle donne dal Consiglio di Eugenetica. I bambini nascono ogni inverno, ma le donne non vedono mai i loro bambini e i bambini non conoscono mai i loro genitori. Per due volte noi siamo stati mandati al Palazzo dell'Accoppiamento, ma è una cosa sgradevole e vergognosa, a cui non ci piace pensare.

Pag. 25-26

«Cantiamo perché siamo felici», abbiamo risposto all'uomo del Consiglio della Casa che ci aveva rimproverati.

«Certo che siete felici», hanno risposto. «Come altro potrebbero essere gli uomini quando vivono per i propri fratelli?»

E ora, seduti qui nella nostra galleria, ci interroghiamo su queste parole. E proibito non essere felici. Poiché, come ci è stato spiegato, gli uomini sono liberi e la terra appartiene a loro; e tutte le cose sulla terra appartengono a tutti gli uomini; e la volontà di tutti gli uomini insieme è buona per tutti; e così tutti gli uomini devono essere felici.

Eppure, la notte, mentre siamo nella Grande Sala, e ci togliamo gli abiti per andare a dormire, guardiamo con stupore i nostri fratelli. Le teste dei nostri fratelli sono piegate. Gli occhi dei nostri fratelli sono tristi, ed essi non si guardano mai negli occhi tra loro. Le spalle dei nostri fratelli sono incurvate, e i loro muscoli esausti, come se i loro corpi fossero rattrappiti e desiderassero nascondersi allo sguardo degli altri. E una parola s'insinua nella nostra mente, mentre guardiamo i nostri fratelli, e questa parola è paura.

Pag. 29

«Questa scatola è inutile», dissero Alleanza 6-7349.

«Se dovesse essere ciò che essi pretendono», dissero Armonia 9-2642, «porterebbe alla rovina il Dipartimento delle Candele. La Candela è un grande beneficio per l'umanità, in quanto approvata da tutti gli uomini. Perciò non può essere distrutta dal capriccio di uno.»

«Ciò rovinerebbe i Piani del Consiglio Mondiale», dissero Unanimità 2-9913, «e senza i Piani del Consiglio Mondiale il sole non può sorgere. Ci sono voluti cinquant'anni per ottenere l'approvazione di tutti i Consigli per la Candela, e per decidere sul numero necessario, e per riadeguare i Piani per costruire candele invece di torce. Tutto ciò ha coinvolto migliaia e migliaia di uomini che lavorano in moltissimi Stati. Non possiamo alterare di nuovo i Piani così presto.»

«E se questa cosa dovesse alleggerire il duro lavoro degli uomini», dissero Similarità 5-0306, «allora è un gran male, poiché gli uomini non hanno ragione di esistere se non per lavorare duramente per gli altri uomini.»

Pag 57-58
Abbiamo mentito a noi stessi. Noi non abbiamo costruito questa scatola per il bene dei nostri fratelli. L'abbiamo costruita per se stessa. Per noi viene prima dei nostri fratelli, e la sua verità è superiore alla loro verità. Perché ci stupiamo di questo? Non ci restano molti giorni da vivere.
Pag. 60

L'epilogo della distopia individualista

La fuga è l'inevitabile epilogo di questa distopia individualista: il protagonista si addentra nella Foresta Inesplorata - un tabù per la sua gente - e cerca un posto dove nascondersi. È qua che si riappropria della sua identità e la distopia individualista trova compimento.

Uguaglianza 7-2521 si dà il nome di Prometeo, e alla sua amata Aurea lo cambia in Gea: la Terra Madre della futura umanità fatta da uomini liberi.

Poi andammo avanti. E giungemmo a un ruscello che si stendeva come una striscia di vetro tra gli alberi. Scorreva così quieto che non vedevamo l'acqua ma solo una fenditura nella terra, in cui gli alberi crescevano verso il basso, capovolti, e il cielo giaceva sul fondo.
Pag. 62
Restammo uniti a lungo. Ed eravamo spaventati perché avevamo vissuto per ventun anni e non avevamo mai saputo quale gioia è possibile agli uomini.
Pag. 67
Tutto ciò che viene dai molti è bene. Tutto ciò che viene da uno solo è male. Così ci è stato insegnato con il nostro primo respiro. Noi abbiamo infranto la legge, ma non abbiamo mai dubitato di essa. Tuttavia adesso, mentre camminiamo attraverso la foresta, stiamo imparando a dubitare.
Pag. 69

Ho chiuso col mostro del "Noi", la parola di servitù, di saccheggio, di miseria, falsità e vergogna.

E adesso io vedo il volto di dio, e innalzo questo dio sopra la terra, questo dio che gli uomini hanno cercato sin da quando hanno iniziato ad esistere, questo dio che garantirà loro gioia e pace e orgoglio.

Questo dio, questa singola parola:

"Io".

Pag. 80
Io vivrò qui, nella mia casa. Trarrò il mio cibo dalla terra con il lavoro delle mie mani. Apprenderò molti segreti dai miei libri. Negli anni avvenire, ricostruirò le conquiste del passato, e aprirò la via per condurle ancora avanti, conquiste che sono aperte a me ma chiuse per sempre ai miei fratelli, poiché le loro menti sono incatenate a quelle dei più deboli e più stupidi tra loro.
Pag. 82
Ma cos'è la libertà? Libertà da cosa? Non c'è niente che possa portare via all'uomo la sua libertà, se non altri uomini. Per essere libero, un uomo deve essere libero dai suoi fratelli.
Pag. 84

Nota dell'editore

La mai sopita aspirazione egualitaria che vorrebbe gli individui ridotti a bocce da biliardo dello stesso colore e dello stesso diametro riaffiora in questi tempi, sotto mentite spoglie, e ci affligge con vagoni affligge con vagoni di nausolidutiva melasseante. Questo breve e amaro racconto potrà forse servire da efficace antidoto.
Ti racconto una breve storia finita bene: Carcassonne di Giochi Uniti

Ti racconto una breve storia finita bene: Carcassonne di Giochi Uniti

Era da un bel pezzo che avevo incluso Carcassonne nella lista dei futuri acquisti… ora ti racconto una breve storia finita bene.

Qualche giorno fa si è svolta la commemorazione annuale del giorno della mia nascita, e avendo fatto trapelare l'informazione di poco sopra per i giusti canali, ecco che - magic - ricevo Carcassonne in regalo!

E non il solito Carcassonne che conosciamo tutti, ma l'edizione speciale per il ventesimo anniversario del gioco. Fantastique!

Te la racconto breve: di nuovo, rispetto alla confezione classica, è inclusa un'espansione con tessere fiume e una serie di adesivi per personalizzare le miniature (fronte e retro). Le istruzioni sono più belle (sembrano vecchi scritti su pergamena) e sulle tessere compare lo stemma 20 per celebrare la ricorrenza.

Al momento di preparare la prima partita, però, scopro l'impensabile: manca una miniatura e ce ne sono altre due dello stesso tipo. Non che si tratti di qualcosa di veramente grave, perocheppalle avere il gioco nuovo con già qualcosa che non va prima di iniziare!

Allora attivo la mia modalità 2.0 e pubblico su Instagram.

Racconto una breve storia finita bene passando per Instagram

Gentili Giochi Uniti finalmente sono riuscito a farmi regalare 🤭 il vostro bellissimo Carcassonne, nella preziosa edizione del ventennale.
A me e alle mie figlie (soprattutto a loro, in vero) è molto piaciuto decorare i meeple (gioppini, nella lingua locale) con i divertenti stickerini inclusi nella confezione.
Il gioco è uno dei miei preferiti e so già che mi divertirò in eccezionali partite, ma devo segnalare una piccola anomalia che un po' guasta la festa: come si può evincere dalla foto ho trovato due segnalini badessa rossi e nessuno giallo, che è un peccato anche perché dopo aver applicato lo sticker il colore della miniatura è piuttosto importante.
Mi chiedo se fosse possibile ricevere una badessa gialla, o in alternativa se qualcuno vi segnalasse di aver trovato due badesse gialle, che mi mettiate in contatto con lui 😂 Grazie e complimenti per il vostro impegno ✌️
Racconto una breve storia finita bene passando per Instagram

Nel giro di poche ore giunge risposta:

Grazie Andrea, può scrivere al [indirizzo email customer care] a riguardo 🙂
@giochiuniti

E io lo faccio subito!

Meno social e più azione: scrivo un'email

Se oggi racconto una breve storia finita bene è anche merito della cara e vecchia email, in cui subito copio 'ncollo la richiesta e la invio all'indirizzo che m'è stato segnalato: questa la risposta ricevuta in meno di ventiquattr'ore.

Buongiorno Andrea,
solitamente la prassi è questa: “serve solamente la copia della prova di acquisto (scontrino o ricevuta digitale d’ordine) e il suo indirizzo completo di nr telefonico. Provvederemo a inviarle i pezzi direttamente a casa.”
Per questa volta e senza rovinare la festa, metto in spedizione il pezzo mancante, anche perché questo ufficio chiude con la giornata di oggi e riapre il 9 gennaio 2022.
Per le prossime volte, se capitasse.. tenga presente queste informative date.
Saluti
Buon Natale.
AM - Customer Care Giochi Uniti

Dopo aver ringraziato sentitamente, entro in modalità attesa del pacco.

