Ecco un estratto dal capitolo 6:
La realtà aumentata era una sovrapposizione. Informazioni utili o commerciali erano sempre presenti nel campo visivo dei cittadini. Chi osservasse un piazzale che era stato adibito a giardino non poteva vedere la terra secca e morta. Davanti ai suoi occhi apparivano piante rigogliose. La qualità dell’illusione era modesta, ma sufficiente a non far impazzire otto milioni di cittadini di fronte a un deserto di cemento. E la connessione era costante, obbligatoria e bidirezionale, al contrario di quella verso il sopramondo, che andava attivata.
Un altro dal capitolo 21:
In città stavano nascendo tumulti e la Polizia già ingaggiava battaglia. Molti agenti i cui terminali per il sopramondo e per la realtà aumentata erano stati prontamente limitati a specifiche comunicazioni autorizzate, non comprendevano i motivi delle masse, perché non avevano potuto vedere né il vero aspetto del mondo che li circondava, né le molte informazioni sul passato dell’umanità.
Questi brani evidenziano un metodo di controllo cruciale: la sofisticazione della percezione della realtà e la limitazione dell’accesso alle informazioni in maniera capillare, attraverso l’imposizione massiva della realtà aumentata, che di fatto dovrebbe chiamarsi realtà manipolata.
Ti va di commentare questo aspetto, che tanto strizza l’occhio all’attuale ruolo dei social media in mobilità iperconnessa?
Grazie per aver usato il termine realtà manipolata, più adatto ad esprimere ciò che intendevo. Ritengo che quanto io ipotizzo sia già presente, magari in forma meno digitale. Ciò che osserviamo è coperto da un velo, che inizia dal commercio, con la falsificazione permanente dell’aspetto dei prodotti.
Le immagini e la narrazione pubblicitaria non hanno nessuna necessità di basarsi sul reale, possono limitarsi ad approssimare la vera natura del prodotto per evitare shock eccessivi all’apertura della scatola, ma in caso di bugia difficile da riconoscere ci si può spingere a livelli di falsità elevati.
Siamo al punto che quasi nulla di ciò che viene detto va creduto senza adeguato approfondimento. C’è però tutto quello che non possiamo approfondire di prima mano, ovvero il mondo più distante, quello che ci viene raccontato da lontano. Qui il reale diviene un mito e l’unica risorsa, la sola arma per difenderci è la pluralità delle fonti, nella speranza che il loro conflitto sia sufficiente a svelare qualcosa nel mezzo.
Nel mondo che descrivo la pluralità quasi non esiste più (la setta degli Interferenti è morente), la realtà aumentata ha un solo padrone e gode della massima efficacia. I social contemporanei, quelli nostri, di oggi, sono strumenti di manipolazione, ma ancora sono plurali (o almeno più di uno), sebbene la forza delle correnti non sia equivalente. Nella marea di dati si trovano pesci anomali che talvolta sono più falsi del falso che vogliono smascherare. Talvolta, però, questi pesci portano un messaggio potente. Spariranno? È un momento difficile, ma non lo considero del tutto negativo.
I social hanno molti peccati, ma sono strumenti in grado di metterci in contatto con tante dimensioni e quello che, semmai, va sviluppato meglio, è il nostro muscolo cerebrale, la nostra capacità di analizzare e dubitare. L’idea sarebbe di non considerare mai nessuna informazione vera di default, con l’eccezione di quelle irrilevanti che non devono rubarci energie. Si può fare, con cognizione e misura, senza cadere nella paranoia. Ovvio, ma non facile. I social possono anche aiutare, se ben avvicinati.
Piuttosto mi dispero nel vedere lo spazio dato alla cattiveria e alla mediocrità morale, sia online che offline. Ho poche parole dolci per chi RUBA un parcheggio per disabili avendo il fondoschiena troppo pesante per camminare o per chi RUBA un posto in fila superandola tutta per poi inserirsi a rischio di sportellate per uscire dalla tangenziale prima di altri.
Sono piccole cose, ma rappresentano una forma di idiozia che si riflette anche sui social. E spesso l’immagine di tali pezzi guasti dell’umanità viene manipolata vestendola della sfolgorante aura dell’audace, del vittorioso, del corridore che andando più forte, sputando sulle regole ottiene di più. La verità è che tale soggetto è un perdente, perché allontana lo scopo ultimo della nostra (più che fortunata, potenzialmente) specie: la felicità universale.
Ecco che la realtà manipolata ci mostra un giardino in fiore (il vittorioso), laddove in verità abbiamo una rovina di terra marcia e maleodorante (il ladro di diritti).
L’accesso in mobilità è solo un’estensione, per adesso. Ma è la base tecnologica per la realtà aumentata. O manipolata!