La modalità attesa pacco: contributo grafico

Ti racconto una breve storia finita bene: la ricevuta GLS
Ti racconto una breve storia finita bene: la busta di Giochi Uniti

Busta's unboxing

Come promesso all'inizio, ti racconto una breve storia finita bene, ed ecco il finale: ora ho anche la miniatura della badessa gialla!

Se racconto una breve storia finita bene pensiamo subito alla badessa gialla

Non ti sottrarrò altro tempo raccontandoti della miniatura blu che ho perso due volte (la stessa!) perché poi l'ho sempre ritrovata, l'importante è che il racconto sia finito bene… al triplo!

I 3 punti della grande lezione dei romanzi distopici

I 3 punti della grande lezione dei romanzi distopici

È verosimilmente poco probabile che la lezione dei romanzi distopici passi inosservata agli appassionati di questo genere letterario.

I distopici fanno parte di un filone che mi ha interessato molto nel corso degli anni, un filone popolato da titoli di indubbio valore, capaci di ricreare scenari di grandissimo impatto e influenzare l’immaginario di lettori di ogni epoca.

Influenzare e non solo: impartire tre vere e proprie lezioni di vita a chi decidesse di avventurarsi all'avventura di questi romanzi… già, ma questi quali?

Distopia questa sconosciuta

Come già provavo a formalizzare in Romanzo distopico: ovvero un monito su chi potremmo diventare, ecco quali sono, ovvero ecco la mia definizione di romanzo distopico:

Un romanzo distopico o - più in generale - una distopia è la narrazione di una società immaginaria organizzata in modo tale da impedire ai suoi membri di raggiungere la felicità.
Andrea Cabassi

In che modo quindi la lezione dei romanzi distopici può esserci di aiuto, se parliamo di un'utopia al contrario, un mondo guasto e indesiderabile, un mondo in cui non vorremmo mai vivere?

Tanto per cominciare è questo che rende i romanzi distopici avvincenti e affascinanti, perché in realtà parlano di noi, di quello che potremmo essere, di quello che saremmo potuti essere.

La lezione consiste in questo: prima di tutto conoscere noi stessi, e poi immaginare i nostri comportamenti in condizioni inaspettate.

I tre grandi maestri

Visto che ho provato - per due volte - a definire che cosa sia un romanzo distopico, cerco ora di chiarire anche che cosa non lo è: infatti è piuttosto comune includere nella categoria anche quelle storie i cui personaggi si muovono in un mondo distopico, ma in cui il tema principale non è il sociale.

Sono storie queste che potremmo chiamare paradistopiche (potremmo? Io l'ho appena fatto!) non hanno certo nulla da invidiare alle cugine, semplicemente sono qualcos'altro.

Io personalmente ho letto molti romanzi distopici, ma ce ne sono tre che considero - e come me probabilmente la maggior parte degli appassionati di questo genere - i non plus ultra, gli over the top, la santa trinità distopica.

Se sei un cultore della categoria li avrai indovinati, in ogni caso - anche per omaggiarli a dovere - ecco i titoli che starai già urlando contro il monitor:

  • 1984 di George Orwell
  • Fahrenheit 451 di Ray Bradbury
  • Il Mondo Nuovo di Aldous Huxley

I tre maestri: Orwell, Huxley e Bradbury. Non i primi a cimentarsi in questo genere letterario, ma quelli che più di altri hanno lasciato il segno più vivo - in me sicuramente.

I tre grandi insegnamenti

I buoni libri non devono insegnare niente, ma i bravi lettori devono comunque imparare qualcosa.

Io che come lettore mi reputo bravo ma potrebbe impegnarsi di più tre importanti lezioni da quelle distopie le ho assorbite.

Forse non saprò snocciolarti gli eventi uno in fila all'altro come si succedono nel libro - la mia memoria ha finito i giga - ma quello che mi resta attaccato è ben più importante della trama o dei nomi dei personaggi.

La lezione dei romanzi distopici è qualcosa che assumi e diventa parte di te, del tuo codice morale, di ciò cui fai appello quando devi prendere una decisione di vita.

La prima lezione dei romanzi distopici

La prima lezione dei romanzi distopici

La prima lezione l'ho tratta da 1984 di George Orwell, e riguarda il linguaggio.

In 1984 la lingua inglese parlata dai personaggi viene gradualmente sostituita da una versione più semplificata (la neolingua, newspeak in originale) dove il lessico è impoverito, le regole sono poche e circostanziate, le sfumature completamente eliminate.

L'obiettivo dell'introduzione di questa lingua è quello di agire direttamente sulle idee: se non hai le parole per esprimere un concetto, non puoi formulare quelle idee per cui servono certe parole, se non attraverso lunghi giri di parole che inevitabilmente ne fanno perdere l'efficacia.

La prima lezione è che le parole sono importanti: il pressapochismo è semplice, diffuso, accettato o non riconosciuto (con lo stesso risultato), ecco perché è ancora più difficile vincerlo.

La seconda lezione dei romanzi distopici

La seconda lezione dei romanzi distopici

In Fahreneit 451 i Vigili del fuoco vanno alla ricerca di libri - che sono illegali - per bruciarli.

La lezione del romanzo distopico di Ray Bradbury è che la conoscenza fa paura, specie a chi ti vuole controllare.

La terza lezione dei romanzi distopici

La terza e ultima lezione dei romanzi distopici

Se la società di 1984 e quella di Fahreneit 451 potevano essere definite repressive, quella di Mondo Nuovo sembra una vera utopia: l'umanità ha sconfitto guerre e malattie, vive nel benessere ed è felice.

Il prezzo di questa società all'apparenza utopica però è alto: l'umanità ha dovuto rinunciare all'amore, all'arte e alla diversità.

Dal capolavoro di Aldous Huxley ho imparato che non sempre i tiranni indossano gli stivaloni e avanzano a passo d’oca, tante volte ti colpisce il loro sorriso.

Occhi aperti

La distopia conferisce drammaticità a una storia, ci fa immedesimare e ci fa riflettere sulla società in cui viviamo, su alcuni suoi aspetti che se pur non sono distopici a tutti gli effetti, in qualche modo non sono nemmeno lo specchio della perfezione.

Quello che dobbiamo fare il più delle volte è semplicemente tenere gli occhi bene aperti.

Città, Mare e Truffe Cyberpunk: il Racconto del Sogno

Città, Mare e Truffe Cyberpunk: il Racconto del Sogno

Questo è il racconto del sogno che ho fatto stanotte, un sogno davvero strano, sia per le situazioni - ma questo è piuttosto comune - che per la struttura narrativa - ed è questa la parte che mi ha colpito!

Dato che sono sicurissimo che vuoi sentirlo, ecco qua.

L'antefatto

All'inizio del sogno mi trovavo in città, in compagnia di un amico che per rispetto del suo anonimato (e dignità) chiameremo lo Zio Puma. Io e lo Zio Puma eravamo alla ricerca di un posto dove mangiare qualcosa, ma nonostante i nostri sforzi non riuscivamo a trovare nulla di nulla.

E qua mi fermo, perché altrimenti l'antefatto si trasforma in un racconto!

L'inizio del sogno si svolge in città

Come anticipato, all'inizio del racconto del sogno io e lo Zio Puma ci troviamo in pieno centro storico a Brescia, alla ricerca di un posto dove mangiare.

Dopo un po' di girare a vuoto decidiamo di entrare in un ristorante. Seduti e accomodati diamo un'occhiata a menù, e immediatamente capiamo di aver commesso un errore: scopriamo infatti che tutto è clamorosamente caro e ci chiediamo come mai non ci siamo accorti di che razza di posto fosse quando siamo entrati.

Mentre mi arrovello per trovare una soluzione, lo Zio Puma prende l'iniziativa e chiede la carta dei vini a un cameriere, così da avere un pretesto per lamentarsi di qualcosa e andarcene (non so come facevo a saperlo perché non me ne aveva parlato, ma soprassediamo tali questioni di logica nei sogni).

Tuttavia il cameriere interpellato ci risponde che il ristorante non ha alcuna carta dei vini, così cogliamo la palla al balzo e ci lamentiamo con lui di quello - scandaloso - per poi finalmente andarcene.
Il ristorante costoso del racconto del sogno

Il racconto del sogno prosegue al mare

Esco dal ristorante e la scena cambia: ora sono in una località marittima, nei pressi di una spiaggia dove - scoprirò - accadono fatti ancora più surreali.

Sto parlando con due conoscenti: uno mi rivela il vero nome dell'altro, e io finalmente chiarisco un dubbio che avevo da anni (ma nella realtà il nome lo conoscevo già!), dopodiché mi dicono che con 500 lire posso prenotare la spiaggia per tutto l'anno prossimo.

Fantastico, che prezzaccio! Incuriosito da questa super offerta, cerco di capire dove vada infilata la moneta - come se ci fosse da qualche parte un parchimetro per spiagge a fasce annuali - ma non trovo nulla del genere (evidentemente era un'idea troppo stramba anche per un sogno).

 
Il racconto del sogno continua al mare

Vedo però nei bagni della spiaggia un vecchio bagnino con tanto di cappello di paglia, così decido di andare da lui per chiedere informazioni sul parchimetro da spiaggia.

Lui si trova all'ingresso di uno uno sgabuzzino, e vedo che che sta armeggiando con alcuni attrezzi: qualche bastone, una vanga, un rastrello e simili... lo lascio però perdere perché in lontananza vedo lo Zio Puma in sella a uno pseudo trattore, un mezzo simile a un gatto delle nevi... ma per la sabbia, non so come descriverlo meglio, e sta tracciando a terra il perimetro della spiaggia.

Il ristorante al mare del racconto del sogno

Probabilmente vederlo mi ricorda l'intento iniziale del sogno, allora riprendo la ricerca del posto dove mangiare. Questa volta si tratta di bar e ristoranti in stile marittimo, con colori fra il bianco e l'azzurro, molto legno addobbato con conchiglie, reti da pesca e cose così.

Dopo aver girovagato - sempre con occhio vigile sugli spostamenti dello Zio Puma - trovo un locale, che in realtà sembra più un banchetto all'aperto con barriera divisoria in polimetilmetacrilato (plexiglass) dove l'unica cosa che posso mangiare è un panino con prosciutto crudo e acciughe.

All'inizio non sono molto dell'idea di mangiare quell'obbrobrio, ma mi dico vabè, mej de gnent (trad: convengo che sia preferibile all'astensione).

Intercettando il mio disappunto, il ristoratore afferra il panino e lo scompone, rimettendolo insieme in modo strano: il pane è tagliato in fettine diagonali, il prosciutto è piegato su se stesso e le acciughe sono divise in piccoli pezzi (ma a me sembra tutto normale) e in questo modo il pasto mi appare improvvisamente migliore.

Al momento di pagare mi rendo conto di avere solo una banconota da 200€, così è costretto a darmi un resto che sembra infinito, una marea di monete e monetine che impiegano una vita e mezza a passare dalle sue alle mie mani.

Alla fine controllo che sia tutto a posto... invece non mi tornano i conti.

Io me ne lamento ma lui si giustifica in un modo che non capisco, insisto e alle tante emerge che tutti i locali della zona fanno pagare una quota extra perché (qua non ricordo bene) devono ripagarsi per via di un credito sospeso con qualcuno/qualcosa che non è mai stato onorato.

Io allora - taccagno al midollo - gli dico che non mi interessa nulla del loro credito, e che rivoglio i miei soldi. Gli rendo il panino e qua scatta qualcosa: di colpo mi si sbloccano ricordi di quella giornata che fino a quel momento ignoravo, che non avevo sognato, ma che da lì in avanti è come se avessi sempre avuto!

Mare e città si mischiano

La cosa davvero assurda di questo sogno è proprio questo: lo sblocco di ricordi del passato. Tutti assieme, come se li avessi sempre avuti, e per il me del sogno era effettivamente così, ma per il me sognatore era un paradosso completo!

Un sogno apparentemente  innocuo si trasforma in un cyberpunk con innesti di memoria alla Ghost In The Shell!

Ghost In The Shell - Memoria Innestata

Già mi sembrava paradossale il fatto che non apprezzassi qualcosa contenente acciughe, ma sapere che nello stesso istante avevano convissuto il me senza ricordi e il me con ricordi mi faceva uscire di senno!

Ricordi come il fatto che all'inizio del racconto del sogno io non possedevo quei 200 euro, ma me li aveva dati qualcuno per errore (un resto sbagliato? Non ricordo...) e avevo deciso di far finta di nulla e tenermeli (che lestofante!) e che in precedenza io e lo Zio Puma avevamo cercato di truffare senza successo il tipo del panino con le acciughe (non ricordo i dettagli, tuttavia in questo sogno ero una vera canaglia).

L'uomo delle acciughe allora chiama qualcuno in suo aiuto e mi dice che non mi ridarà i miei soldi perché quando ho aperto il portafoglio ha riconosciuto al suo interno nove scontrini e da ciò ha capito che ero quello che in precedenza aveva tentato di truffarlo.

Il gran finale

Il gran finale del racconto del sogno è che - come spesso accade - sul più bello mi sono svegliato.

Però sono contento di essermi ricordato così tanto, di solito non ci riesco; merito della decisione di inviare un messaggio con tutto quello che ricordavo al mio coprotagonista Zio Puma, che con grande saggezza mi risponde in tal guisa:

Che tribulata!

Il Romanzo Distopico che ha Anticipato i Complotti NoVax

Il Romanzo Distopico che ha Anticipato i Complotti NoVax

Il romanzo distopico che ha anticipato i complotti novax non era – naturalmente – a favore di questa teoria, né di altre come i nogreenpass, i terrapiattisti, i negazionisti dell’atterraggio sulla luna, quelli delle scie chimiche, gli incel e altre panzane che potremmo raccogliere sotto il felice nome di #nobrain.

A dirla tutta non è che abbia esattamente anticipato i complotti, ma ha ipotizzato uno scenario dove tutte le teorie complottare si sono avverate: vaccini malevoli, 5G fedifrago, controllo della popolazione, un gruppo di persone che si ribella al sistema, rivolte ecc.

Non l’ho ancora detto, ma se mi segui da un po’ forse hai già capito che il romanzo distopico che ha anticipato i complotti novax di cui ti sto parlando è Pelicula!

Il romanzo distopico che ha anticipato i complotti novax è Pelicula

Pelicula è il romanzo distopico che ha anticipato i complotti novax

Grazie ai potenti mezzi a mia disposizione ho chiesto al signor Elefante di mostrare la quarta di copertina di Pelicula, a favore di chi non sapesse di che cosa sto parlando. Ecco la trascrizione:
Pelicula romanzo distopico: quarta di copertina
In un futuro tecnologicamente non evoluto l’umanità vive una situazione di stallo. Non più crisi, non più guerre, non più problemi: da questa utopia nasce una società dove la gente si crede libera ed è felice, una società manovrata da un’arma invincibile, operativa ventiquattr’ore su ventiquattro. Un’arma di controllo invisibile chiamata Pelicula.
Ai margini della civiltà un gruppo di terroristi opera per far emergere la verità. Per quanto dolorosa.
Rinunceresti alla tua felicità sapendo di non meritarla?   Andrea Cabassi

In copertina c’è pure in evidenza la punta della piramide con l’occhio, il celebre simbolo massonico (in Pelicula è una A, ma il riferimento è più che chiaro).

Mettere nel calderone anche i massoni è stata la ciliegina sulla torta. Infatti la punta con l’occhio rappresenta l’elite che detiene il potere, e quella emanata è la luce della conoscenza, che rende queste persone gli illuminati che controllano chi gli sta sotto.

La A di Pelicula, il romanzo distopico

In che modo Pelicula anticipa i complottari

Il romanzo è ambientato in un futuro prossimo in cui la tecnologia non è progredita, se non per un unico grande progetto, Pelicula: è questo un sistema di controllo di massa della popolazione basato su una rete di nanomachine, formata da ogni essere umano che sia stato vaccinato in tenera età.

È prassi infatti che tutti alla nascita siano vaccinati, per essere immunizzati contro il devastante inquinamento tipico delle città.

Dunque – a causa del forte condizionamento cui tutti sono sottoposti – non esistono più crimini, la vita nelle città ha raggiunto un grado di soddisfazione elevato e la povertà è stata sconfitta.

Indra e Lango – i protagonisti – si muovono in questo scenario come quelli che hanno capito, che si vogliono ribellare e far aprire gli occhi a tutto un sistema in cui le persone sono felici e si credono libere, ma non sono altro che fantocci, pedine.

Diciamocelo, essere Lango o Indra sarebbe il desiderio inconfessabile di ogni complottaro: impersonare l’eroe di un romanzo d’avventura che è l’unico ad aver capito come funzionano le cose, cui tutti danno contro, per loro sarebbe il non plus ultra dei top.

Dopotutto sono quelli che perferiscono avere ragione ed essere perseguitati, piuttosto che capire che le loro strambe teorie non sono supportate da prove accettabili.

Ma leggiamo un estratto in cui è possibile evincere tutto ciò (che bellissimo ciò)!
La legge, ma anche la morale comune, impone che tutti siano vaccinati entro i primi tre mesi di vita: non esistono le condizioni perché un qualsiasi essere umano possa sopravvivere oltre i tre mesi senza Pelicula; lo impongono le condizioni ambientali che si sono create e che si sono andate creando.   La cosa vale per tutti, nemici di Pelicula compresi; senza la protezione garantita da questo antivirus, un bambino andrebbe incontro a morte certa a causa dei batteri dell’aria, dell’acqua, del cibo… gli uomini sono stati troppo occupati a pensare al loro benessere per accorgersi che la terra che calpestavano era la stessa su cui avrebbero dovuto vivere: quindi senza Pelicula la vita si forma, ma non attecchisce.   Ciò rende Pelicula necessaria, ma le nanomacchine che iniziano a prosperare negli organismi viventi hanno un altro importantissimo ruolo: tracciano. Sono in grado di tracciare e trasmettere tutta la vita di chi le ospita. Tutta l’intera vita di un individuo.   Pelicula, cap. XIII

Se vuoi vederci più chiaro…

Il numero 7 è un simbolo per i massoni, così come per alcune culture antiche. In Egitto era sinonimo di completezza, per gli Ebrei la creazione fu compiuta in 7 giorni. 7 sono i colori dell’arcobaleno e le note musicali, così come le arti del trivio e del quadrivio.

La principale ragione, però, per cui i massoni reputano il 7 il numero perfetto sta nel fatto che è la somma di 3 e 4: il 3 rappresenta il triangolo – e di conseguenza il compasso, altro importante simbolo massonico – mentre il 4 il quadrato, l’altra figura perfetta.

Quale modo migliore, dunque, di vederci chiaro se non approfittare del codice promo NOBRAIN e fare tuo Pelicula con uno sconto esoterico del 7%?

Collezionali tutti (è facile: è solo un volume!) clicca qua per acquistare Pelicula, e inserisci questo codice promo per attivare lo sconto per il romanzo distopico che ha anticipato i complotti e i complottari di tutto il mondo (o quasi)!

Parole Belle: Castone (ep. 1×04)

Parole Belle: Castone (ep. 1×04)

Castone è l’esempio perfetto di parola arcinota per quanto concerne le sue derivate, ma la cui forma primitiva è talmente in disuso da sembrare una parola nuova!

Dopotutto, incastonare significa incastrare nel castone, ed è metaforicamente usato anche per indicare qualcosa che è stato messo in un posto diverso dalla sua origine in modo talmente eccellente, da sembrare fatto apposta per quello scopo.

Quando ho letto la parola castone stavo…

Ero non bel mezzo di una consultazione professionale specialistica di accuratissime fonti scientifiche di… va bene, va bene… stavo perdendo tempo su Instagram.

Nel feed è apparsa una raccolta di foto dell’amichevole chimico di quartiere, fra cui una in cui dice di star rileggendo le storie a fumetti di Flash.

Nella foto è visibile una pagina del fumetto, in particolare una sequenza che mostra come un anello racchiuda il costume del supereroe… nel suo castone!

Ero convinto che ogni supereroe che si rispetti indossasse il costume sotto gli abiti civili – come fanno l’Uomo Ragno e Super Pippo –  ma in questo modo è più comodo circolare d’estate; bravo Bartholomew, bella trovata!

Però nella serie del 1990 questa cosa non c’era… gli effetti speciali non erano ancra pronti per tanta grazia!

Di quando ho letto la parola Castone

Il significato di “castone”

castóne s. m. [dal fr. ant. chaston, che è dal franco *kasto]. – Parte dell’anello, o di altro gioiello, ove è posta e fissata la gemma; può essere formato da una cavità coronata da un sottile bordino che si ripiega sul contorno della gemma o, nelle montature a giorno, da piccole griffe, che trattengono la gemma stessa in più punti. Sono così chiamati per analogia anche gli alveoli cui sono fissati i rubini degli orologi.

Dizionario della Lingua Italiana Treccani

Castone secondo il Dizionario Treccani

Riflessione finale a 1.000 all’ora

Così come l’uomo più veloce del mondo (dopo Superman? Allora dovrei dire l’umano più veloce? Ma anche il bambino de Gli Incredibili era veloce. E lo chiamavano Flash! Una coincidenza? Mah!) ci protegge dalla turpitudine e dal logorio della vita moderna, anche parole belle come castone contribuiscono a rendere questa palla di fango che rotola nello spazio un posto migliore per vivere.

Grazie Flash, e grazie Castone… tenete duro fino al prossimo episodio!

Racconti a 16 bit: Dune II: Battle for Arrakis

Racconti a 16 bit: Dune II: Battle for Arrakis

Dune II: Battle for Arrakis è un famoso videogioco di inizio anni 90, infatti come già specificato nello scorso articolo di Racconti a 16 bit, il tema principe di questa serie a rigorosa cadenza aleatoria sono – surprise! – i videogiochi.

Avendo recuperato qualche vecchio titolo per rivivere alcuni momenti della fanciullezza, provo a presentare qui quelli in cui la cui componente narrativa era prevalente.

In Dune II la componente narrativa non è prevalente

Va bene, va bene, è vero. Dune II è un gioco strategico, ma che dico… è il gioco strategico per antonomasia!

La storia è relegata a ruolo di cornice fra un livello e l’altro, in cui il rappresentante della casata cui sei affiliato di dice l’obiettivo della prossima missione.

Ma allora che ci fa in Racconti a 16 bit se il racconto non c’è?

Dune, di Frank Herbert

Il primo motivo è che il videogame è basato sul romanzo di fantascienza Dune, di Frank Herbert, che a pieno titolo è uno dei pilastri della narrativa fantascientifica mondiale vincitore dei premi Hugo e Nebula (ho visto anche il nuovo film, molto bello, mentre quello del 1984 è una fetecchia).

Però il motivo principale è che questo titolo ha fatto la storia, per lo meno la mia personale relativamente al mondo videoludico.

Ricordo le partite sul primitivo sistema DOS, senza conoscere nulla del romanzo – anzi, ignorando proprio che esistesse un romanzo, beata ignoranza – e senza capirci troppo nemmeno delle spiegazioni in inglese.

Il gioco però era abbastanza intuitivo, e grazie anche alla complicità di vari amici alla fine giocarci era sempre divertente!

La trama… più o meno

Introduzione a Dune II

L’imperatore spaziale Frederick IV è sempre più assetato della preziosa Spezia, che si può estrarre solo sul pianeta Arrakis – conosciuto anche come Dune, il pianeta di sabbia.

Per incrementare l’estrazione, offre l’esclusiva a chi, fra Casa Atreides, Casa Harkonnen e Casa Ordos riuscirà a consegnargli più Spezia; tu interpreti il comandante di una delle tre case a tua scelta.

Le scene introduttive, il briefing della missione e le scene finali sono diverse per ogni casata, in linea con i loro ideali, e anche le armi e le unità variano da casa a casa.

Dune 2: la scelta della casata

Nelle prime missioni gli obiettivi sono soprattutto di stabilire una base su un territorio non occupato, raccogliere la spezia e sconfiggere gli intrusi; poi devi conquistare territori nemici, battendoti contro le altre fazioni, che si possono anche alleare contro di te.

Lo scontro finale è la battaglia tra la tua Casa e gli schieramenti nemici, inclusi i Sardaukar (l’esercito speciale dell’Imperatore).

Chi controlla La Spezia controlla l’universo

Quello della ricerca della Spezia è il pretesto per un gioco in cui l’aspetto gestionale è di primaria importanza: più spezia estrai e raffini, e più disponi di risorse per nuove infrastrutture: centrali elettriche, industrie, centri militari, armi e mezzi di trasporto.

A volte non è il nemico a farti fallire una missione, o l’incontro inaspettato con un gigantesco verme delle sabbie, ma l’utilizzo sconsiderato delle tue risorse.

Chi controlla la spezia controlla l'universo

La mia partita a Dune II: Battle for Arrakis

Dune 2 - Casa Atreides

Nel mio archivio non ho ancora messo Dune II fra i videogiochi terminati, la sua rigiocabilità è infatti sensazionale, se paragonato a altri giochi coevi.

Sì, perché in base al casato prescelto le missioni sono diverse, così una volta terminato il gioco per gli Atreides – come ho scelto io – potrò giocare ancora come Harkonnen o come Ordos… so che sembra banale, ma nel 1994 non lo era!

Dune II Gameplay

So che è di una tristezza profondissima, ma questo è il mio gameplay (sullo sfondo si può vedere il riflesso della mia poltrona sullo schermo).

Ho scattato la toto a una missione appena iniziata, mentre ci giocavo non avevo pensato a documentare adeguatamente la partita, ma pure i livelli più evoluti non è che siano tanto più belli di così!

Ho giocato alla versione per Sega Mega Drive, che pur essendo privo di mouse ha una discreta giocabilità (in alcuni punti ho fatto fatica, neh).

Per ora è tutto, ma nell’attesa del prossimo titolo… Game Over & Insert Coin!

Le Furtolimpiadi: racconto breve sulle olimpiadi del furto

Le Furtolimpiadi: racconto breve sulle olimpiadi del furto

Il tedoforo (da teda, fiaccola cerimoniale) nella tradizione delle Furtolimpiadi è la persona che riesce a rubare la fiaccola al tedoforo dell’edizione precedente, naturalmente senza spegnere la fiamma.

Questo accade ogni quattro anni nel Paese Degli Appropriatori Indebiti, Paés Dei Làder nella lingua locale.

Le Furtolimpiadi è un racconto breve ambientato in un posto impossibile, abitato solo ed esclusivamente da ladri inveterati, che si sfidano in discipline criminali per eleggere il loro leader.

Scaricalo in PDF, rubalo in EPUB o depredalo in MOBI, il risultato sarà sempre lo stesso: non potrai battere il super campione capace di sbaragliare ogni primato!

Una fiaba di malfattori

Presso il Paés Dei Làder, che nella lingua locale si traduce in Paese Degli Appropriatori Indebiti, viveva una comunità costituita interamente da ladri incalliti.
Ogni quattro anni i campioni dei vari quartieri si confrontavano nelle Furtolimpiadi, ovvero i giochi olimpici del furto, che includevano prove come la staffetta a mano armata, il salto con scasso, la scherma fraudolenta, il taccheggio greco-romano e i quattrocento metri scippo.
Nell’ultima edizione era stato introdotto anche il rubamazzetto; ciò accadeva esattamente quattro anni prima: era infatti in corso in quei giorni la nuova edizione dei Giochi.

Il colmo per un carabiniere

Che accadrebbe se i campioni dei vari quartieri fossero sbaragliati da una forza irresistibile?

Da una volontà inarrestabile, una purezza immacolata, una devozione inattaccabile.

Qualcosa capace di rivoluzionare i principi stessi dei Giochi, un’energia unica e chiarificatrice. Che cos’accadrebbe?

Racconto della discesa agli inferi del Web Hosting di Aruba e ritorno in Primolivello

Racconto della discesa agli inferi del Web Hosting di Aruba e ritorno in Primolivello

Il web hosting è quella cosa creata dai maghi delle ere passate per tenerci dentro le pozioni magiche digitali, le code di rospo.mp3 e gli altri file.

Oggi si usa il cloud, ma essenzialmente è la stessa cosa senza i disegnini delle nuovolette.

Questo sito si affidava al web hosting di Aruba sin dall’anno 1256… alcune fonti sostengono fosse invece il 1998, il succo è che comunque era lì da un bel po’.

Ai tempi era l’Internet Service Provider più economico per il tipo di offerta che proponeva, ma con il passare degli anni le prestazioni sono sempre andate in calando.

Negli ultimi tempi Anonima Andrea Cabassi era difficile sia da gestire che da navigare, con tempi di attesa del server oltre ogni ragionevole aspettativa.

Ho provato di tutto, riprogettando la struttura, la grafica, ottimizzando le prestazioni, potenziando la cache, ma tutto quello che sono riuscito a ottenere era un bel sito lento.

Dove bel sito è soggettivo, mentre lento è oggettivo.

A ogni rinnovo mi dicevo che quello sarebbe stato l’ultimo, specie quando i server di Aruba sono andati a fuoco, ma poi mi riducevo a cercare un nuovo web hosting sempre all’ultimo minuto e così non se ne faceva niente.

La discesa agli inferi del web hosting

Nell’ultimo periodo, più esattamente dall’ultimo restyling, ho lavorato molto per piazzare alcune keyword fra le prime posizioni dei risultati dei motori di ricerca.

Posso dire di aver fatto un buon lavoro, perché partendo da una posizione fuori classifica sono avanzato fin nelle primissime pagine per alcune keyword molto interessanti.

Però sappiamo tutti che le primissime pagine non contano nulla: se non si è in prima pagina tanto vale non fare nemmeno lo sforzo.

È risaputo che la velocità di risposta di un sito influisce sensibilmente sul suo piazzamento nei risultati dei motori di ricerca, e la lentezza di Aruba mi aveva portato sul fondo.

La discesa agli inferi del web hosting

Tutti i miei sforzi erano vanificati da un problema tecnico, la frustrazione aveva raggiunto il suo apice.

Ho detto basta! e ho cercato una soluzione.

La Guida

È saltato fuori che al lavoro abbiamo una convenzione con Primolivello, un Internet Service Provider: una sorta di gilda di stregoni dediti alla registrazione di domini, web hosting, caselle PEC e altri artefatti magici.

Alla prima occasione ho fatto il passaggio!

E non ci sono volute code di rospo, ali di coccodrillo o unghie di lumaca: ho compilato un form, ho ricevuto alcune istruzioni e nel giro di pochi minuti la paura se n’è andata.

Aruba mi ha rilasciato il mio authcode (un sortilegio alfanumerico necessario per il cambio di web hosting), ho fatto il backup del mio database, ho copiato i miei file e ho inviato tutto a Primolivello.

E con un solo abbonamento ho molto di più di quello che mi dava Aruba (e che mi faceva pagare singolarmente)!

A riveder le stelle

La velocità del web hosting Primolivello

Questo è il primo articolo pubblicato dopo il passaggio, non dirmi che ti sembra che la velocità non sia cambiata perché non è vero!

50 millisecondi per la risposta contro i 6 secondi e rotti di prima… e solo gli e rotti di prima sono il quintuplo del nuovo tempo!

Ora Anonima Andrea Cabassi va come una scheggia! In un attimo eseguo operazioni che prima mi facevano venire il latte alle ginocchia.

Probabilmente è solamente l’euforia del finalmente tutto va alla grande che i fa mettere tutti questi punti esclamativi, ma se non lo scrivo qua dove dovrei?

Referral program

Per chiudere in una bellezza ancora più bella, ecco il referral program: Primolivello rilascia uno sconto del 10% per chi li contatta tramite questo form comunicando il codice promo RYO-IT-WEB-HOSTING.

Io grazie alla mia convenzione ho già il massimo dello sconto, e sono a posto, quindi sentiti libero di usare il mio codice senza per questo arrecarmi alcun vantaggio.

Sarà per la prossima volta.

Diario dalignese 2021, pt. 2 di 2 + altri titoli di racconti non (ancora?) scritti

Diario dalignese 2021, pt. 2 di 2 + altri titoli di racconti non (ancora?) scritti

Riassunto della puntata precedente: sono andato in vacanza in montagna a Ponte di Legno (BS) con famiglia e gatto incluso (se non ti fidi puoi leggere il resoconto della prima parte). E ora, la conclusione!

6 agosto: la giornata dei dialoghi surreali

Questa è stata la giornata dei dialoghi surreali. Apre la Tati, che raccontando un sogno fatto dice che aveva acquisito i superpoteri. Quali? La decorazione!

Non so se possa salvare il mondo, ma di certo lo può rendere più accogliente.

Segue la Paciu: per la grigliata in programma per il pranzo – quinto giorno e ancora nessuna grigliata? Non scherziamo, dai – ho comprato un pacchetto di accendini usa e getta.

Nei giorni prima della partenza abbiamo fatto pratica con acciarino e lente d’ingrandimento, che in caso di necessità vanno anche bene, ma l’accendino lasciamelo!

Dicevo che la Paciu voleva assolutamente averne uno per quando mi serve ha specificato. Al che le ho chiesto di farmi un esempio di quando le potesse servire: «Metti che a scuola scoppia un incendio, io con l’accendino… posso aumentarlo!»

È finita che non lo ha ottenuto.

Decorina

La grigliata ha avuto luogo in Valle Delle Messi, il giorno dell’addio di Messi a Barcellona. Una coincidenza? Direi di sì.

Mentre la truppa metteva le birre in fresca nelle gelide acque del torrente, io sperimento la delusione del pacchetto maxi di patatine che in realtà è mezzo vuoto. Patatinari vi odio!

Raccolta la legna, accendo il fuoco con aria snob (sono l’unico a non usare la pestilenziale diavolina e la mia pappa non avrà il tipico retrogusto petrolchimico).

Grigliata in Valle delle Messi

Mentre griglio si avvicinano due signore. La prima mi chiede se il bagno della casetta-con-i-bagni sia aperto.

Io le faccio cenno di sì, ma lei apre la porta del custode. «È chiuso!» mi dice, io le faccio un cenno con la mano che è possibile trascrivere sia con «Devi aprire la porta accanto» sia con «Ma perché chiedi a me?»

Vabbè, la storia finisce con lei che apre la porta giusta e da là non esce mai più. O forse è uscita quando non guardavo.

Il prossimo dialogo è quello più simpatico – non è che posso lamentarmi sempre, purtroppo – stavo sempre grigliando e si avvicina un’altra signora, che con accento emiliano mi chiede «Se ti do questo bastone, in cambio mi dai una salsiccia?»

Io la guardo con la faccia da pesce lesso per qualche secondo, lei riprende la parola: «È troppo poco, eh?» «Già» le faccio io. Mi sorride, appoggia il bastone al mucchio accanto al mio punto fuoco e si allontana soddisfatta.

Ma non quanto me con pà e strinù (ricetta tipica camuna).

.Avevamo prenotato nel pomeriggio una lezione di tennis per le bimbe, così ci rechiamo ai campi, le affidiamo all’istruttore e ci sediamo a osservarle a distanza di sicurezza.

Distanza di sicurezza e da aperitivo.

Entro nel bar della struttura (che è anche pizzeria) e chiedo… no, non me lo fa neanche chiedere, una cameriera mi dice che non può servire i tavoli esterni perché sta già servendo dentro il locale e non ce la fa.

Non voglio puntare il dito su quanto idiota sia questa cosa, probabilmente nelle località turistiche possono permettersi di trattare i clienti a pescinfaccia.

Comunque no problem, le propongo di servirmi al banco che poi ci penso io a portare due bicchieri a tre metri da lì, dove ci sono i tavoli esterni. Accetta, ma prima vuol sapere che cosa ordino.

E che ordinerò mai! Un Crodino – OK va bene – e un Campari Shackerato.

E qua mi dà la risposta più scema che potessi immaginare.

Ma prima una piccola premessa: io non sono un barista e non so nel dettaglio come si prepari un Campari Shackerato, ma grossomodo so che si prende il liquore che dà nome al cocktail, gin e si sbattono dentro quel coso da barista giocoliere.

Quindi, cara la mia cameriera, non puoi dirmi che non ce l’hai, perché non è qualcosa che si possa o non possa avere, ma lo devi preparare!

E se sei un bar senza Campari e gin allora c’è qualcosa che non va.

Ma sono restato calmo, ordinando qualcosa di più adatto alle sue capacità mentali e poi ho dato una recensione a una stellina.

Prima lezione di tennis

A rinforzarmi, poi, due ragazzi in attesa della loro pizza d’asporto che al tavolino dietro al mio si lamentavano apertamente, con una frase che mi sento in dovere di edulcorare: «Divinità del cielo! 19 euro sonanti per due pizze dell’accidente».

Poteva andargli peggio: potevano dirgli che le pizze erano finite! [7/8/21 0:49]

Il contapassi dice 10.562 passi.

Titoli di racconti non ancora scritti: parte seconda

Come ho già fatto nella prima parte del diario dalignese, ecco la prima serie di titoli di racconti brevi ispirati ai fatti di questi giorni di vacanza. Racconti – come da titolo – che non ho ancora scritto e che forse rimarranno solo titoli. Forse!

  • I Vendicativi: Belpaese Superheroes – Supereroi Locali Uniti
  • L’accendincendi
  • Racconto minuzioso dell’aquilone che non voleva più scendere

Invece il racconto della barista dalle dubbie capacità l’ho già scritto – clamoroso! – e si intitola Il mio bar.

7 agosto: gettare la spugna all’avventura

Il programma per oggi è stato oggetto di lungo dibattito: il parco delle marmotte è una tappa sempre molto affascinante, ma anche il ghiacciaio è incredibilmente attraente.

Alla fine è stata la terza opzione a prevalere: Lago Aviolo in Val Paghera.

Non ci siamo mai stati, e proprio questo ce l’ha fatto preferire. Ci siamo sbagliati.

Dopo una salita impervia ci siamo trovati a un passaggio da fare aggrappati a una catena, su rocce dove scorreva anche un ruscello e la Tati si è spaventata e non c’è stato modo di proseguire, se non tornando sui nostri passi.

Dopo una discesa ricca di recriminazioni abbiamo scelto il Rifugio alla Cascata per rifocillarci (e far asciugare la mia maglietta ridotta a un cencio zuppo).

Lì ho mangiato un panino fotonico con formaggio fuso, speck e puntarelle che guarda, seduti su rocce di granito e come tavola una mega roccia sempre di granito. Il top sarebbe stato bere una granita, ma la mia umiltà me l’ha vietato.

Sulla via del ritorno abbiamo fatto tappa all’Adamello Adventure Park dove le bimbe si sono sfogate in percorsi di arrampicata, carrucole e amenità connesse [19:44]

Il contapassi dice 6.241 passi.

La salita al Lago Aviolo in Val Paghera
Adamello Adventure Park

La seconda parte dei titoli della seconda parte

  • Caduta senza fine
  • Il panino fotonico
  • La strada sull’albero

8 agosto: l’ozio è lo zio delle virtù

Oggi è stato l’ultimo giorno prima del ritorno, così è stato a grande richiesta dedicato all’ozio.

Ci siamo svegliati tardi, abbiamo trovato tutti i tavoli del bar occupati e siamo andati nella magica cartoleria di Ponte per alcuni acquisti seri e faceti.

Seri come i diari di scuola delle bimbe, faceti come il cubo di Rubik per me. Abbiamo pranzato a birra e salsicce (non tutti in effetti) e poi siamo andati a casa a riposare le nostre membra da una mattinata di nulla sfrenato.

Nel pomeriggio qualche compito, gioco libero, pallone, nascondino unofficial e poi giretto in centro, con visita finale in Val Sozzine.

Qui giostre, anelli, giochi d’acqua – ah, io no – sdraio-altalena fino alla fine.

Poi rientriamo, abbozzando anche una corsa, fino a che Elena non si accorge di non avere il telefono con se punto allora corsa vera, ma in direzione opposta!

Fra lagne, pianti e litigi alla fine recuperiamo l’oggetto smarrito e riguadagniamo – di nuovo – la strada di casa inventando nuovi superpoteri e scegliendo le pizze per la cena.

Il telefono recuperato

Finalmente arriviamo in pizzeria senza ulteriori sorprese e ammiriamo la sacra arte della pizzaggine, per poi ripartire a tutta velocità verso casa, sfruttando il superpotere del mantenimento termico delle pietanze da asporto.

Ci prepariamo per l’ultima notte in montagna sistemando le cose da mettere in valigia e scrivendo le memorie della giornata sotto l’effetto di alcolici locali a base di artemisie alpine [23:14]

Il contapassi dice 17.301 passi.

La sacra arte della Pizza

Titoli: terza parte della seconda, con riporto di uno

  • La Magica Cartoleria
  • Il bosco della chiamata silenziosa
  • Pizza Gourmet Fuori Menù Factory

9 agosto: bye bye fresco

Ovvero il giorno della partenza. Cioè, del ritorno. La colazione take-away che trovo al risveglio è un buon inizio, dover raccattare tutte le cose e caricarle in macchina, un po’ meno.

In ogni caso, a lavoro completato facciamo un’ultima passeggiata in centro – che quest’anno abbiamo frequentato davvero poco – mangiamo un’autentica piadina romagnola camuna, chiudiamo casa e ce ne andiamo.

Non molto da raccontare, se non la prima faccia del mio cubo di Rubik completata!

Il contapassi dice 9.012 passi.

Gli ultimi titoli in assoluto di racconti brevi

  • Oggi, ovvero il giorno della partenza
  • Cubik
  • Il resoconto inutile

Fine

Cheppalle quando finiscono le vacanze, anche se divise in due parti, però prima o poi doveva succedere. Godiamoci questi ricordi e buona fine estate!
Parole Belle: Turpitudine (ep. 1×03)

Parole Belle: Turpitudine (ep. 1×03)

È successo assolutamente per caso – ma non per questo meno meritatamente – che turpitudine sia la prescelta per questo terzo episodio di Parole Belle!

Questa la cronaca degli avvenimenti.

Quando ho letto la parola turpitudine stavo…

La turpitudine nelle memorie dal sottosuolo

Stavo leggendo Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij dopo averlo ricevuto come suggerimento in una discussione su autori russi.

Mi ha colto alla sprovvista: in un mese sono riuscito a iniziarlo, esserne entusiasta, abbandonarlo, leggere altri due romanzi, riprenderlo, non ricordarmi nulla, ricominciarlo e finirlo.

Ma ora sto rischiando il fuori tema. Un tema dell’opera, invece, è la miseria. La miseria, la trasandatezza e la sporcizia, fisica e morale.

Non a caso avevo già praticamente scelto laidume come parola bella per questo episodio, ma nell’evidenziare la parola per scattare la foto alla pagina è apparso il riquadretto del vocabolario integrato.

Sciaf!

È stato in quell’istante, leggendo alcuni sinonimi riportati di quel lemma, che turpitudine mi ha schiaffeggiato con violenza.

Non ho potuto far altro che ringuainare laidume all’istante!

Turpitudine come sinonimo

Il significato di “turpitudine”

tur|pi|tù|di|ne s.f. 1348-53; dal lat. turpitūdĭne(m), v. anche turpe.
CO 1a. l’essere turpe, infame, indegno: la turpitudine di un’accusa 1b. azione, comportamento, espressione turpe, riprovevole, infame: commettere turpitudini 2. l’essere osceno, sconcio: la turpitudine di uno spettacolo|azione, gesto, discorso osceno: smettila di dire turpitudini 3. OB LE bruttezza fisica: la turpitudine del viso di messer Forese (Boccaccio) Dizionario della Lingua Italiana De Mauro
Dizionario De Mauro

Una parola bella con un significato brutto

Non per forza una bella parola ha anche un bel significato, anche perché alla sua nascita è difficile sapere quel che sarà di lei e come sarà usata.

Quindi basta arrovellarsi la mente con turpi pensieri… e a presto per il prossimo episodio!

Diario dalignese 2021, pt. 1 di 2 + titoli di racconti brevi non (ancora?) scritti

Diario dalignese 2021, pt. 1 di 2 + titoli di racconti brevi non (ancora?) scritti

Sono tanti i blog che vanno in vacanza, nessuno però ti porta con loro! E quando dico nessuno escludo anche Anonima Andrea Cabassi.

Però c’è una cosa che posso fare: ovvero il racconto della mia settimana estesa in montagna, un diario giornaliero con i fatti più interessanti, quelli più divertenti e anche quelli normali.

Ecco il post con la prima parte del soggiorno a Ponte di Legno (BS) mio e della mia famiglia, gatto incluso.

2 agosto: della partenza e dell’arrivo

9:47 – Iniziamo a caricare i bagagli e facciamo il pieno all’auto. 12:30 – Partenza!

13:20 – Siamo arrivati, la Tati ha resistito al mal d’auto: ultimi chilometri percorsi rigorosamente in seconda e con sacchetto di sicurezza in mano armata.

17:49 – Siamo andati in centro per un gelatino, poi visita al parco delle piscine dove ho incontrato Batroberto (chi se lo ricorda?).
Però non gli ho chiesto l’autografo, era con la famiglia. È rimasto uguale a come lo ricordavo, così uguale che pure sua figlia è uguale a lui (però è più piccola e femmina).

Racconto del 2 agosto - Partenza e arrivo

Abbiamo preso cartoline, francobolli e cicche, e sulla via del ritorno, una spesina-ina-ina da un miggliardo di euri per riempire il maledetto frigorifero, e una volta rincasati abbiamo trovato Tora che ancora non s’era ambientato all’appartamento.

Deve aver trascorso tutto il tempo nascosto sotto le coperte del letto in camerina… che è più grande della matrimoniale, che cavolo!

Rimasto solo con Tora per sistemare la spesa, ho provato a fargli coraggio, ma nulla. Non ne voleva sapere di uscire dalle lenzuola.

Allora ho continuato con la spesa, e l’amara sorpresa: il salame nostrano appena preso era troppo grande per il frigo, così mi sono dovuto sacrificare e – completamente controvoglia – ne ho dovuto mangiare il culetto e altre 4 o 5 fette, dannazione!

Per cena spätzle, polpette, formaggio e ancora salame, per evitare che la dilatazione termica desse problemi nella notte. Poi gioco libero per tutti, bagno e nanna.

Due coccole alla Paciu che sentiva freddo, giro di chiusura ante e finestre, e nanna anche per me.

Scrivo due note prima di addormentarmi e penso che una fetta sottile di salame sarebbe eccellente anche come segnalibro. [3/8/21 – 12:19]

Il contapassi dice 8.666 passi.

3 agosto: il giorno della doppia perdizione

Notte da incubo fra cuscino scomodo, invasione di campo… di letto della Paciu, e Tora che si crede un cucciolo di Labrador e fa un disastro in bagno con la cartaculo.

Ma vabbè, colazione a base di crepes fatte in casa, caffè della moka e torneo di Scala 40. Ci vestiamo e via per Valbione!

Andata in cabinovia, partiti con la pioggia troviamo invece l’asciutto… e non solo: hanno rifatto il parco attorno al laghetto artificiale, ottimizzando gli spazi e aggiungendo un sacco di giochi e percorsi; ci sono anche tre pokéball appese ai pali più alti, ma non ne ho ancora intuito lo scopo.

E non solo: siamo soli! Non c’è anima viva e ne approfittiamo per fare i signori indiscussi del posto.

Panoramica Valbione

E dire che avevamo pure prenotato per il pranzo. Giustamente non ci hanno detto «Tanto siete solo voi», sentirselo dire non avrebbe fatto un bell’effetto.

Comunque poi gli immancabili bauscia si sono presentati, fra grida e schiamazzi, a ricordare che sono loro i padroni ovunque vadano. Grazie di esistere.

Ho appena visto la quarta pokéball; il mistero si infittisce. [14:06]

Dopo una partita a beach volley con il chiuei a mo’ di palla, e due altri giochi, abbiamo iniziato la discesa da Valbione.

Il primo sentiero che abbiam preso era (probabilmente) in lavorazione, così a un certo punto abbiamo deciso di tornare sui nostri passi. Col secondo non c’è andata meglio: l’erba dopo un po’ iniziava a farsi alta e così non ci siamo fidati. Il terzo tentativo è stato quello vincente: scendendo abbiamo fatto un’abbuffata di mirtilli, lamponi e fragoline selvatiche.

Frutti di bosco 3 – Sentieri sbagliati 2!

A venti metri da casa ha pure iniziato a piovere, per cui l’abbiamo scampata anche stavolta! [19:00]

Il contapassi dice 13.054 passi.

Frutti di bosco di Valbione

Titoli di racconti che non ho ancora scritto

Ah, non l’avevo detto, ma lo sai: scrivere è come mangiare le ciliegie, che una tira l’altra.

E infatti anche questa bassa forma di letteratura (se la possiamo considerare tale) che è il mio diario mi dà di continuo idee per racconti che però non ho ancora avuto il tempo di scrivere, e che sinceramente non so se lo farò.

Però per gioco mi segno i titoli, che quelli fanno sempre la loro porca figura:

  • Portarsi la città in vacanza e sopravvivere felici
  • La perdizione non è per tutti
  • Non puoi accendere un lampone, ma puoi amare una mora

4 agosto: grappa a grappoli

Stamattina mi son svegliato per capire perché Tora fosse agitato e saltasse sui letti con e persone dentro, e dopo aver capito che lo faceva solo per rompere le balle ho lasciato perdere, e recuperato la strada per il mio giaciglio, ma a metà strada (cioè due metri) sono stato attirato dal canto di due sirenette, che invece di dormire ascoltavano musica con le cuffiette – ognuna una diversa – e la canticchiavano a mezza voce.

Questa improbabile sovrapposizione di voci m’ha convinto a unirmi a loro, e così alla fine mi son addormentato nel letto in camerina fra canzoni dei Beatles e spazzatura di cui non voglio nemmeno conoscere il nome. [19:15]

Tora il gatto casinaro

Dopo un’adeguata scorta di pizze al taglio e focacce ci siamo incamminati per il percorso Garofoi, che sarebbe un percorso a anello che tocca le località attorno a Ponte di Legno, il cui nome ho appena controllato sulla guida.

Ci ha accompagnato una delicata pioggerella – che ho stoicamente affrontato con cappello e cappuccio della felpa – una fascinosa nebbia e la disarmante paura della Tati per i lumaconi rossi.

Passeggiando in viuzze dove i Bauscia-SUV se lo sognano di arrivare, trovando ancora una discreta quantità di frutti di bosco lungo la via, abbiamo concordato una prima pausa nelle vicinanze di un campanile che le alte sfere ecclesiastiche hanno studiato per mettere alla prova i timpani e la pazienza dei fedeli.

Io mi stupisco per l’assenza di immagini e scritte blasfeme sulle pareti esterne dell’edificio del culto, comunque non ho controllato su tutte tutte tutte le facciate.

Soprattutto qualcuno aveva estratto le focacce, quindi tanti saluti e pancia mia fatti capanna.

Dopo aver sbranato la pappa ci siamo infilati in un barettino per un caffè. Spettacolo. [21:55]

Percorso Garofoi che sembra una via di Amsterdam

Per un caffè, perché probabilmente le uniche cose ordinabili erano caffè, grappa o una combinazione fra questi due elementi. Io prendo un caffè e un bicchierino di grappa (mi sembrava scortese non farlo) da una selezione che riempiva l’intera parete dietro la cassa.

Gli altri avventori non si erano disturbati a chiedere il caffè, e anche il barista aveva il tipico colorito dell’alzatore di gomito olimpico.

Poi stavo per dire che nella stanza che portava al bagno c’era un biliardo con un vecchio jukebox a monete da 50 lire, ma quello era un altro bar, in questo c’erano al massimo volantini con citazioni fassioleghiste dalla dubbia origine.

In ogni caso, la grappa che ho in corpo fa il suo dovere, e in meno di due ore di avvenimenti saltati a pié pari siamo di ritorno alla nostra casina, doccia, spesa, olimpiadi, cena, cartoni e nanna. [23:05]

Il contapassi dice 18.161 passi.

Una delicata pioggerella e una fascinosa nebbia

Altri titoli di racconti brevi più che incompiuti

  • Il jukebox dell’altra stanza (o anche “Il jukebox nella nebbia” non è male)
  • Non chiedere al barista
  • Lento, molle, lasco e calmo

5 agosto: latrare stanca

Ieri sera abbiamo acceso il riscaldamento, e basterebbe questo per sistemare la cronaca della giornata. Ma, come ho detto, è successo ieri.

Oggi invece mi sono alzato per riaccenderlo e verificare che fosse tutto OK, perché durante la notte l’impianto aveva fatto un casino tremendo e l’abbiamo spento.

Insomma, mi alzo e dopo due passi inizio a sentire voci. Altri due passi e continuo a sentire qualcuno che mi parla.

Proseguo e inizio a distinguere le parole fermati e basta. Capisco di che si tratta: sono i miei polpacci in preda a dolori atroci che mi pregano di fermarmi. [16:45]

Vista dalla tana dell'orso

Per fortuna oggi non è in programma nessuna scarpinata perché vengono i nonni a trovarci, e l’obiettivo è a forma di tavola imbandita.

Ora voglio spendere una parola per tutte le volte che ho parlato male di Tora – o lo ho pensato – perché miagola o perché adora cacciare le mosche e a volte mi adopera come trampolino di lancio.

Niente, niente, niente, niente se paragonato al cane bauscia che per tutta, tutta, tutta, tutta la durata del pranzo ha abbaiato prima al gatto, poi al cane, poi al cameriere, poi all’altro cane, poi a se stesso, poi a li mortacci sua e alla fine si sono finalmente levati dal ristorante.

Con la punta di demenzialità di quando il suo padrone cerebroleso se l’è presa prima con gatto, poi col cane, poi col cameriere, poi con l’altro cane e poi col suo cane, quando in realtà era egli l’unico colpevole.

Colpevole del cane rompiballe, colpevole di non aver alzato il culo per fargli fare un giro e colpevole di aver deliberatamente evitato il mio sguardo accusatorio.

Spero che il cane ti pisci nel suv!

Pomeriggio trascorso in Valsozzine, la cui toponomastica è del tutto tirata a caso, e serata di scrittura cartoline ascoltando la colonna sonora del TRHPS. [22:22]

Il contapassi dice 11.263 passi.

Pomeriggio in Valsozzine

Gli ultimi titoli della prima parte

  • Latrare stanca (che ho usato anche come titolo del paragrafo)
  • Rumor-o-matic (Generatore di Rumore Corp.)

Fine della prima parte

Il diario è risultato un po’ troppo lungo per farlo stare in un solo articolo, quindi lo divido a metà e così ho già bella che pronta l’idea per il prossimo. Geniale, bravo Andrea Cabassi alias me stesso! Ecco alcune anticipazioni:
  • La giornata dei dialoghi surreali
  • Quando un’idea innovativa non è al contempo una buona idea
  • Elena perde il telefono (finale da cardiopalmo)
Alla prossima puntata!
Buondì, IKEA, Oscar Wilde e Playmobil: come nasce un racconto senza idee

Buondì, IKEA, Oscar Wilde e Playmobil: come nasce un racconto senza idee

Stamattina, durante il mio tour nella blogosfera cyberspaziale, ero interessato al tema del racconto senza idee. Alla ricerca di spunti, ho commentato l’articolo Come si scrive un contenuto? Un esempio pratico del buon Skande. Capita a fagiuolo, mi son detto! Riprendendo questo estratto…
Ti manca l’idea? È normale, non sei abituato a osservare la tua quotidianità, quindi te la fornisco io: hai fatto colazione questa mattina? Scriviamo di questo argomento che ai più apparirebbe banale.
Riccardo Scandellari
… ho aggiunto il mio commento, fra nostalgia e commedia brillante:
Buon suggerimento, mi sembra un metodo efficace. Ma se invece la mancanza di idee fosse un modo che ha l’universo di dirmi che è meglio lasciar perdere? Stamattina la colazione è stata Buondì e succo di frutta (back to the 80s 😀 )
Andrea Cabassi
Poi ho proseguito le mie faccende e non ci ho più pensato, fino a quando – poco fa – ho notato questa risposta al mio commento:
Su una colazione del genere si innesca un effetto IKEA che levati! Non disperdere tutto questo ben di Dio
Riccardo Scandellari
Il primo pensiero è stato ehi, è vero!, il secondo è stato devo subito scrivere un articolo su questa cosa e il terzo… il terzo non c’è stato: eccomi subito qua a scrivere!

L’Effetto IKEA

Nel mondo reale l’Effetto IKEA si manifesta come una sequela di blasfemie e improperi a seguito di una martellata sul pollicione; nel mondo fatato del marketing, invece, è quello che scatena la preferenza di un prodotto fai da te rispetto a uno già pronto all’uso.

La spiegazione è più semplice di quanto sembri: per molti di noi costruire qualcosa con le proprie mani (o più semplicemente montare qualcosa di prefabbricato) è più appagante di comprarlo già fatto

Che poi è la ragione per cui da bambino io e tutti i miei amici amavamo follemente le Lego e ci facevano schifo i Playmobil (me ne avevano pure regalati una scatola ma dev’essere ancora lì intonsa).

Hanno fatto diversi studi su questo argomento, e la cosa è applicabile non solo a cose da montare ma anche cibi prelavorati, articoli configurabili o personalizzabili ecc.

Non ti è venuta fame?

Sto cercando di resistere a una trivella che lavora nel mio stomaco, e parlare di succo e paciugate da mangiare non mi aiuta. Per restare in tema posso dire che questo articolo si lega a doppio nodo con Ispirazione, dove ho provato a interpretare che cosa fosse per me. Ora però il mio stomaco suggerisce al cervello una massima di zio Oscar, per inguaiarmi:
L’unico modo per liberarsi di una tentazione è cedervi.
Oscar Wilde
Quante citazioni oggi! Ma che dicevo? Ah sì, aspettami lì che faccio una piccola pausa-merenda che sennò non so guarda.

Come si applica l’effetto IKEA a un articolo o racconto senza idee?

Diciamo che non c’è una sola strada, ma l’insegnamento che possiamo trarre da chi preferisce montare i mobili da solo per scelta e non perché povero è che siamo tutti in cerca di un’esperienza. È come andare in vacanza, ma senza il viaggio, senza la villeggiatura, senza il relax o l’avventura, senza l’aria aperta: solo tu, la brugola, le istruzioni senza scritte e lo scatolone usato come tappetino. Quello che vuoi non è una libreria, ma creare con le tue forze lo spazio che conterrà le tue storie preferite. Non vuoi una poltrona, ma appoggiare le tue chiappe su un cuscino che nemmeno tu sai come fa a restare unito a piedini e schienale. Come l’agenzia viaggi in Atto di Forza che invece di mandarti in vacanza ti innesta il ricordo di un altro e tu sei felice lo stesso (a meno di essere Arnold Schwarzenegger, in questo caso succede un casino e ti ritrovi su Marte con aliene a tre tette). Dunque, qual è il nocciolo della questione? Se l’hai trovato per favore scrivilo nei commen… ah no, è questo: da anni la mia colazione è invariabilmente stata tè e biscotti. Perché stamattina invece Buondì e succo? Perché questo tuffo con la memoria negli anni 80? Che cosa rappresentano questi due cibi? Merende d’infanzia, in estate, fra una sessione di gioco e l’altra? E quali erano questi giochi? Pallone, bicicletta, costruzioni, videogame, chiacchiere, ricerche, spedizioni, avventure… Perché era così bello creare, inventare, costruire, provare, sperimentare, fare nuove conoscenze, nuove amicizie, litigare, fare pace e diventare noi stessi tutto questo? Quali altre domande posso farmi per sviscerare l’argomento fino al nocciolo? E queste risposte che cosa sono se non l’articolo o il racconto senza idee che prende forma? Ma le merendine industriali non fanno male?

Le merendine industriali non fanno male?

Le merendine fanno male solo se non sei cresciuto negli anni ’80, in caso contrario – come per me – i tuoi anticorpi sono tutti Maestri della Divina Scuola di Hokuto, e vai liscio. E l’articolo è scritto.
Datemi a leggere una storia meravigliosa: da Capuana a HG Wells

Datemi a leggere una storia meravigliosa: da Capuana a HG Wells

Il mio Kindle mi assicura che mercoledì 14 luglio 2021 alle 17:53:57 stavo leggendo il racconto breve L’invisibile, sesto della raccolta Raccontava il Dottor Maggioli…, che è una raccolta di racconti brevi inclusa nella raccolta di raccolte di racconti Il Benefattore, di Luigi Capuana.

Tutto molto chiaro, nevvero?

Fra le posizioni 1081 e 1089 ero colpito da questa citazione:

L’invisibile estratto di Luigi Capuana (che però si vede molto bene)

Raccontatemi una fiaba, datemi a leggere una storia meravigliosa e sto a sentirla tutta occhi e orecchi, e divoro le pagine con deliziosa ansietà, anche quando la paura mi fa accapponare la pelle. Le novelle, i romanzi, che ci rappresentano fatti di ogni giorno, che ci ricantano le solite storie, alle quali spesse volte abbiamo assistito da testimonii e un po’ forse da interessati; che, per lo meno, somigliano tanto a queste, da darci l’illusione che il merito del novelliere e del romanziere consista unicamente nella bella maniera con cui ha saputo raccontarceli; le solite novelle, i soliti romanzi mi fanno l’effetto di un pettegolezzo trasportato dai salotti nelle pagine di un libro. Invece, le storie meravigliose che hanno la potenza di farci penetrare lentamente, inavvertitamente, nelle regioni dell’impossibile, dell’assurdo, e farci sognare a occhi aperti e darci l’illusione che l’impossibile, l’assurdo siano, o siano stati, per eccezione, per misteriose circostanze, una realtà, non mi deliziano soltanto perchè mi trascinano con dolce violenza in un modo diverso dal nostro, ma anche perchè m’ispirano una grande ammirazione per l’ingegno dell’autore.
L’invisibile, Luigi Capuana

Inoltre, poco dopo i protagonisti parlano di un romanzo inglese – che per loro doveva essere una grande novità: la prima edizione è del 1897 – ma che per noi è una pietra miliare della fantascienza preistorica: The Invisible Man!

Insomma, sto leggendo Luigi Capuana, l’ideologo del Verismo, e mi trovo tre pagine di lodi al racconto fantastico e una citazione a un grande romanzo di fantascienza.

Che il mio subconscio l’abbia fatto apposta?

Un pettegolezzo trasportato dai salotti nelle pagine di un libro

Io però volevo ragionare della citazione; de L’Uomo Invisibile di H. G. Wells infatti ne ho già scritto qualche tempo fa.

Quello che emerge da questo estratto è che la bravura di uno scrittore di opere reali stia per lo più nello stile in cui trascrive una storia, la racconta, pescandola dalla piatta realtà.

Attenzione però: non è Capuana che parla ma un suo personaggio, quindi non posso che prenderla per la provocazione che sembra tanto essere.

Anche perché parla di le solite novelle, i soliti romanzi come se lo scrittore volesse fare una critica verso qualcuno di ben specifico… e non escludo che gli esperti di Capuana sappiano a chi si stia rivolgendo.

Quindi, lasciamo perdere la nota negativa a questi novellieri e romanzieri e concentriamoci invece sulla parte positiva delle lodi alla scrittura fantastica!

Le reali regioni dell’impossibile e dell’assurdo

Queste lodi sperticate vanno ai racconti che hanno la capacità di farci sognare a occhi aperti, trasportando la nostra mente nei regni dell’impossibile e dell’assurdo per farci credere che invece siano essi la realtà.

Sono questi racconti che nascono per merito dell’ingegno dell’autore?

Beh, sì. Ma anche I Malavoglia o I Promessi Sposi che sono rispettivamente un romanzo verista e un romanzo storico nascono grazie all’ingegno dell’autore.

Certo, riuscire a far credere vero – o per lo meno verosimile – qualcosa che non lo è richiede probabilmente uno sforzo creativo maggiore, ma non sono così convinto che sia tutto qua il merito, se così vogliamo chiamarlo, dell’autore!

Anche nei racconti fantastici lo stile è importante. Così come la caratterizzazione dei personaggi, l’atmosfera, la trama ecc.

Dunque, quale può essere la marcia in più della letteratura fantastica? Ma siamo poi sicuri che ci sia davvero?